“Dd’Attagnà”… – Anatomia di una morte annunciata

Sbarazzavamo i locali dell’archivio del Tribunale di Catania e non riuscivo a trattenermi dal dare un’occhiata alle svolazzanti calligrafie, per indovinare, oltre la polvere e il tempo passato, un qualche scampolo di conoscenza, un fantasma delle persone, ormai svanite, e che pure avevano vissuto e patito quelle vicende. Ma il lavoro –sub-appalto semi-nero– era proprio ingrato, e a un certo punto mi ero quasi (?) appisolato, nella calura pomeridiana e dopo un panino con la mortadella annaffiato da abbondante birra Messina, quando… quando mi caddero gli occhi su un fascicolo messo di sbieco sulla carriola, con sopra un nome troppo singolare per non recriminare la mia attenzione.

Lo so: non ci crederete. Ma ecco cosa trovai nel fascicolo Martoglio, invero piuttosto leggero, tra ordinanze e sentenze, testimonianze e perizie: una missiva scritta sui due lati di una carta velina incartapecorita, con inchiostro caustico, quasi a fuoco, difficilissima da decifrare per il sovrapporsi in trasparenza delle due facciate. Era firmata “Dd’Attagnà…” Corrispondenza anonima, o pseudonima? Un millantatore? Un fantasma? Un giudice sfaccendato con vezzi letterari (non sarebbe il primo)? Un letterato spratico con vezzi da negromante?

Fatto sta che non riuscii a separarmene: quando mi chiamarono per la fine della pausa pranzo, avevo già riposto il fascicolo nella carriola e sottratto l’insolito documento:

I.

«Il giorno che mi avrebbero ammazzato, mi ero levato alle 5:30 del mattino, per prendere il treno Giardini-Catania e sistemare la questione dell’ospedale, che mi turbava il sonno. Avevo sognato di cadere. Sognavo spesso di cadere: dall’aereo o dalla mula, dalle nuvole o dal pero… Quella notte avevo sognato di cadere senza provenienza, solo una spirale, in un ventre, dentro un pozzo, da cui, mentre precipitavo, vedevo il buco e il mondo visto dal buco –bellissima giornata con celo terso, volo d’uccelli – che si allontanava, e io cercavo di capire quel mondo da questa prospettiva, e più sforzi facevo, più precipitavo. Seduto sul fondo del pozzo la luna e i pesci si confondono come fai a conoscere il mondo così…

Dovevo incontrare il cav. Gaetano Salemi, per gli ultimi dettagli della sistemazione del mio figlioletto malato di febbre tifoide. Arrangiammo il necessario, ma un ostacolo finale sopravveniva: voleva parlarmi l’onorevole barone Libertini, presidente chiacchierato dell’Ospedale, banchiere-bancarottiere, promessa del fascismo. La personificazione di tutto quanto mi urtava. Volarono parole grosse:

— Fosse per voi, la gente può pure morire a Catania…

La promessa tuttavia non fu negata. Dovevo rivedere il cav. Salemi per gli ultimi dettagli. Il cavaliere mi aspettava e non volevo fare tardi, per chiudere prima possibile la vicenda (quale vicenda, mio malgrado, stavo per chiudere sarà presto svelato):

— Vado a togliere questo dente.

— Sii prudente.

La voce puntigliosamente profetica di mia moglie ancora riecheggia, nel corridoio disadorno, polveroso di calcina, la lampadina da cinque candele penzolante dal suo filo elettrico…

 

L’immagine, congelata, mostra il corridoio buio, la porticina sbarrata in fondo, “devo solo girare a destra, superare il cortile e sono su via Plebiscito, dove le carrozze aspettano”.

Le ventuno meno cinque del 15 settembre 1921. “Se non mi spiccio perdo l’ultimo treno per Taormina…”. Vedo ombre muoversi, agitarsi, prendere vita, alla luce riverberata dei lampioni della strada. Il tempo di rendermi conto e…:

Dd’Attagna’…

Appena l’agio di mettere a fuoco le sagome corpacciute, multiple, di bianco man’armate, che il colpo mi raggiunge alla croce della fronte. Ho ancora modo – ci credereste? – di sentire il crack del mio osso occipitale prima di perdere i sensi, e, in preda a una ridda di ricordi e racconti, mi appresto a salutare questo buffo mondo…

