San Giuda – 13

[continua dal numero precedente…]

L’episodio di Andrea Sergio era parso perdersi nel vuoto e l’unico significato era stato dato al corpo esanime di un Silvio Trovato sotto cloroformio. Ma, finita la battaglia, padre Giordano aveva notato più volte Torre esordire con ricercate battute che avevano costretto il santo in violente reazioni ai suoi stessi danni: forse indotto dal dolore da soffocare o dall’inconscia colpa da punire, forse nella speranza infantile di attirare l’attenzione, Torre aveva solo saputo con abilità e ripetitività calamitare su di sé la rabbia di Cosma e degli altri scagnozzi, la rabbia che poi lui aveva riversato puntualmente sul vile responsabile dell’accaduto.

Uno stillicidio
soffocante
di violenza
penetrante.
Adesso era lì, di nuovo nel proprio covo, immerso in un fumo innocuo per nascondersi dal mondo intero e padre Giordano lo studiava, minacciandolo di vigliaccheria a ogni rifiuto di parlare.
Le mani.
In quella camera, dove l’unica fonte di luce era un piccolo cero su un tavolino di vetro, dall’ombra si riuscivano a scorgere solo le labbra pallide di Torre e le mani chiuse a pugno, pollice contro pollice, unghie contro unghie, mani ferme che ogni tanto cambiavano posizione per poi tornare ferme, inespressive, in un mondo dove i gesti sapevano a volte essere più eloquenti delle parole.
Era coercizione, il medico della mente lo sapeva, ma sapeva anche che i mali più pericolosi e disseminati nel corpo umano richiedevano un bisturi più profondo e determinato con l’aiuto di cure farmiche che, per scannare le cellule infuriate, dovevano colpire a raffica anche quelle sane; intossicazione generale assolutamente necessaria per inibire malattie senza fine. E Torre era malato, la sua costruzione medievale reggeva perfettamente, ma dagli innumerevoli buchi, dagli infissi e dalle pareti di roccia gli spifferi tagliavano l’aria, rendendo invivibili le stanze. Torre si sbriciolava facilmente e neanche se ne accorgeva, continuando immobile a resistere agli scossoni di terremoto, alle palle di cannone, alle ruspe di questi tempi, resisteva, sì, resisteva sempre, ma polverizzandosi. Per questo, malgrado adesso non volesse essere ascoltato, doveva raccontare, ricordare…
e come al solito aveva nascosto gli occhi.
Sorrise.
«Tu sai cosa passa chiunque lì dentro, anche quando è incallito. Un ragazzo come me, che possedeva solo la follia dell’odio e l’inesperienza di una storia qualsiasi interrotta da quell’unico evento, cosa poteva aspettarsi di buono da un posto simile? Eppure…» Sorrise di più, incrociando le dita e unendo mani di cera. Come al solito rifiutava di essere uomo. «Andrea Sergio riuscì a scuotermi dal limbo, attirò i miei occhi, i miei pensieri, mi attirò a sé come una calamita.»

Il monaco il suo sguardo ingordo
i suoi pensieri incontrollabilmente
aveva attirato sul passo sordo
del proprio aspetto ormai decadente.
 
Era arrivato solo da qualche mese: apparentemente uno qualunque con i capelli corti a spazzola e un sorriso imbecille, uno qualunque che sembrava prendere alla leggera anche la morte, uno qualunque come tutti, uno che pareva potesse dire di essere innocente come lo dicevano tutti, uno di cui forse, come per tutti, non si sarebbe conosciuta la ragione della prigionia, uno che subì il battesimo come tutti, ma che presto, tuttavia, lasciò a intendere che fosse diverso da tutti, perché non prendeva nulla alla leggera, neanche una piuma di colombo, e il suo sorriso non solo non era imbecille, era il sorriso che aveva qualcosa da dire, era il sorriso che sapeva e, no, non era innocente, e diversamente da tutti gli altri disse che aveva a lungo spacciato droga; ed era tanto differente da tutti gli altri che su di lui persino il battesimo parve non sortire alcun effetto, perché lui non era come tutti, lui era Andrea Sergio.

