Considerazioni sull’opera poetica di Angelo Maugeri (2) (*)

(Continua dal n. 75/53 di dicembre 2016)

 

Tanto più, allora, le possibilità di questa parola poetica risultano incalcolabili: non c’è cosa, per essa, che non subisca, o non risenta, non possa beneficiare del suo riscatto (e/o condanna); non c’è limite, esclusione di sorta, infinite possono essere, sono, le cose che in essa entrano a far poesia. Questa parola – si diceva – riesce a leggere il cuore massimo e minimo del mondo, e delle infinite, capillari, minime cose. Le cose, i fatti, gli eventi, i moti più triti e banali, quotidiani, formano costellazioni, fanno firmamento, a parità, con le cose più “alte”.
La parola poetica, come per Proust o per Heidegger, diventa così il luogo del consistere dell’esistenza nostra, del mondo, delle cose.
Ed è in essa, allora, l’eventualità della loro catarsi e della loro salvezza. Intanto nel dono inesausto della loro pronuncia, della voce loro prestata, nella “grazia” che essa loro fa – anche costantemente accusando e denunciando –; e quindi – per usare le parole stesse dell’autore – nel conferire loro “una realtà intenzionalmente purgatoriale: qualcosa che travalichi il sentimento della sofferenza o della convalescenza, avendo come dimensione suprema il ‘divertimento’, ossia l’immaginazione della felicità. Come si può supporre, il senso dell’attesa, cioè della speranza, è quello maggiormente perseguito”.
E se si vuole avere oltre un’adeguata misura di questo riscatto vale la pena citare ancora (e si potrebbe – mi pare – indefinitamente).

La distanza fetale tra i pensieri e la mente
dove il male si annida (“…uovo morto
covato…”) l’oggetto sterile
il sangue
ciò che a un’ombra si addice
del verde in fiore…

Così nel mio passa e scompare un paese contiguo
nel breve incontro della forma del canto
la crescita del mondo nel compiuto
giro della persona
il trasmutarsi o il trasalire
da un nome o da un corpo. [Passaggio…, p. 74]


L’eco ripete il suono del sole nella valle
il sole splende lontano e fossile… [Passaggio…, p. 72]


…dove
andare al tramonto che perde
le valli? Svolazza la sera in un nastro
che pende dagli alberi erranti… [Passaggio…, p. 71]


Se nominare è chiamare in presenza
poche parole ci fanno difetto
fatalmente le cose
si moltiplicano sotto gli occhi se ne vede
la miseria e la festa. [Passaggio…, p. 28]


Nei paesi più interni di un ultimo
continente perduto in chissà quale
emisfero del sogno l’orbita si arresta
la stagione è compiuta in un punto
illusorio al di qua
del principio al di là
della fine la sfida
rilancia la sfida e occorre
nuovamente partire. [Kursaal, p. 25]


Ancora questo slancio indiziario
aprendo gli occhi chinandosi
ai rintocchi delle deboli
campane del villaggio. Era tanto lontano
l’ascolto della storia il gran brusio
come un altro richiamo
di rami e ramoscelli un parlottare
fatto persona
come fosse fiorito il mondo
sulla cima degli alberi. [Kursaal, pp. 25-26]


Ma l’errore precipita a capofitto
l’eroe nell’interpretazione che mutila
i tratti scoperti della mappa del cielo
i trecentomila chilometri al secondo che fendono
il buio fitto di golfi
nel silenzio dei mondi su cui
la luce che si sprigiona dalle sue dita
non smette di perdersi. [Kursaal, p. 26]


Aspira al doloroso rivelarsi
con il detto e il non detto
l’attesa del mondo in cui
potresti senza nome
paziente come l’istante
interrogare il sonno
cogliere l’orizzonte. [Kursaal, p. 71]


La notte nel giorno respira
la porta del mondo delira
l’errore dell’occhio si muove
a rapidi passi – ma dove
si accasa ma dove
si accascia
l’eroe dell’eterno ritorno?

Se il mondo
è quello che si cede
ai vivi
dalle finestre aperte
da quel che si vede
dalle finestre aperte –

Il congedo si espande
da uomo a uomo
il gesto cancella
le sue ultime immagini
però nasconde
l’esistenza plagiata
in un tempo crudele.