Sicari, certo. Non li riconobbi, ma non servirebbe qui la mia testimonianza contro di loro. Fosse stato allora avrebbero potuto ricondurci ai mandanti, ma orama’…

M’ammazzarono quindi, che sia risaputo! E non è questa la cosa più fastidiosa: tante volte me l’ero sognata, sorella morte: posso dire che i tanti duelli di gioventù servivano a esorcizzare proprio una morte a tradimento come quella che poi mi toccò. Giovanotto, avrei preferito morire di faccia al mio duellante, per motivazione esplicita quanto futile, col petto alla morte, oppure per le ferite, in coda alla confessione d’amore ad una qualche mia Milady… e invece… Oltre la vita mi tolsero la dignità della morte: incidente, scambio di persona, a me?… Uno, insegue la morte, e poi, la morte, se lo piglia per sbaglio? Sbadataggine o malasorte? Quello che veramente inquieta l’anima mia vagante, è il depistaggio, la frettolosità delle indagini, la superficialità e determinazione di quello che chiamiamo qua ammogghio. E poi i moventi: fin troppi, talmente tanti da imbarazzarne la scelta, agli inquirenti, più che la polpetta di cavallo lo stomaco del dispeptico…

II.

L’immagine, congelata, mostra il corridoio buio, la porticina sbarrata in fondo, “devo solo girare a destra e superare il cortile. Le ombre prendono vita, agitandosi alla luce che filtra dalla strada. Poi quella voce sardonica:

Dd’Attagna’ …

Sagome controluce brandiscono bastone, o sbarra o mazza che sia, il colpo mi raggiunge alla croce della mia fronte prominente, che cede con un crack. No, non muoio subito, perdo conoscenza certo, ma il mio cervello, per quanto compromesso e costretto da versamenti sanguigni copiosi e grumescenti, continua a macinare, come macina con abbrivio, continua a raccontarmi e a immaginarmi, a sognare… di cadere, infilato nella porticina non più sbarrata – e la sbarra? E’ quella del colpo? – a me pare il sogno ma non è: cado nel pozzo luce, buio più del corridoio non illuminato, impatto, supino? carponi?

I moventi dicevo… Beh possiamo cominciare con le offese in punta di giornale. Devo confessarlo: mi ero proprio divertito, mi ero fatto i fianchi tanti, come si dice da noi… Il D’Artagnan era un fioretto affilato e le braghe delle cricche e crocche potenti cittadine ne erano state punzecchiate a ricamo. Con quella ironia che a Catania assume il tratto peculiare di liscìa, avevo esaltato il nostro vernacolo, e la sua musica, la sua forza, facendolo diventare tagliente e brillante, tanto più serio quanto più faceva ridere. Ce lo venivano a scippare dalle mani, i cittadini, favorevoli e contra, che non facevamo in tempo a stamparlo. E io non pensavo più che per sonetti, e mostravo la realtà cittadina attraverso la lente dell’ironia feroce e spensierata. E ribattevo colpo su colpo, senza indietreggiare, più duro ancora con i duri, scalpello su faccia d’intaglio. E poi, non potevo non tener fede al nome pseudonimo (si comincia per scherzo e poi prendono possessione di noi) nonché nome della rivista. Potevo non concludere le querele a duello? A ogni mugugno dei Carnazza e del loro giornale, a ogni maldipancia del Sangiuliano, a ogni insinuazione di barbacucullo allittricuto poetante sulla mia poesia, rispondeva il mio spadino, con sfida pubblica e spubblicata, da farne vergognare per sempre chi non prendeva l’armi a lavar l’offesa. La piazza dell’Ogninella ancora ha le basole lorde del sangue versato, il portone che vide Peppa La Cannoniera cannoneggiare, tanto ne vide ancora, potesse parlare… Lo spadino lo ripulivo scenograficamente, passando davanti al palazzo di Sangiuliano, ministro e ministrante del Regno. Tanti duelli: forse non cento come i lupi nel bosco, ma abbastanza per morirne più fiati. Ancora dovevo mondarmi della vergogna provata, adolescente, quando mio fratello fu costretto a scrivere una lettera di perdono, al cav. Giuseppe Bonaiuto a quei morti morti, per la diffamazione da parte di mio padre, che era svelto di penna molto più di quanto lo fosse con il ferro. Ricordo la disperazione di mia madre, già da tempo disillusa per l’uomo, ma ora impaurita per la manaccia del Bonaiuto di ridurci in povertà e la faccia contratta di mio fratello che scriveva sotto dettatura dell’avvocato… Mi ripromisi di non lasciare indietro la spada rispetto alla penna: mai sarebbe avvenuto a me come a mio padre!

