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Sul siciliano degli stenterelli

La fortunata serie del Commissario Montalbano continuerà ad allietare i fruitori della straordinaria bravura di Zingaretti e del ricordo di Andrea Camilleri. Continuerà perché “squadra vincente non si cambia” e perché chi ha avuto occasione di seguire la serie fin dal suo inizio non può che spiegarselo. Noi qui non scriviamo con l’intenzione d’inquisire su delicati percorsi di una combinazione diramata in rivoli di diverse acque, un percorso che non ci si addice, ma per riscoprire quali meriti che definiremo culturali ha continuato (per dire continua) a inondare specialmente gli stenterelli dell’estinto parlar siciliano. Riprendiamo un aggettivo caro al Carducci perché ci è parso adatto e inoffensivo per i tanti “sicilianisti di Sicilia” dei nostri giorni di recuperi e ricuperi. Anche perché consapevoli della consolidata e “naturale” maggioranza di fruitori regionali di Sicilia del puntuale programma della rete ammiraglia della Rai, rispetto all’altrettanto entusiasmata strafolla dell’utenza di quanti, tra Penisola, altre isole oltre i confini nazionali, sono aficionados e delle camilleranzate e delle avventure del Commissario che opera a Licata e vive in una villa con letto accogliente e prospicienza sul mare. Un mare che il regista ci fa vedere domato dalle bracciate di un nuotatore quasi perfetto, come deve essere un commissario Montalbano (d’Elicona?) altrettanto impeccabile segugio per misfatti e tragedie, che per quanta buona volontà si cercasse di ambientare altrove, mai e poi mai avrebbero un effetto di rendere per vere trame persino ridicole, ma necessariamente tragiche e mafiose quindi necessariamente siciliane. Infatti non deve e non può essere che drammaticamente gialla anche la ricotta delle pecore, se prodotta negli stazzi e tragici ovili siciliani. Ma, come si diceva una volta proprio in Sicilia: “Chista è a zzita!

2. Si diceva una volta con una locuzione che è divenuta proverbiale. E insistiamo sul proverbiale perché la paremiologia popolare dei siciliani codificata in quella lingua calata nella tomba della storia delle lingue tagliate, propone una filosofia tutta siciliana dal punto di vista della sua esclusiva scaturigine, in quanto codificazione di esperienze imprescindibili quanto a verità senza tempo, ma altrettanto inconfutabilmente senza confini geografici. Il pensiero dell’esperienza popolare siciliana come kantiana norma di vita a valenza universale. Anche per coloro illustri stenterelli che ignorando l’origine del detto: “Non dire quattro se non l’hai nel sacco”, pretendono di correggerne l’ammonimento inquinando con un gatto al posto del numero delle famose ciambelle del pane accolto nel sacco del frate della storia del detto. E lo fanno con quella disinvoltura propria dei saccenti che rischia di far breccia sull’emozione di chi non sa o non ricorda o non fa caso a ben altro avvertimento della sapienza popolare che dice: “Non comprare il gatto nel sacco”. I proverbi siciliani dunque come enciclopedia di una sapienza come didascalia della saggezza, come pensiero di un popolo che amava la concretezza. Ed ecco la grammatica del siciliano con i suoi verbi difettivi tutti mancanti del tempo futuro. Il siciliano come realtà e realismo che in linea con il principio dei “nomi conseguenza delle cose”, per definire il sorgere del sole non dice mai alba o l’altrettanto falso arba ma puntualmente ed esclusivamente “spunt’e suli” e non dice (se è voce siciliana e non è traduzione dall’italiano) tramontu ma “codd’e suli”. Attenzione: qui non si nega che ogni linguaggio si evolve e s’adegua al progresso dei tempi e delle relative realtà, ma si dice perché il siciliano nessuno più lo parla e se qualcuno lo scrive, non lo scrive in un codice che rispetta la regola fondamentale, quella di una lingua che non adopera verbi al futuro e che è alle sue origini pure figlia del latino e nipote della nonna greca. Titoli che la hanno resa talmente esclusiva da essere stata temuta dal fascismo ai tempi del fascismo.

3. Poi ogni epoca ha le sue code e i suoi nostalgici. Da noi, come dappertutto, sono arrivate le televisioni affabili cavalli di troia per l’appiattimento di qualsiasi linguaggio, e fino al lento passo del riccio chiamato globalizzazione. Nessun rimpianto, sia chiaro anche questo concetto per non finire fraintesi: nessun rimpianto, salvo il diritto a poter dire che nulla c’è stato in tempo e voglia di operare affinché si creassero luoghi e nicchie dove il viandante o il residente possa andare a confrontare la genuinità originaria del “Non dire quattro se non l’hai nel sacco” attingendo alla sua precisa storia, e la falsità di mettere il gatto al posto del quattro. Togliendo al gatto il suo diritto a essere protagonista dell’avvertenza valida per tutti e in tutto il mondo di non farsi ingannare al momento dell’acquisto di un gatto dentro il sacco, cioè comprare, ricevere o donare una cosa per un’altra.

4. Ma quello che può far commuovere fino al pianto (al ridere) è la riscoperta che le camilleranzate offrono al colto e all’inclita di Sicilia sulla lingua dei loro antenati. Il grido di gioia e stupore che provoca il ricorrere dell’aggettivo tanticchia. Cioè la esagerata manifestazione d’amore per una lingua obliata e protervamente dileggiata che si crede di riscoprire per merito del buon Camilleri che ha trascurato di adoperare anche il più appropriato tanticchìtta, per offrire agli assetati stenterelli di una lingua che hanno contribuito a sacrificare, perché inadeguata a rappresentare la loro origine patrizia, di gente “perbene”, di origini tutt’altro che campagnole, villane, che parlano in dialetto. In quel dialetto che loro, gli snob dell’alta cultura talmente alta da potere essere definita cottura, continuano ad adoperare quando affacciati dal balcone chiamano il fratello, la sorella o il coniuge chiedendo “Me lo sali il pesce” ignari della bestemmia che pronunciano traducendo il siciliano “m’ucchiani” cioè me lo porti su, col rischio di dare a intendere che si chiede una salagione, una messa sotto sale del pesce acquistato per il pranzo.

Povero dialetto che brutta fine ha fatto tra lingua di stenterelli e poeti che improvvisano criminalizzazioni letterarie sicilianizzando voci dell’italiano più puro e consueto con una disinvoltura artistica che sarebbe il caso di smettere, a costo di segare tanticchitta  della loro gloria accolta da editori distratti da quel Nord che ancora nel 2019 scrive nelle offerte di locazione: “Non si affitta a siciliani”, che poi è quello stesso che era talmente suggestionato dal suono del siciliano da insistere con “Ora-ora arrivau u ferribottu” ; o con più affettuosa inclinazione, spontanea carica di piétas umana e cristiana affidando all’incisività pubblica di murales una generosa esortazione: “Forza Etna!”. Non tanticchia ma meglio il più calzante “Tanticchitta o tanticchiedda”, amici nostalgici di una lingua nipote del greco di Saffo, Euripide e altri poeti e altri tragediografi figlia del latino di Cicerone, Orazio, Ovidio & Co.

Ludi Rector