Quale contatto poi
(difesa ostile?)
a piastre e anelli
a scaglie d’aria
a fredde
lamine azzurre? [Kursaal, pp. 78-79]


La prima infanzia il primo
spezzone del filo e noi
ci tocca guardare
al buio
l’attesa in cui ride
ogni apparizione.
Niente è tutto è. E occorre
riprendere tempo. [Kursaal, pp. 81-82]

Tutto qui sembra rinascere, rivelare la sua vera profonda essenza, manifestare la sua vera natura ontologica tramite quel particolare nuovo modo di cogliere i rapporti: in modo trasposto rispetto al modo solito, che rompe la “logica” consueta e rinviene, appunto, una sorta di più profonda e naturale costituzione e struttura, per cui ogni singola cosa stessa sembra emanare, ed essere immersa, in una nuova, vivida luce, e rivelare nuova sostanza e nuova forma: il che mi ricorda, ad esempio, l’ipotesi dello scrittore nuovo delineata da Proust in una pagina della sua Ricerca.
Caratteristica, inoltre, è quell’introspezione dell’infinitamente piccolo, dell’infinitamente intimo, che per analogia, e metafora, e correlazione interna risulta introspezione dell’infinitamente grande (così come nel D.N.A., ad esempio, è il “codice” di una persona e di una vita, e nella struttura dell’atomo sembra enucleata la struttura dei sistemi stellari). La possibilità di nuove immagini e sortilegi, e connotazioni e valenze semantiche, che scaturisce da tutto questo mi pare, praticamente, inesauribile.
E in tale mondo della dimensione interiore, creato, o rinvenuto, dall’evocazione, dall’analogia, dalla metafora, nella possibilità di scambio e metamorfosi di tutte le cose, le cose stesse – pur restando in sé, nel mondo oggettivo, inaccessibili e incomunicanti, noumeni, come monadi – si ritrovano a formare quella comunità profonda che fuori di quest’ambito sembra irrimediabilmente perduta. E in tale dimensione l’io, l’uomo, può ritrovare, forse, se stesso.
Nel dilagante universo della comunicazione estrinseca e degradata, insomma, questa parola della lettura interiore può preservare la sostanza profonda delle cose e dell’uomo, trascenderne il “valore d’uso”, redimere quella che ci pare la mortificante assenza di senso del mondo.
Perciò quest’avventura, questo “viaggio” non è finito, non può finire, nella tensione della sua ricerca.

Luce del navigare mostrata in una
punta di lama che sfiora
le mura dell’acqua e non tocca
l’istante che si apre
oltre ogni sguardo, ogni insonne avventura:
dono del cielo più dei passaggi
che il flusso moltiplica
di campo in campo… [Piccoli viaggi, p. 10]

Ma quali sono, un po’ più in dettaglio, le tappe, i temi, i modi, di questa produzione poetica?
Rifacciamo un po’ l’itinerario.
Si parte dai folgoranti flash di Mappa migratoria, in cui l’incontro fra realtà e senso, fra ontologia del soggetto e ontologia dell’oggetto, come facendo “massa”, “corto circuito”, esplode continuamente in accensioni che esaltano improvvisamente ogni esperienza come in un istantaneo accecante bagliore, e immediatamente la consumano. E però quel bagliore continua a indugiare a dentro, come avviene sotto le palpebre allorché si fa la prova di chiudere gli occhi che si sono esposti alla luce del sole.

Per Sabina (Offenbach)

Il momento è quello che anticipa
la mutazione temporale, seme uovo
senza legami la nebbia con l’odore
il suono di un tamburo. È nata qui
parla solo questa lingua. [Mappa migratoria, p. 13]


Imitazione

Nell’onda il sonoro recupero di una parola
scarsa memoria scarso involucro straripante
dai guizzi dell’inconsistenza serale
della foglia lacustre un segno. [Mappa migratoria, p. 14]

In Verbale di s/comparsa si assiste a una frizione più aspra, drammatica, con l’attualità e quotidianità del mondo, e alla ferocia patente o latente, palesemente od oscuramente minacciosa di esso, risponde l’azzardo più spericolato, aggressivo, disinvolto, duttile, continuamente messo alla prova, della più arrischiata sperimentazione, dei suoi più sorprendenti equilibrismi e acrobazie.