Fu questa la molla che mi fece schizzare nella prima età adulta: abbandonai il mio brevetto di capitano e lanciai la sfida al mondo intero, a testa bassa, a muso duro. Socialista, quando le masse invece che il voto avevano solo la rivolta, accompagnai con amicizia De Felice dai Fasci Siciliani a Sindaco di Catania, dal mio giornale, pure dal consiglio comunale per un po’. Non fosse stato per il teatro, per l’uso che gli attori videro si potesse fare con i miei versi, la mia capacità di schizzare (oltre che col pennino, s’intende) anche con le parole, la vita schietta e vivida della vita della città, raffinata e popolare che fosse, avrei certo trovato la morte che tanto secutavo. Ma mi attrassero in questo mondo fatato della rappresentazione, dove puoi punzecchiare la realtà più e più profondamente che con la politica, e facendo pure ridere le vittime. Me ne divertivo e vedevo che il pubblico ne rimaneva affascinato: pur preso in giro il popolo ne rideva, si riconosceva e si conosceva. Forse non era catarsi ma spettacolo sì, doppio della vita, vita rivissuta e compresa.

Così avevo preso la strada di Roma, inseguendo e guidando, compagnie teatrali e case di produzione cinematografiche, portandole al trionfo nazionale e internazionale.

Nel ’21, in qual maledetto settembre, erano anni che non mettevo piede in città. Avevo portato la famiglia – avevo pure messo su famiglia – in villeggiatura, a Taormina. Non fosse stato per quella maledetta febbre tifoide che richiedeva cure ospedaliere in un reparto adatto separato dagli altri, non sarei neanche sceso a Catania.

Moventi vecchi quindi, seppur moventi erano. Ma che un vecchio rancore possa essere rivomitato fino al punto da materializzarsi nei loschi figuri che incontrai quella sera, nel corridoio semibuio, mi sembra una forzatura. Non reggerebbe nella sceneggiatura di un film, non terrebbe la tensione a teatro. Non credo alla vecchia ruggine, che comunque aveva sempre trovato sfogo sufficiente nel duello. E’ vero qualcuno, non aveva accettato il guanto di sfida e ne era rimasto macchiato nell’onore, magari poteva covare l’odio sotto la cenere, ma vent’anni eran passati dall’epoca dei duelli… Magari un figlio, un adolescente all’epoca dei fatti, rimasto impressionato dalla vergogna di qualche fatto… Se era accaduto a me…

III.

L’immagine, congelata, mostra il corridoio buio, la porticina sbarrata in fondo, “devo solo girare a destra e superare il cortile e sono su via Plebiscito, dove le carrozze aspettano”. Le ombre sono corpi in ombra, prendono vita, prendendo una vita. Abbastanza tempo per rendermi conto ma non abbastanza per scantarmi e:

Dd’Attagna’…

Colpo! Mani corpacciute, mi afferrano, mi strattonano, mi impongono, mi tahafottono nella tromba, spirale discendente, avvitamento, me lo sono insonnato? Le mani mi gratto sulle pareti, ma il naso no: coma fanno poi a dire che sono morto per la caduta? 3 metri e mezzo? Se mi ci rompo la testa, certo il naso, e che naso, un graffio almeno, ce lo doveva avere! Guardo in su dal fondo del pozzo, coi miei occhi ormai incoscienti, altri occhi più coscienti che coscienziosi, mi scrutano.

Vero coup de teatre, quel “Dd’Attagna’…”! E di teatro, modestamente… Mi ero appassionato da ragazzino alla macchina teatrale: con l’opra dei pupi mi divertivo al teatro Machiavelli, dove, per due soldi, ti ricreavano con le storie eroiche dei paladini e con le buffonate di Peppenino. E qualcuno, di quelli che ci avevano la parte della liscìa, che a Catania non ne mancano, alla Pescheria, nei cortili, nei bassifondi…, qualcuno che ci aveva la farsa, mi convinse di scrivere pantomime, come facevo già nei miei sonetti sul D’Artagnan, distillando perle di vita dalla feccia dei derelitti. Opra dei pupi e i cittadini che facevano l’opra nella vita, furono queste le fonti di ispirazione, colte tra il lordume, le taverne e i lupanari, all’inizio per scherzo tra amici, poi nel D’Artagnan, e con le prime compagnie e la sorpresa di poterci fare qualche provento, poi con i grandi attori, i mattatori, Angelo Musco, Giovanni Grasso, quelli capaci di sollevare le folle e di smuoverne l’ironia, di farne vera e propria Arte, teatro dell’arte, senza maschere ma con mascherati, con maschere nostre, mie, vivissime. Vi assicuro c’avevo confidenza più con Cicca Stonchiti e Don Procopio Ballaccheri, e con più sugo, più divertimento, che con molto mondo allettrecuto e varvasapio della citatina tutta devota tutta. Il successo ci arrise, fummo chiamati nel continente, ne respirammo le arie, e fummo applauditi a Milano non meno che a Caropepe.