Tutti compiti, ordinati, puliti,
incappucciati nel saio bruno
semplici corde legavano vite
cacciate lontano dal senso mondano.
Il monaco il volto dal buio scurito
dal saio, cappuccio castano, Giordano
guardava percorrer navate nei riti
identico ad altri francescani.
Dita smagrite, capelli allungati…
Giordano bambino aveva pian piano
scoperto diverso da tutti quei frati
il monaco vecchio e sempre più strano.
 
Io avevo solo una cosa in comune con lui, l’aver saputo lavare le mie membra imbufalite dal battesimo di fuoco… ma non avevo saputo farlo con la medesima sua superiorità, coscienza e gagliarderia: avevo fin troppo presto imparato a fregarmene di tutto e a considerare il mio corpo come un’appendice buona solo a raggiungere i miei obbiettivi che erano quelli di vedere, sentire dormire camminare mangiare bere cacare. Per il resto niente, niente emozioni, niente rifiuti, fastidi, ribrezzi, niente di niente, niente colori, niente luci… niente ombre. Obbedivo per automatismo, perché qualcosa mi diceva che dovevo vivere e che, se non avessi obbedito, non avrei vissuto. Con questo atteggiamento ho persino imparato, già da allora, a sopportare il dolore senza soffrire, come i veri duri.
Infatti non me ne fotteva una cicca di quello che mi facevano, come non me ne fotte adesso. Mi interessa invece, mi interessa… dell’uomo che giocava a pallacanestro con i compagni e centrava il canestro, infilando le palle nel buco, con la stessa passionalità che avrebbe impresso nell’infilare il proprio cazzo nel buco del culo di una donna. E quante ne azzeccava! Era il più bravo! Ma non era solo questo: Andrea Sergio era leader naturale e si sapeva fare amare davvero.

Le penitenze non erano rare
pregare in ginocchio per ore
su tavole dure e il gonfiore
scrocchiava fino a far male.
I confessori facevano a gara
idioti quei preti a sbavare
udendo i segreti davanti all’altare
lontano da grata confessionale.
L’ostia imposta, banale,
cannibalico indizio di rito tribale
da dita invecchiate doveva mangiare
il corpo e il sangue sacrificale.
S’era abituato al danno morale,
al muto dolore corporale,
alla paura del buio totale,
alla solitudine delle sale.
La carne unita al mondo reale
aveva ormai perso il colore,
il talento di significare
qualcosa oltre a essere mezzo vitale
per rodere e tessere il rancore
per leder la rabbia animale
che l’anima amava soffocare.
Nient’altro restava ascoltare
nient’autonomia né ragione
o idea personale: ribellione
neanche una via, repulsione.
Viveva ogni dì a obbedire
automa imparava a gestire
la propria follia da ghermire,
perché continuava a ridire
qualcosa in fondo al suo cuore
che, se avesse avuto l’ardire
di porgersi in tutto il suo umore,
la furia in procinto di uscire
avrebbe annientato ogni dove.
Talmente orientato a inibire
gli impulsi che natura vuole
aveva imparato a sentire
lontano l’afflato d’amore.
Ma piano era apparso quel sire,
il monaco, oscuro signore,
che aveva fissato i bambini
con occhi convulsi e piccini
come a volerli inglobare
con mani paurose e vicine
oppure a volerli bloccare
con occhi profondi e corvini
ancora a volerli forare.
E poi, aperta la bibbia,
centrando la pagina letta
di scatto con non poca rabbia
sol come guida diletta
sa agire dov’altri s’insabbia.
Al capo che ha la via retta
non resta che campare in gabbia
emarginazione diretta
perché è reverendo, una trebbia,
tortura che tutti, corretti,
temendolo senza alcun dubbio,
bambini ed adulti, perfetti,
gli infliggono in mezzo alla nebbia
dei propri pensieri ben gretti.

