L’anello

tarocchi

 

Quella sfilza di anelli nella vetrina attirò la sua attenzione: che un rigattiere con arie da antiquario mettesse nella sua vetrina una quantità di gioiellini che sembrano antichi (e magari non lo sono…) non è poi una cosa così strana, ma ciò che l’aveva sorpreso era il fatto che, in mezzo a parecchi anelli chiaramente femminili, solamente uno avesse un aspetto senza alcun dubbio maschile.
E così l’ingegner G.S., entrato nella bottega, chiese di poter vedere da vicino proprio quell’anello: non solo era, come forma e come tipo, certamente maschile, ma – cosa stranissima per lui – gli piaceva veramente; e poi (cosa ancora più strana, anche se poi lui avesse fatto di tutto per negarlo, principalmente a se stesso) la ragione definitiva che l’aveva spinto a comprare l’anello (seppur gli fosse un tantinello troppo largo per il mignolo, dove aveva fin da subito :deciso di metterlo) era stata quella che su di esso erano incise, guarda un po’, proprio le sue iniziali: G.S.
Non capita poi così raramente trovare persone, vive o morte, che abbiano le nostre stesse iniziali, ma effettivamente questo fatto aveva stimolato l’orgoglio dell’ingegner G.S., neanche pensasse che lui e uno dei proprietari precedenti dell’anello (o magari l’unico suo padrone) fossero i soli, nell’intera storia del mondo, a possedere, sfoggiandole su di un anello, quelle iniziali: G.S.
Fu così che, sorvolando sulla richiesta, forse un briciolo esosa dell’antiquario-rigattiere, aveva comprato l’anello e l’aveva subito infilato, con un gesto, certo senza accorgersene, di ostentazione, al mignolo sinistro.
Stava uscendo dalla bottega e l’antiquario, nel salutarlo, aveva soggiunto, quasi a sottolineare la bontà dell’affare, che l’anello, dallo stile e dalla forma, doveva essere di scuola francese, a cavalo tra Sette e Ottocento…
«Una bella combinazione, quella delle iniziali» continuava a ripetersi tra sé e sé l’ingegnere e così, a forza di ripeterlo, incominciava a legare a questo particolare un valore quasi superstizioso, o addirittura magico. Proprio lui, che non aveva mai creduto neppure alle coincidenze!
Rideva, ovviamente da solo, dei suoi pensieri, ma tuttavia, l’ennesima volta in cui gli chiesero se si fosse fatto fare espressamente «quel bell’anello, e… con le sue iniziali, per giunta», non ce la fece proprio più a trattenersi e, tra il serio e il faceto, rifacendosi a quanto gli aveva detto l’antiquario, era scoppiato: «No; apparteneva ad un personaggio che si chiamava… (hop-là: il colpo di genio della sua fantasia) Guy Sôle, ingegnere militare dell’Armata di Napoleone…»
Chissà poi perché si era inventato quel nome e quel mestiere o come si potesse spiegare che gli fosse venuto in mente – chissà da quale meandro della sua coscienza o da quale legame ancestrale (tutte balle!) – proprio quel nome, quel grado e quella mansione… Oltretutto, poi, andando a controllare prima sulla Larousse e poi anche su internet,aveva scoperto che era esistito veramente un Guy Sôle, ingegnere militare, non tra i più famosi ma neppure tra gli sconosciuti, nelle armate napoleoniche, che (così diceva la Larousse) era «nato a…, morto a…, partecipò all’assedio di…, et cetera et cetera et cetera». Pensando ad un ricordo di una qualche lettura fatta chissà quando e chissà dove, tornata alla mente chissà come e perché, l’ingegner G.S. non poté nascondere, nei giorni successivi, una gran bella soddisfazione. L’anello magari non era mai stato di proprietà dell’amico (così ormai, in confidenza, lo chiamava tra sé) Guy, ma d’altra parte questa coincidenza (certamente inventata da lui stesso, sicuro…) non era poi tanto brutta: Guy era stato un ingegnere (come lui), discretamente famoso (e il nostro sperava proprio di esserlo, o di diventarlo, in egual misura), discretamente ricco, discretamente bello e fortunato con le signore, discretamente longevo e tranquillo, nonostante le fatiche militari della gioventù, nei suoi ultimi anni (e l’ingegnere, per arrivare a conoscere tutti questi particolari, aveva compulsato svariate volte altri libri e siti internet…).
E allora, perché non prendere la coincidenza come una sorta di profezia? Tanto, lui non ci credeva, e dunque… perché non pensare, ma proprio soltanto così, per riderci su, ad una specie di “eredità” spirituale o perché non (tanto vale tutto per quello che vale) ad una reincarnazione dell’ingegner Guy Sôle nell’ingegner G.S.?
Così incominciò a vivere in una forma quasi doppia, come se si fosse diviso in due persone. Come si sarebbe comportato in questo caso Guy? Cosa avrebbe detto a questo tal proposito? Che atteggiamento avrebbe assunto in questa talaltra situazione? Comportandosi così (oh, giusto solo e sempre per scherzo e da solo, quando era sicuro che nessuno potesse notare alcunché di strano nei suoi comportamenti), cominciò a sentirsi più importante, più sicuro di sé, più dignitoso, più bello; arrivando persino a parlare al suo invisibile (ma per lui presentissimo) amico. «Ah, grazie, grazie, Guy, di quello che mi offri; grazie della nobiltà, starei quasi per dire, che tu ispiri a tutti i miei gesti».
Felice per le scoperte che, un giorno appresso all’altro, credeva di andar facendo (e tutto ciò gli confermava appunto una sua convinzione: tutto è solo e sempre questione di autoconvinzione…), l’ingegner G.S., in un giorno autunnale buio e nebbioso, montò sulla sua auto e, dopo essere entrato nel corso centrale della sua città, non percorse neppure un paio di centinaia di metri che, lo sguardo annebbiato da chissà cosa, andò a scontrarsi con un camion, e nell’incidente gli si staccò di netto la testa, proprio come era capitato al marchese di Saint Ignace, Gustave di nome di battesimo, in quella mattina, scura e appiccicosa, del 1793.

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