Considerazioni sull’opera poetica di Angelo Maugeri (*)

Ritengo che percorrere la poesia di Angelo Maugeri riesca una memorabile avventura interiore dagli incalcolabili tragitti e accadimenti. L’avventura è, innanzi tutto, angelo maugeri poetanell’oggetto: perché a me pare che questa poesia si inscriva tutta intera nella metafora-archetipo del viaggio e della peripezia. Certo, viaggio e peripezia in un senso speciale, che comprende una problematica costante, e il sostrato di fondo della condizione attuale. Poiché, là dove s’è perso (o ci sembra: che è lo stesso) il possesso, la nozione certa, dell’io e del mondo, e del rapporto e contatto reale e autentico fra noi e con le cose, questa parola poetica, mentre continuamente sembra imbattersi in una serie indefinita di chiusure, dinieghi, divieti, constatare ogni momento la difficoltà dell’impresa, tuttavia sembra non poter smettere di perseguire il fine – per progetto, e più, per necessità – di postulare una verifica e ricerca dell’io e del mondo stessi, del contatto e rapporto autentico, la volontà di rifondarne, se possibile, il senso e la “realtà”.
Questo discorso – già tutto in corpore inizialmente – ha preso sempre più consistenza, spessore, dimensione, coscienza di sé: un discorso sempre in fieri, che s’è nutrito del suo stesso tragitto, del suo stesso costruirsi, ed essere, e avvenire. Perciò io ritengo che i vari libri che lo scandiscono siano le “parti” che cercano e insieme inventano, creano “il libro”. Ed esse, pur autonome, tuttavia tras-corrono fra di loro, si integrano, si rimandano dall’una all’altra le voci, gli echi, i riflessi, i significati, formano una com-presenza costante e inscindibile. Per cui, a mio vedere, basta (alla maniera, mettiamo, auerbachiana) praticare delle “sezioni” in una qualunque pagina di questo “libro” per rinvenirvi la presenza di tutti i suoi elementi caratterizzanti.
Mi pare sintomatica la stessa sequenza tematica dei titoli: 1Mappa migratoria (Geiger, Torino, 1974); 2Verbale di s/comparsa (Geiger, Rivalba-Torino,1976); 3Il filo del discorso (Altre ragioni) («Niebo – Rivista di Poesia» n. 2/3 (Deambrogi, Milano, 1977); 4Minimi variabili («Niebo – Rivista di Poesia» n. 2/3 (Deambrogi, Milano, 1977); 5I sensi meravigliosi («Quaderni della Fenice» n. 4, Guanda, Milano, 1979); 6Il fiume i falchi la distanza il vento («Almanacco dello Specchio» n. 9, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1980); 7Passaggio dei giardini di ponente (Società di Poesia / Lunarionuovo, Milano-Acireale, 1983); 8Kursaal (Guanda, Parma, 1989); 9Piccoli viaggi (Laghi di Plitvice, Lugano, 1990); 10La stanza e la partita (Nuova Editrice Magenta, Varese, 2000); 11Nóstos (alla chiara fonte, Lugano, 2004); 12Varianti Variabili (Consorzio Artigiano «L.V.G.», Azzate, 2012); 13Prove d’impaginazione (Nuova Editrice Magenta, Varese, 2015).
Ma appena intrapreso l’itinerario poetico si può constatare veramente quanto esso si addentri e dirami nelle più svariate direzioni e sensi: nell’hic et nunc, nel passato e nel futuro, “dentro” e “fuori”, negli abissi del minimo e del massimo, alla ricerca di quell’obbiettivo, quell’approdo, che per quanto continuamente sfuggente mai cessa d’essere perseguito.
Ma mentre da quanto detto potrebbe sembrare che tale discorso poetico sia costretto entro linee obbligate e indirizzato a un esito definito e coartato a priori, è vero invece che esso è “avventura” assoluta, aperto a tutte le possibilità, a tutti gli esiti e a tutte le sperimentazioni. La scrittura non conosce limiti nel provare e riprovare in tutte le possibili direzioni. Il discorso muove, a mio parere, da una sorta di verginità di attesa iniziale (pur con tutta la sua avvertita coscienza) per la quale la positività e pienezza vitale doveva pur esserci, almeno in una condizione originaria, e forse c’è, o ci dovrà pur essere, non importa dove, se “dentro” o “fuori”, se “di qua” o “di là”. Ma non può non scontrarsi di continuo, pur nella sua costante sperimentazione, con una “realtà” degradata, inautentica, invadente e violenta, e nello stesso tempo precaria, elusiva e delusiva, qual è, o ci pare, quella che stiamo attraversando. Il “viaggio” nella sua natura di evento e progetto originario – archetipico – doveva, dovrebbe, essere, appunto, scoperta di sé e dell’“altro”, arricchimento empirico ed esistenziale, ricerca e raggiungimento di una meta, in ultimi termini con-crescita dell’io e del mondo: ma ci appare, nella nostra condizione, piuttosto “mappa migratoria”, implicante, cioè, condanna ed esilio, straniamento, incertezza di un approdo, dubbio sulla possibilità di attingere un destino significativo, di esserne arbitri, o eventualmente di cambiarlo, o di conseguire, dovunque sia, una liberazione dal “male” che sempre ci accompagna.

