San Giuda – 19

[… continua dalla puntata precedente]

– 14 –

Il ciuffo nero spaccava in due il colore dei capelli, bianco nella prima metà, come enorme cicatrice che dal vertice del cranio scendeva, di lato, lungo tutto il capo, fino al viso, anch’esso spezzato in due, nero da una parte, caucasico dall’altra.

Era stato l’incendio ad attentare alla sua vita con la medesima furia di un’atomica, minacciando cheloidi, retrazioni e deturpamenti, se non l’irreversibile decesso, quell’esplosione che era sembrata volersi mangiare per sempre tutto il quartiere nato attorno all’esperimento, un quartiere di brava gente (scienziati e seguito) che viveva grazie e per quel credo dal quale alla fine era stata spazzata via. Bambino, miracolosamente ancora vivo, aveva accolto la donazione dell’unico amico non coinvolto dall’incidente che fosse stato disposto a offrirgli un po’ di sé, un giovanotto appartenente a un altro mondo… un’altra razza.

E adesso più che scienziato sembrava l’aborto di un esperimento fallito, più che medico pareva un paziente dalla sindrome sconosciuta e incurabile, più che dottore assomigliava ai militari delle ultime guerre, incancerati, ridotti a brandelli, inaciditi, mezzi decomposti e… mezzi perfetti! Perché, nonostante si fosse visto strappata la famiglia, nell’anima e nel corpo, aveva scelto di dedicarle la vita, alimentandosi della medesima energia che, oltre a privarlo della famiglia, gli aveva regalato i connotati di un puzzle.

Giordano non trovò la forza per sorridergli; osservava solo quel volto squadrato e si domandava perché un individuo capace di gestire un mostro delle fattezze di Cosma non avesse messo a punto qualsiasi mezzo per cancellare i segni (non più indelebili) di un evento infelice, ma la risposta sembrava espressa in ogni movimento del corpo: tranquillo, sicuro, privo di vergogna, della paura di generare paura, del timore di esser sgradevole, privo di timidezza e d’insoddisfazione.

«Nessuno al mondo getterebbe il regalo più importante che si sia ricevuto», spiegò. «Nell’operazione che mi salvò dalla morte, perse la vita il donatore… assurdo, ma vero!». Sorrise tristemente. «Purtroppo sono cose che succedono».

E quando la natura sembrava bizzarra e il dolore diveniva inspiegabile, quando la sorpresa della generosità poteva trasformarsi in tragedia, Giordano si domandò come potessero i sentimenti, questo ritmo cardiaco che cambia scandito dalle emozioni, quest’angina che ne squarcia l’organo nei momenti più duri, questo bisogno di carezze, di calore, di amore o, viceversa, di infliggere dolore per rabbia e impotenza, come potessero essere solo esclusivamente reazioni chimiche, legami fra atomi che si sciolgono, altri che si formano, come potesse Cosma essere solo un oggetto della materia che prendeva questa forma per poi lasciarla sfiorire nel nulla, come potessero le frustrazioni di Alessandro Martino essere destinate a perdersi nel mare del tempo, senza senso, senz’anima, senza Dio. E il suo dolore, quello di Giordano, quello dello scienziato, il dolore di Andrea Sergio e di Turi Torre non avere significato, se non nell’istante stesso in cui si manifestavano, per poi trasformarsi, tornare insignificanti, far parte dell’infinito oblio. «Che senso ha tutto questo, se… ciascuno di noi, Cosma compreso, è solo frutto della materia e come tale finirà nella polvere?», vibrò Giordano, scosso dagli avvenimenti in un solo momento. E per l’ennesima volta, come ognuno almeno una volta nella vita, si rese conto che non voleva. Assolutamente no.

Il sorriso dello scienziato, contornato dalle suture che scivolavano sulla pelle verso le ciglia, sembrò rassicurante, meraviglioso. «Non immagini cosa ci sia di grandioso, immenso, totalizzante… nella polvere!». Poi, sereno, fiero, completo, iniziò con calma la complicata lezione:

Radioisotopi e non decadenti
sono stati finora isolati
novantadue chimici elementi
d’atomi tutti forgiati
e ogni atomo del globo ha sembianti,
ogni globo scisso è in più strati,
piccolissimi sono i frammenti:
elettroni, neutroni legati;
invisibili adroni vaganti.
Poiché l’atomo vuoto è provato,
“indivisibile” l’etimo mente
O, per dir più correttamente,
quasi vuoto è considerato.

Subatomiche le particelle
che ’ntorno al nucleo giran
e non solo minute biglie
infinitesime, rare si movon
ma, remote dal centro, un anello
vorticando veloci descrivon.
E quest’atomo sol grazie a quelle
acquisisce contezza di un
perché tutte, girando da folli,
rapidissime spazi percorron,
così incidono i tratti di maglie
che occupate da corpi ci appaion
punto per punto. La stessa burla
delle rote ben note che corron.