aboliti l’arrivo & la partenza
l’utopia & il gesto
isola & immobilità
la presunta assenza dei requisiti. [Verbale di s/comparsa, p. 45 ]


importa qualcosa se                     tutto è a posto
lo vogliono tutti                              nella tenaglia
il cane custodisce               il segreto istruttorio
l’odore del morto                     copre le indagini       [Verbale di s/comparsa, p. 46]

Ne I sensi meravigliosi una sorta di travolgente ritmo della scrittura, sbrigliato, quasi “allegro”, disinibito, investe quasi con irridente facilità ogni possibile accidente che incontra sulla sua strada, brucia del suo acceso furore ogni cosa, dalla più lieta alla più trista, senza remore, quasi con spavalderia, e redime nell’incandescenza del suo fervore anche la quotidianità più trita, anche le cose e i fatti di per sé più insalvabili, le più inerti o aspre desolazioni, i dolori più cocenti, anche la squallida tragicità dei fatti di cronaca.

Così là i primi divieti di riflesso le prime noncuranze
in presenza di ciò che seguiva
scuotendo il tronco le braccia i capelli
soffiando sul fuoco –

La danza il suo vivo splendore
il viso che lentamente svaniva… [I sensi meravigliosi, p. 113]


La molla la trappola il tempo e si sono
trovati così ritrovarsi è fatale lo scatto
che riproduce il tempo una copia perfetta
l’immagine di sé ma provvisoria

(metafisico certo per quello che vive
sarà ancora una volta il pugnale
a giudicare dal va e vieni
il momento conclusivo il decisivo
fiotto di sangue sasso di sale sciolto)
per poco che cominci così la preferenza
del rosso infilato nel rosso boccheggia
il vento d’acqua il piacere oscuro
d’inalare aspirare… [I sensi meravigliosi, p. 138]

In Passaggio dei giardini di ponente, invece, sembra circolare un’aria da stagione di piena fioritura, di ricca maturazione, in cui quasi si gusta, non di rado, il piacere dell’indugio – pure nell’esperienza di iniziazione, di itinerario esplorativo – in cui spesso si ama fermarsi in contemplazione, in degustazione dei luoghi, delle memorie, degli eventi, delle fantasie, dei sogni, degli affetti, dei sensi, degli “esterni”, degli “interni” come luoghi privilegiati, santuari dell’intimità, in cui però, come sempre, tutto, più che un vero e duraturo possesso, è come una provvisoria prova, non c’è la piena sicurezza che qualcuno, qualcosa, il mondo, il tempo, le ore, le infinite storie private dentro la generale storia, il nostro stesso individuale essere, veramente, per così dire legittimamente, ci appartengano.

Cercando il castello il passaggio segreto
sbarrato dal batticuore ma i fiori
rimasti a passire da allora… [Passaggio dei giardini di ponente, p. 39]

O nelle più grate delle mie
latitudini ore e ore di veglia alterate

foreste più dolci e selvagge
le false costellazioni degli assedi

dove gli assalti spostano i margini… [Passaggio…, p. 43]


L’ondulazione impercettibile quasi per
spaccarsi questo universo incerto che si propaga
dentro di sé la stanza l’aria calda
misurando la scia che lascia
la corsa lungo la calma improvvisa delle pareti
che graffiano di nuovi impenetrabili
le ambiguità del tempo… [Passaggio…, p. 47]


Il nome legato a un anello
le piccole strade del parco coniugate
fra un tic e l’altro
lungo i freddi legami del tempo
sciogliendone i nodi
fredda febbre lo stesso
silenzio dei gridi
nel rosso della serranda… [Passaggio…, p. 79]


Il sogno che insieme sognammo
come una morte incompiuta nel buio dell’anno
non può non corrispondere all’attesa che approssima
la mia distanza alla tua
come un’onda dischiusa presenta
l’abisso del viso
ecco che mi avvicino a questo incontro mai troppo
descritto mai troppo
riscritto. [Passaggio…, p. 96]


impazienza è guardare
la pazienza del mare
e questa ricorrenza originaria
l’eco delle sue rare
parole ciò che pare
un miracolo nel mondo dell’aria…
[Passaggio…, p. 11]