Presi coscienza dell’importanza dell’autore di teatro. A voi posteri sembrerà ovvio, ma non lo era ai tempi miei. Feci fatica a convincermi io, e poi a convincere i Grandi a scrivere per il teatro. All’inizio per i soldi che si potevano racimolare, anche Pirandello si piegò per questo. Poi ci presero gusto, capirono che il teatro poteva essere scrittura dignitosa, addirittura degna dei grandi artisti, e anche capace di convogliare proventi, come nessun libro poteva. Dopo la mia morte, Pirandello smise di scrivere in dialetto, e tirò fuori i capolavori che gli valsero fama internazionale e Nobel. Ma fino a quel momento gli attori capocomici la facevano da padrone. Divenni paladino del diritto degli autori. Tanto bene che fui cooptato dalla Società degli autori come Ispettore, e in questo ruolo pestai i calli agli Attori di grido. Fondai addirittura una nuova compagnia teatrale, con gli attori delle vecchie, ma senza i Mattatatori, compagnia corale e testo in primo piano. E se la presero, eccome se se la presero! Volarono parole grosse, recriminazioni, accuse di tradimento dell’antica amicizia, d’ingratitudine, di sfida anche: “voglio vedere come ve la cavate senza di noi…”. Minacce pure, di rappresaglia, di boicottaggio. Il movente c’è, non v’è dubbio. Sufficiente?

Intanto c’era stato anche il cinematografo, una folgorazione. Capii subito la potenzialità del mezzo, cosa si poteva fare con il montaggio, le inquadrature, oltre alla recitazione che già dava vita al teatro. Mi ci buttai con impegno. Fu così che mi allontanai dalla città, e anche dalle sue beghe. Rifondai a Roma la casa di produzione che a Catania era invischiata in una effervescente sequela di intrighi, fallimenti e cause civili.

A Roma fu un successo dopo l’altro, convinsi gli scrittori e i drammaturghi a scrivere soggetti per il cinema. Per Sperduti nel buio ricevetti critiche entusiastiche (in mezzo a qualche rosicone) per l’innovazione del montaggio, l’intercalare delle due scene lontane ma contemporanee, sfruttando fino in fondo nuovo mezzo e non semplicemente riprendendo le scene come fossero a teatro.

E non me lo leva nessuno dalla testa che il film fu fatto sparire, anni dopo, apposta dalla cineteca, sottratto dai tedeschi in ritirata e poi dai russi occupanti, e forse andato in fumo o seppellito in qualche fondo d’archivio, perduto ormai, sperduto nel buio, riecheggiato soltanto forse da Eisenstein o da Chaplin, poi forse dai neorealisti, ormai niente più – e niente meno – che un mito…

Ma d’altronde il cinema cos’è se non un miraggio, anzi quel particolare miraggio marino chiamato Fata Morgana, nome della mia casa di produzione cinematografica, sogno di poter toccare con mano i sogni, inganno di una fata buona/cattiva nel suo castello in fondo allo Ionio, che ha convinto il suo fratello/amore Artù a scendere negli inferi entrando dall’Etna, alla ricerca di qualcuno in grado di riparare Excalibur…

IV.