In breve, brevissimo tempo il carcere si tramutò e non fu più luogo di penitenza. Successe quando nessuno fu risparmiato dalla passione: era l’attesa di vederlo saltare, giocare, contrarre ogni muscolo e, attraverso i possenti tendini, esprimersi non solo in campo, ma dappertutto, perché, dove si fermava lui, compariva il sorriso sulle bocche di tutti. Ai bagni, alla mensa, in cortile, in sala tv. Ci si divertiva, si sognava. Un giorno, quando nessuno se lo aspettava, comparve con la chitarra, ritmando Vitti ’na crozza. Poi intonò E vui durmiti ancora, poi un’altra e un’altra… canzoni che, anche se alcune sconosciute, erano scolpite tutte nel nostro essere ancestrale e dato che, per ogni canzone si formava sempre più folla, dato che ogni canzone scrostava dalle nostre menti intontite il fumo che il tempo e la modernità avevano impresso, non volle smettere di suonare finché regalò quell’odore di sicilianità a tutti noi. Perché non era soltanto l’essere galeotti che ci accomunava, era anche il nostro dialetto, erano le nostre origini, il nostro sangue, era la nostra cultura, il nostro modo di essere, era la nostra terra. Strimpellò per l’intera notte, portando alla mente uno dietro l’altro un motivo diverso e perfino le guardie non seppero dirgli di no, quando si misero a ballare con noi al ritmo di Ciuri ciuri.
Per ogni rissa, se Andrea Sergio era in zona, non era necessario che parlasse: bastava si facesse vedere, infilandosi di forza nella mischia e, come d’incanto, calmando gli animi, spegnendo i rancori. Poi diceva: «Il canestro ci aspetta,» e tutti lì, chi a giocare, chi a tifare, anche senza scommesse, perché non si sarebbe trovato alcuno disposto a puntare contro di lui che, si sapeva, certamente non avrebbe perso.
Come il tifone, come l’uragano che si avvicina, prendeva sempre più confidenza con le mura in cui viveva, la sua gioia prendendo sempre più terreno. Fu così che dipinse le pareti della propria cella, abbozzando l’Etna, gli archi della marina, il castello Vagliasindi, i Nebrodi con colori vivaci senza destare la rabbia della sorveglianza o del direttore che non solo non lo punì, ma non fece nemmeno cancellare le opere. Fu così che Andrea Sergio si sentì autorizzato a dare sfoggio creativo sui muri dei corridoi, della lavanderia, della cucina, rappresentando le scene già in passato dipinte nei carretti. Le figure si erano impresse nella sua mente come negativi su un rullino fotografico: Orlando contro Rinaldo con le spade sguainate e i campi verdi per sfondo, Angelica e Medoro in un bosco di pini domestici, Carlo Magno su un cavallo albino.
Non appena si fu stufato, gli venne l’idea delle bande per giocare alla guerra con cerbottane e palline di carta e, se chi perdeva si arrabbiava, Andrea tirava fuori le sigarette a una a una, regalandole a ciascuno dei perdenti, e aveva sempre una parola per tutti e lì dove si creavano gelosie, cercava di scioglierle, scherzandoci su e spiegando che eravamo tutti uguali, tutti affascinanti, tutti abili, un gruppo compatto contro il mondo.
Alla fine mi prese a braccetto e mi insegnò lo sport del basket, mi raccontò tante storie come una vecchia nonna, mi chiamò in gruppo ogni qualvolta tendevo a isolarmi.
Prima del fattaccio eravamo già grandi amici.

In un breve lasso di tempo
l’aere stesso si trasmutò
e il collegio come in un lampo
di bigio velo si vellutò.
Contro tal gelo non ci fu scampo
ogni scolaro conquistò:
era paura, allo stomaco un crampo
della sua aura che tutto agguantò;
era l’attesa contorta nel fianco
che il suo passare alimentò;
era l’attesa ad accendere vampa
sui visi giovani che lui scrutò;
era l’attesa, orrida zampa,
che il suo vagare calamitò.
 
Lì dove entrava, che fosse rampa
o aula o tempio o anche bistrot,
tutto quietava, rompeva in campo
dei gareggianti il borderò,
in camerata spezzava quel limbo
dei sogni infranti che tormentò
e su alla mensa calava il silenzio
finché ristava poggiato al comò.
 