 

L’incubo quotidiano è il male andato
o venuto a cercare un riparo.
Ora per sempre la vita non è cresciuta.
Una mattina il sole sopra il fuoco, un
destino diverso? In sé ha il germe della
fuga. Quando torno è per poco, la sera
della terra velenosa è viscida
come altrove.   [Mappa migratoria, p. 11]

 

Noi non sappiamo, in tutto questo, se e quanto sia l’io a gravare sull’oggetto, sul fatto, sull’evento, o non invece ad esserne gravato.
O piuttosto si tratta di compresenza e coessenza inestricabili, e perciò, magari tocca a tutte e due le parti in causa la responsabilità e il sentimento di bene e di male.
E tuttavia viaggio e peripezia non possono non continuare, sempre. E anzi sembrano non poter aver limiti: né nello spazio né nel tempo, né nel soggetto né nell’oggetto, in un inestricabile coesistere e intersecarsi, avvicinarsi e sfuggirsi, di punti, linee, piani, strati, direzioni, nel loro innumerevole e indefinito intendersi, non intendersi, fra-intendersi, illudere, alludere, deludere. Così come, nell’inesausta avventura verbale, i continui scambi direzionali della sintassi, il suo comporsi e frangersi multiplo: come se una serie di specchi ne moltiplicassero indefinitamente e se ne rimandassero continuamente dall’uno all’altro le possibilità, l’inesauribile filiazione di immagini e significati, come in un continuo errare d’orizzonti.
Comunque “vale la pena” intraprendere il viaggio, intricarsi in questa nel contempo dannante e liberatoria peripezia, in quest’“invenzione dentata” del mondo.

 

Così appare improvvisamente l’ira lo scoppio
il tempo il diamante nel sotterraneo.
Vale dunque la pena aspettare, questa
invenzione continua a vivere a ruotare dentata
nel nostro impietoso momento amore imperituro.   [Mappa migratoria, p. 12]

 

È la certezza dell’evento, e insieme la sua incertezza, il non poterlo prevedere, stabilire, possedere durevolmente.
Non sappiamo se la “realtà” e la vita siano dono o dannazione, libertà o costrizione; non possiamo fermare, individuare, il luogo e il momento. Non possiamo fissare il punto d’attracco temporale e locale dell’anima.

 

Il lago che annega nell’occhio
smuove le fronde della stagione
sulla riva trapassata un rapimento
di un moto inerte nella rete attesa
senza sapere il prima il punto il poi.   [Mappa migratoria, p. 15]

 

La terra, in cui avviene questo viaggio, è luogo d’origine, di transito, d’esilio. Perduta, sempre cercata, patria d’ipotetica felicità e riconoscibile pena.

 

(“Asilo? ausilio?
esilio?…”) Nell’ultima
richiesta sottovoce
sciami e stormi e frotte. E c’era
questo paese di trote e passeri e api
dai richiami lungamente aspettati. Io potrei
essere qui ma non sono
che là dove si affollano voci d’innumerevoli
lingue di terra e d’acqua.
Forse c’è ancora un’altra differenza
o un’altra sofferenza
nell’aria sorpresa come paralizzata
pensando di vederla la prima volta e invece
offerta alla foschia di uno sguardo
che perde gradi elude indizi… [Kursaal, p. 45]

 