L’immagine, congelata, mostra il corridoio buio, la porticina in fondo, le ombre, “Dd’Attagna’…”, Il crack, il volo, il film della vita: i pupi, i sonetti, i duelli, il teatro, il continente, il cinema, Elvira, Taormina, il figlio, l’ospedale, i malacarne, i potenti, il corridoio, il pozzo… 

Ma altri moventi non mancano… Quell’ospedale era pieno di malacarne, reduci di guerra, ricoverati scemi-di-guerra lungo-comodo-degenti, o anche dipendenti dell’ospedale, assunti come compenso per una guerra assurda, come compenso di favori a uomini d’onore, come compenso di protezione delle famiglie maffiose, spesso come tutt’e tre le cose. Trovare dei sicari, per chi aveva fatto e ricevuto favori, non doveva essere per nulla difficile. E chi poteva più di tutti in quell’ospedale? Certo il direttore cav. Gaetano Salemi, mi aveva ricevuto da star, era stato impeccabile nei giorni precedenti, a trovare una sistemazione per mio figlio, una stanza con bagno, lontano dai reparti come la malattia richiedeva. Avevo dovuto sborsare di tasca il necessario per rifinire la stanza, completare l’impianto elettrico, mi avevano promesso che anche il corridoio sarebbe stato illuminato, ma quella sera maledetta, non lo era affatto. Il tipo che non scontenta nessuno, il buon Salemi, salamelecchi a me e leccate ai piedi al pezzo grosso dell’Ospedale, il barone Pasquale Libertini, nobilotto calatino, possidente latifondista, ammanicato in tutti i manici della provincia, già decorato da due processi per bancarotta fraudolenta della Banca Agricola Commerciale di Catania, e per appropriazione indebita proprio come presidente dell’Ospedale Vittorio Emanuele. I malacarne li aveva sistemati lui, o comunque per suo tramite e interessamento, o almeno avallo. Dopo aver fatto marcire i latifondi ereditati dalla sua schiatta, gattopardoiena, quando capì il vento, invece di opporsi all’esproprio, cavalcò l’onda delle riforme agrarie, non prima di aver permutato i terreni paludosi con terreni migliori del comune, o ottenendo per gli espropri indennità non dovute, o ricomprando e facendo ricomprare i terreni dagli assegnatari indebitati per il censo, subito dopo l’esproprio. Poi era calato dal calatino in capoluogo, come l’avvoltoio cala sulla preda boccheggiante, paesano e famelico subito inciampato nelle maglie della giustizia, ma già punto di riferimento per le prime squadraccie che si agitavano in città, facendo pure la parte di quello che li teneva buoni. Fondò addirittura un villaggio colonico che, per emulazione della Mussolinia che non si fece, chiamò Libertinia, quasi un nome socialista…

Il sangue mi ribolliva cercando di tenere a freno la lingua quando mi volle ricevere per mettere la firma all’assegnazione della stanza. Mi ricordava che si ricordava che ero stato compagno di lotte di De Felice, con i Fasci Siciliani, la lotta al latifondo… E che, tuttociònonostante… Ma non mi trattenni quando mi disse:

— L’ospedale, è pubblico e non si paga, fatte le spese per l’accomodamento magari poi un regalo ai dipendenti… i miei collaboratori qua fuori si incaricheranno della distribuzione… sono spiantati, sa?, avanzi della guerra, se non fossero qua dentro… chissà come si dovrebbero guadagnare da vivere!

Volarono parole grosse, non lo sfidai a duello ché non era più il tempo, ma non lesinai insulti e biasimo, sulla soglia della porta:

— Fosse per voi, la gente può pure morire a Catania…

— A suo tempo e proposito — mi abbaiò dietro nfuto, rincorrendomi nell’anticamera.

Il povero Salemi ci guardava esterrefatto, incapace di profferire parola. Dovetti superare i due uscieri corpacciuti, supposti collettori e redistributori di mance, prima di raggiungere finalmente mia moglie e sistemare mio figlio nella stanza nel Padiglione Costanza Gravina, in ristrutturazione.

Dovevo rivedere il cav. Salemi per gli ultimi dettagli. Il cavaliere mi aspettava e non volevo fare tardi, per chiudere prima possibile la vicenda:

— Vado a togliere questo dente…

— Sii prudente — la voce puntigliosamente profetica di mia moglie ancora riecheggia nel corridoio disadorno…

V.