Ci fu una volta, i primi d’aprile
in cui un bastone lo accompagnò
ed in cortile, lungo le file,
del suono angusto riecheggiò
il passeggiare per tutto il fuggire
del dì finché non s’oscurò,
quando, monile del ritmo virile,
nel dormitorio musicò
portando allarme con quello stile
senza interrompersi neanche un po’.
Nei corridoi di un luogo sacrale
per tutta notte corruppe le sale
e (sotto il dominio di un drago del male?)
neanche i suoi frati osaron parlare!
Banchi tirati durante le more
per stanche liti invasate dal male…
le sue sfuriate non eran parole,
ma sguardi netti baciati dal sole:
bastava, sagoma in cima alla scala,
per toglier fiato ad ogni furore,
bastava l’alito su nuche o su gole
per arrestare il battito, il cuore.
Tutti a quel punto perdevan vigore
stretti l’un l’altro contro il sentore
della comune minaccia maggiore.
“È ora di andare a dormire”
diceva con voce baritonale…
e alunni correvano, ai piedi le ali
senza pensare, senza sapere
perché a quell’ora di un giorno normale
invece di stare sui banchi a studiare
finisser protetti in quei letti-bare.
E non si usava neppur pronunciare
nome che mai fu conosciuto
come se osar di quell’uomo parlare
torme di guai generati e temuti,
forma prendesser, vudù da scampare.
 
Quando portò la strana scultura
che trascinò su tavola dura
e  lasciò dietro ogni lordura
era una scia di processionaria
era la spia di una nuova follia
era una via, scolpita una stria
sul pavimento di marmo scuro.
Stravinto e avvilito dalla paura
il direttore intimò l’afasia
tanto che, intento a lasciare contento
il portatore di tanta atipia,
non consentì si ostentasse premura
nel compimento di pulizia
e gli elementi di vana sozzura
larve, ora vermi d’astanteria,
ebbero il tempo di farsi mature
l’albero il vento trovaron la via.
Non inibito da un capo avvizzito
spesso esibì quelle statue proibite.
Le trasportava con rito contrito.
e non si sapeva, vi si chiedeva
dove potessero esser finite
se dall’ingresso avanti agli allievi
nessuna uscita trovasse rilievo
né nella cella portasse sollievo.
Non si vedeva, non si capiva
dove le avesse seppellite
assieme a tessere, legno sdrucito
lasciavan tracce di specie infinite
vermi che spesso troncavano il passo
eclissi, resti nel nulla spariti,
nessun effluvio imputridito
o le farfalle che vengono in vita.
 
Poi d’improvviso come per caso
s’intestardì a interpretare altro ruolo
era regista, prete inatteso
recita misto con ballo e anche coro
e i nuovi attori, senza preavviso
si ritrovaron d’un tratto nel cono
d’ombra, captivi del suo incompreso
timbro d’artista. Era un bel tuono
lugubre l’opera, sul palco resa.
Era, quel Cristo, ancora un po’ buono,
ma cupo calco, Mefisto pervaso,
bibbia rivista, su un crudo clono
nell’idea triste del mondo conteso
fra male e bene, fra bottino e dono.
 
Infine un mattino, per sbaglio o destino,
con occhi decisi, efferati e sinceri
squarciò di Giordano il viso bambino
e fu come un lampo rigato di geli,
fu come stupro malato e caino
ché in quei bulbi del monaco altero
c’era il fantasma remoto e vicino
di un’anima vaga, fiammella di cera,
che il tempo e lo spazio, assassini,
avevan locato in doppia materia
fra il monaco e Giordi, corona di spine.
Due eran uno, adrone adultero,
e nelle membra antiche e aguzzine
neanche una cella o un muscolo  intero
diverso ora era da quelli piccini
del giovan Giordano di lui prigioniero.
E quando l’arcano avvenne “a puntino”
simbiosi era già, di giorno e di sera.

Marcella Argento

[continua nel prossimo numero]

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