L’ubi consistam non si riesce a fissare né nel presente né nel passato né nel futuro. Non c’è comunque la sua certezza. Non c’è accertata disposizione ad accoglierti, né le voci, inviti, indizi sono con certezza affidabili, né decifrabili; non sappiamo se si tratti di accattivante affabulazione o imperscrutabile serie di dinieghi, minacce, o non riconoscibile pronuncia, o impassibilità, impossibilità d’apertura, di corrispondenza, di comunione e integrazione, di com-passione. La “differenza” e “sofferenza” ci accompagnano in ogni luogo e sempre.
E tuttavia, nel contempo, un’innegabile connivenza, anzi forse consustanzialità, consorte destino, c’è, ci dev’essere, fra l’io e la sua terra e gli oggetti di essa. E così con gli innumerevoli suoi luoghi. Anche se questa relazione, questo legame non si può mai definire, mai – forse – potremo sapere se c’è vera corrispondenza fra noi e il nostro luogo, fra noi e le cose, e dove siamo, e se veramente, noi stessi, siamo a noi e agli altri, e agli oggetti, riconoscibili.

 

In un campo che è fuori ma noi
lo vediamo benissimo oltre
la cornice che lo sprofonda per farlo
risalire dal buio di questo cielo chiuso
per nascondere armi e amanti
non dobbiamo lasciarci ingannare dove nessuno
è sicuro di nulla dove ogni viso
è privo di nome e margine e vi sono
deboli prove oggetti estranei
non resistenti
alle disposizioni dei legislatori.

 

Per questo ripetiamo gli stessi insuccessi
nei gesti successivi a quel tanto
in cui passa un’ombra
nell’ombra di un uomo e la sigilla
sulle vetrate delle stazioni appena scatta
la suoneria in quel continuo
movimento di macchine e labbra.   [Kursaal, p. 43]

 

E nella terra, nel mondo “oggettivo”, parimenti alludenti, illudenti, e insondabili risultano i singoli luoghi, gli oggetti, le cose.

 

Le stanze che coltivano racconti
mille discorsi in un’unica voce
ancora aspettano chi le disserri   [Passaggio…, p. 79]

 

Tutte le cose sembrano offrire possibilità di chissà quali incanti e rivelazioni, indizi, e niente poi, veramente, sembra rompere il silenzio, nessuna cosa pronuncia una sola aperta parola sul mistero, che potrebbe essere il regno della “fuga”, della rivelazione, l’infinito scrigno nascosto dei significati, ed è l’immenso del dubbio, del segreto, dell’insondabile.

 

Figura del giorno che cambia colore
per minimi frantumi come granelli
di chissà che cielo ormai lo specchio
era gettato poi che le immagini
mutavano rapide come la mano
che cercava di ricomporlo. Solo che in una
di quelle luci rotte nel cadere
qualcosa a tratti fra il silenzio e la voce
si smarriva trascolorando. E allora
dov’era il rumore di fondo qual era
la voce sommersa la parola sparita
oltre il dire e il tacere
dove rompere il certo
dubbio del mondo?   [Kursaal, p. 39]

 

E qual è l’entità, il destino dell’io nei luoghi, nel tempo, in questo tragitto, in questa avventura e peripezia?
Di esso si può stendere (o è rimasto) solo un “verbale di s/comparsa”. Cioè, anche in questo caso, come – abbiamo visto – per il resto, l’ipotesi, l’indizio, il sentore, il documento cifrato, della sua presenza-assenza, “certezza” e dubbio, ipotesi di identità e impossibilità di sicura identificazione.

 

Oggetto di particolare attenzione
la presenza dell’assenza
la fatica meno apparente
una dichiarazione di non piccolo peso
o l’assenza della presenza
sulle colonne della partita doppia
il libro paga
il dare & l’avere. [Verbale di s/comparsa, p. 13]

 

Come sempre c’è la colonna del dare e l’avere, come sempre la partita è “doppia”, e il “libro paga” registra tutto questo, solo questo.
Tale è l’incertezza di quest’io (la cui presenza-assente o assenza-presente tuttavia appare innegabile) da non poter neanche stabilire quale sia la sua “parte”, e da ingenerare il dubbio di uno scambio, di un equivoco delle parti.

 

(Se non sia quella che mi ha più confuso
nella parte di A. che prova la parte di A. il sorriso
l’inchino che invita al continuo iper
sensibile eppure nessuno si azzarda nessuno
viene a salvarci nessuno
si salva…”) [Kursaal, p. 21]

 

E così non è possibile dare nome, non è legittimo o attendibile il nome di nessun io, del nostro io, e anche la voce propria può – sembrare? essere? – la voce di un altro.