Le particelle, bei nostri soggetti,
se ne vogliamo far divisioni,
sono quark, antiquark e quei quanti
congiunti fra loro da guoni.
Or del minor discuter si smetta
e si guardi le forme di ioni
quasi uguali ai sistemi giganti
che contengon pianeti a milioni.
Il solare è l’esempio perfetto,
dalle forze anticollisione
e gli stessi comandi sorretto.
Universo, il tutto in questione,
la medesima forma già detta
mostrerebbe per l’opinione

di grandiosi studiosi di fisica.
È la sfera che fa da padrone
come l’atomo e anche l’adrone
ed è questa la forma magnifica
con cui il mondo intero si espone.
Ecco qui la spiegazione
della vecchia teoria ormai solida:
il Big Bang è la contrazione,
prima dell’esplosione,
di ogni cosa in stato dinamico.
La teoria, che sembra invenzione,
se la nostra interpretazione
di materia immobile o vivida
resta quella di nostra visione,
qui si regge a perfezione.
Come Dio che nel mito biblico

impiegò quel poco di tempo
per creare il cielo ed i mari
da un pensiero che, per quanto ampio
solo un modo aveva da usare,
energia, con un grosso rombo,
l’universo s’è messa a formare,
detonando, scoppiando e infuocando,
finché tutto così ci compare.
La materia non ha pertanto
la pienezza che ci sa mostrare,
visto lo spazio – e dev’essere tanto –
per contrarsi necessario
fra quel quark e il compagno di banco
o l’adrone e il suo statico sole.

Ed è certo, in conclusione,
solo “vuoto” rimane esser vero
ed è Vuoto che fa da padrone
in un mondo dove l’adrone
non è altro che l’unica pura
energia della stessa esplosione.
Perché vecchia dimostrazione
del creduto principio ben puro
che si possa per tradizione
definire con decisione
una volta per tutte materia
(elemento che ci compone)
e con più determinazione
“Dio” indiviso della nostra sfera,

non potrebbe annullare quel vuoto
che le particelle separa
e sarebbe tal piccola e rara
da nulla ormai significare
nel contesto ov’ha sempre regnato
stessa forza che sa controllare
ogni istante della nostra vita,
ogni legge di ciascun pianeta,
della chimica in tutti i formati
o dell’acqua che sta a gocciolare;
l’energia dell’intero creato
che, rendendo impalpabile il vero,
dà la prova da non confutare
che Dio esiste non trascendentale.

Da questo si deve evincere
che non è per nulla corretto:
“Energia, potere astratto,
in materia si trova compatto”;
ma si deve adesso intendere,
se trasformi i nostri due generi,
l’un nell’altro ch’è buono al tatto,
che energia il semplice aspetto
di materia potrà prendere
per cui…
Non temere di finire nella polvere
perché della stessa sei fatto
e “vi tornerai putrefatto
una volta mutato in cadavere”
è un bel dire diverso dal vero,
perché tu sei già in atto
di quel Dio perfetto ritratto
e mai ci si può ricongiungere
con ciò che non s’è lasciato perdere.

Siamo come scatole cinesi,
se nel più piccolo adrone
nuovo speciale arnese
minuscolo uomo compone
per gli occhi scienziati tesi
a guardar l’universo da zone
lontanissime da render confuse
pianeti, galassie e costellazioni.
Un tutt’uno, una stella sospesa,
o addirittura qualsiasi elettrone
di un gigante a te, uomo, preciso.
Adesso c’è un’altra questione
uguale a questa già intesa:
come Dio che tutto dispone

con profondo, immane pensiero
in un lampo di genio ci crea,
così cantastorie, artisti e scrittori
dan vita a un mondo, a gesta a un’idea.
È questo il dolce lumiere
che dà di prove marea
che il nostro vissuto esteriore
del mito, il fumetto, una dea
assume lo stesso valore.
E perché sullo stesso sentiero
noi di questa, chiamata ancor Gea,
ci dovremmo sentir tanti omeri,
dunque sempre diversi da Orfeo?

Personaggio di libri piacenti
di una favola, un mito inventato
che una volta creato da menti
può calcar la realtà del vissuto.
Siamo come il ragno cruento,
Peter Parker dai bimbi ora amato,
o dei sogni la rogna tagliente
che del viso si mostra ustionato.
Black Jack di Tezuka diventa
come noi, pure la stessa Armata
Branca Leòn e anche quei bei Trecento
che Frank Miller ai disegni ha donato
dallo storico re combattente.
Un qualsiasi bambino che è nato
di Tse Tung è ugualmente importante.

C’erano davvero risposte a tutte le sue domande in un discorso tanto articolato quanto apparentemente elementare? C’era davvero la speranza di un credo privo di dubbi, di una serenità da acquisire per dimenticar le paure del nella, dell’inutile? A Giordano sembravano favole, anche perché infiniti errori si potevano ipotizzare in un tale ragionamento, infiniti dubbi, infiniti se… come quello di chiedersi come poter eleggere a Dio una parola che in realtà necessitava di attributi per acquisire vero significato: elettrica, termica, motoria, fotonica, quantica, atomica, etc… come quello di non poter assimilare l’immane potenza di Dio creatore di tutto alla misera fantasticheria di qualsiasi essere umano… come quello che pure di fronte agli occhi di un essere divino non si può dare a ogni figura la stessa intensità di significato, neanche se questo Dio è imparziale, perché infatti anche nelle storie inventate ci sono sempre protagonisti e comparse.

Ma appena appena cambiato comunque da quel monologo, Giordano volle immediatamente  incontrarsi con il suo “paziente” e al suo cospetto, nel luogo dove l’altro viveva da un tempo immisurabile, assaporò la durezza del pavimento, un’essenza che dopotutto non sembrava diversa dalla guancia che qualche giorno fa aveva colpito, provocandosi contusioni alla mano. Così, d’un tratto, ebbe la sensazione che quel materiale avesse la medesima composizione delle ossa di Cosma, rappresentandone a tutti gli effetti la sua espansione. L’intera stanza, l’intera base sotterranea poteva a quel punto esserne considerata la continuazione, come se la prigione che lo costringeva fosse ormai il suo stesso essere.

Marcella Argento

[continua nella prossima puntata….]

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