L’immagine, congelata, mostra il corridoio buio, la porticina in fondo, le ombre, “Dd’Attagna’…”, Il crack, il volo, il pozzo, il residuo di mondo visto dal pozzo, pozzo luce, pozzo della mia vita, pozzo della mia coscienza che si dileguava, ma lentamente, con fatica, nella coscienza collettiva, nel mito…

Da quel momento i dubbi sulle indagini, gli errori di procedura, le frettolosità, che singolarmente possono sembrare semplici sviste, nell’insieme diventano un disegno preciso: depistaggio. Come gli stormi degli uccelli che vedevo a Roma, posarsi sugli alberi delle rive del Tevere, il singolo uccello non fa altro che correggere sbagli rischiando di restare fuori dallo stormo, ma l’insieme forma un unico e terribile organismo, magnifico e spaventoso, potente e flessibile, come fosse un unico terribile predatore…

Non l’indomani, ma il giorno successivo, e a mezzogiorno – con comodo – avvisarono il commissariato del rinvenimento di un cadavere in fondo al pozzo luce, identificato come Salvatore Caminiti, sifilitico, maniaco suicida, lungodegente: ma che ci voleva a vedere se era in reparto? E come spiegare che fosse vestito con vestito grigio, paglietta e bastone, scarpe di tipo bulgaro, un malato povero e pazzo. E poi: eravamo stati insieme per ore con cav. Salemi quel giorno, mi aspettava quella sera, lo sapeva bene chi era vestito in quel modo…

Col permesso distratto dell’indaffarato commissario, il corpo viene rimosso e ispezionato. Da un medico legale? Macché, da Giuseppe Riccioli, un chirurgo dell’ospedale – così rimane tutto in casa… – che rileva solo la ferita alla fronte e qualche graffio alle mani e si affretta a sconsigliare l’autopsia, “essendo conosciuta la causa della morte”. Conosciuta? Occam si sarà rigirato nella tomba, con tutto suo rasoio… Nessuna scientifica, manco un investigatore, a rilevare le condizioni della scena del delitto: profondità del pozzo, condizioni della porticina, materiale del fondo del pozzo luce, cemento o terriccio?, compatibile con la ferita?

Ci si accorge dell’errore di identità nel pomeriggio inoltrato, visto che il Caminiti è fin troppo vivo e vegeto in reparto, ma non se ne avvisa la moglie. Per pietà della donna, certo, che accudisce il figlio malato… Viene avvisata dell’accaduto solo a bara sigillata, per abbellire le esequie… E, mannaggia!, non c’è tempo per far intervenire avvocati e periti di parte.

E per tutto il giorno 16? Il corpo viene notato? Era ancora vivo, seppur incosciente? Supino o carponi? Riconoscibile? Con quel vestito grigio, paglietta e bastone e scarpe alla bulgara! Si può confondere col lungodegente sifilitico, maniaco suicida, vivoevegeto Caminiti? Aspettano che muoia? Me li vedo, dal fondo del pozzo luce, o dall’alto dell’anima fluttuante, i miei esecutori, i mandanti e gli insabbiatori, uno appresso all’altro, venire a curiosare alla porticina, a venti metri da moglie ignara e figlio malato, per vedere se schiatta, se tira le cuoia, dovesse poter guarire… chi gliela tappa la bocca…

La frettolosità del processo si avvale di complicità, ma anche, e come al solito, di omissioni e imperizie, e poi coperture delle omissioni per non fare brutta figura, e poi protezione dei potenti che hanno coperto le omissioni per non turbare gli equilibri, cane non mangia cane…

Certo che qui, il movente, si muove, si agita, fa il ballo di San Vito! Delitto su commissione? Malinteso favore al potente? “Lo facciamo scantare” ondato oltre le intenzioni? Certo un brutto pasticciaccio! Ma quel che lascia sospesi, insoddisfatti, anime in pena, è la facilità con cui si forma quell’atmosfera pesante fatta di deferenza, contiguità, chiusure d’occhi a uno o in paio, fretta, ossequio, oblio.

Resterebbe, volendo, il crack, l’ultimo rumore che sentii, prima e mentre perdevo cotanta conoscenza, registrato in quel documento che è l’osso occipitale del mio cranio, ancora riesumabile, ancora in grado di raccontare una storia diversa da quella con cui si chiuse il processo. Se l’unico trauma è quello, la tesi della morte per caduta è inconsistente, quindi… Il documento osseo ancora potrebbe parlare… Scomogghiare l’ammogghio. Se almeno fosse rimasto uno scampolo, un residuo, un pelo, del D’Artagnan che fu, a contare la storia…

Dd’Attagna’…

Posdata [incomprensibile, ndr]

Come Merro con Don Procopio, come Virgilio con Dante, come Tiresia con Ulisse, così ti condurrò mio tremulo amico a visitar gli spiriti inquieti che vagano nell’anima di questa arcana città.»

(Maurizio Cairone)