 

Così andando dietro a un nome
non riuscendo
a staccarsene come si fosse
ricevuto in consegna e smarrito
nel deposito dei nomi propri
dentro la mente càpita di leggere
onda od ombra del cerchio
la voce propria con
la voce di un altro. [Kursaal, p. 22]

 

Come sentendoti chiamare per nome
da qualche parte nel mondo
in un posto ben noto
ma con l’identità nascosta –
altrove mentre rispondi al telefono
è un’altra la persona che cercano – nemmeno
un caso di omonimia – il tuo doppio
lavora a una plastica nominale – una maschera
di parole – per questa
improvvisa ma sempre possibile
sostituzione
la persona più giusta
perché non tu – e di colpo
davvero ti senti la persona sbagliata nel posto
sbagliato al momento sbagliato – ma non
sei sempre tu
la persona che chiamano?   [Kursaal, p. 44]

 

E tuttavia quest’io è insopprimibile, innegabile, onnivoro, onnipresente, onnicomprendente, onnisenziente, onnisofferente. Protagonista perpetuo nel suo essere, agire ed essere agito, rispetto a ogni cosa, tempo, evento, fatto.
Ed è, direi, insieme l’io individuale e l’io trascendentale.

 

Eppure nel volarsene
dal corpo in cui si celano
è la mia mente che muove le stelle
ognuna al suo posto
per cuspidi e steli
ore e ore impensabili quasi
più esangui esistenze rifratte
di sostanza in sostanza
passioni residue
con la nobile grazia
che preme su tutte
le cose non amate né odiate
nei luoghi meditati per amarla
in un’unghia un capello un sospiro
lontana e tranquilla
al suo posto nel proprio
perfetto firmamento in una corsa che
la dirotta opponendole ancora
distanza a distanza. [Passaggio…, p. 26]

 

E quest’io è dualità e nello stesso tempo inscindibile compresenza di mente e corpo. Corpo – anch’esso – con tutta la sua complessa “geografia” e storia, anatomia, i suoi chimismi, azioni, reazioni, vibrazioni, avventure e disavventure, l’universo delle sue peripezie.
Ma “in principio”, veramente, era, è, il Verbo: l’evento originario e fondamentale per cui è possibile la poiesis di tutto, il demiurgo onnipotente dalle infinite risorse. La parola poetica veramente dà l’impressione di poter fondare, rifondare, comprendere, esaltare ed esecrare, sopportare tutto. Nel suo “corpo” può introdurre e assumere gli spazi siderali, l’enigma-universo, la velocità della luce e l’abisso del buio; e nello stesso tempo auscultare, scrutare le intimità più remote e microscopiche, sottili, le minime strutture, i minimi movimenti, sensi, atti, respiri e sospiri delle cose. Questa parola può tutto come metafora costante, come assidua allusione, ininterrottamente illudente ed eludente, accattivante e anche crudele nel suo perpetuo, ininterrotto giocare, nel suo perenne accostare e rinviare, nel suo accanito cercare e denunciare la presenza-assenza di quell’obiettivo che in qualche modo, in qualche luogo, dovrà pur esserci… E se lo scacco dell’incertezza, del dubbio, risulta comunque onnipresente, questa parola poetica, dunque, è la testimonianza di quel senso della perdita di noi stessi e del mondo di cui già ci aveva avvertiti – voglio dire, per esempio – la “sublime” denuncia leopardiana, e di cui ci dà l’allarmata conferma tutta l’arte contemporanea. La presenza generale d’un pensiero dell’immanenza ha visto come destino inscindibile e consorte, uguale corresponsabilità del soggetto e dell’oggetto: e di conseguenza la perdizione, o salvezza, se c’è, è insieme dell’uno e dell’altro, essendo essi, allora, unica cosa. Cosicché, se già s’è sperimentato il correlativo oggettivo, nella poesia di Maugeri mi pare ci sia, insieme, consustanziale, il correlativo soggettivo, essendo l’io, in essa, appunto, costantemente il correlativo dell’oggetto, del mondo. (…) -(Continua nei prossimi numeri di Lunarionuovo)

 

(*)Il saggio qui presentato riprende con alcuni aggiornamenti quello pubblicato su «Cenobio / Rivista trimestrale di cultura» (Anno LV, Aprile-Giugno 2006, n. 2, nuova serie, Lugano).

Print Friendly, PDF & Email