Kursaal già nel titolo suggerisce l’idea di luogo chiuso, di dimora inquietante, in qualche modo imprigionante (come, verrebbe da dire, il sanatorio internazionale Berghof della manniana Montagna incantata). Certo, come sempre, c’è diffusa intorno, dovunque, l’attesa, il germinare impensato e inesausto degli eventi possibili, anzi dell’evento, dell’avvento che sempre si è atteso e mai si smetterà di attendere. Intanto però, qui, in questo luogo, dove la vita passa presa dai suoi limiti, le sue angustie tutte da scontare, si sopporta quotidianamente la sofferenza del procrastinare, l’ipotesi sempre illusa e delusa di quella soluzione sempre prossima e sempre rimandata, e che forse mai arriverà.

È mezzogiorno su in alto ma lontano
proprio ora sopra di noi
il sole è fermo ma verrà
il resto verrà perché tutte
le ombre sono basse
in attesa negli angoli qualcuno
si curva un po’ di più è già
troppo vicino sopra
di me io sono
un piccolo miope
testimone. [Kursaal, p. 56]


Una sala di cura un vestibolo bianco
nel solo avvicendarsi poi che tutte le cose
erano già accadute e uscendo
da quel luogo indistinto da quel tenero guscio
perfino il mondo non poteva sfuggire. [Kursaal, p. 35]


Le notti assediate da sguardi irriflessi
così ingenue e pallide nei loro recinti
senza aspettare invano
ciò che ti coglie e arriva
ti coglie a tradimento –

Albero o muro eppure vivo
in balia della febbre mi riconosco
prima dell’alba nei fuochi che cadono
perché si scopra il giorno si dissolva
la tenebra del cuore il gran tormento
nella sua fissa dimora. [Kursaal, p. 46]


La prima infanzia il primo
spezzone del filo e noi
ci tocca guardare
al buio
l’attesa in cui ride
ogni apparizione.
Niente è tutto è. E occorre
riprendere tempo. [Kursaal, pp. 81-82]


Il cielo che non rise
e la rosa
la rosa che non smise
di esercitarsi a vuoto
al davanzale. [Kursaal, p. 82]

Nei Piccoli viaggi un’energica forza, una nervosa esigenza sembra urgere e fremere dentro le vene, dentro la mente; circola dovunque un’aria impetuosa, frizzante, e nel contempo accesa, insofferente, quasi perentoria; la voce si fa decisa, la parola spiegata e forte, si pronuncia d’impeto una profonda istanza morale: anch’essa legata intimamente all’appassionata, quasi accorata ricerca d’una ragione degna, dell’esistenza, del mondo, della nostra avventura in esso. Vale la pena, si può ritenere possibile, proficuo tentare gli eventi, sollecitarli, prospettare l’ipotesi d’un vitale cambiamento.

Vi basta? Da un lato
del tappeto cominciavo
a non sentire i numeri e le dita
del tempo appena scosso come un grano
di polvere sull’orlo.
Sorridevo dai fogli, studiavo
come apparire fuori, come aprire
le lettere non lette, ma volando
venivo alla volta delle morte stagioni
tra vecchi calendari ininterrotte
passioni di epistolari
rinchiusi nei cassetti. Oh, miei cari,
quanti, quanti progetti
distanti e solitari. [Piccoli viaggi, p. 6]


Si avventurava per più tempo ancora
l’apprendista dei mari senza mutare
il corso alle correnti. Volava in cristalli
in impetuose barriere
per strade liquide e ferme
scavando passaggi, tane sotto tane
l’occhio impassibile del giovane squalo… [Piccoli viaggi, p. 10]

 

isadora04

_________________________________________________________________

(Continua nel prossimo numero di Lunarionuovo)
(*) Il saggio qui presentato riprende con alcuni aggiornamenti quello pubblicato su «Cenobio / Rivista trimestrale di cultura» (Anno LV, Aprile-Giugno 2006, n. 2, nuova serie, Lugano).

Print Friendly, PDF & Email