Sugheri e boe

RUBRICA DI LETTURE di Giulia Sottile

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Civiltà-Tiresia attraverso siciliane lenti

Su “Il caso Bi” di Gaetano Cataldo

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Il tema dell’impostura, quel giocare con il fuoco tra verità e menzogna, era già caro al primo Cataldo del debutto letterario, con Le reti di Quadri, ma diviene vero protagonista dell’intreccio con il suo nuovo romanzo, Il caso Bi (ed. Prova d’Autore).

Comincia tutto con la donazione – o, piuttosto, la retribuzione – di due quadri dell’olandese Van Musscher di cui uno, “Il Dottore nel suo Studio”, rappresenta perno narrativo e metafora di relatività, di come, cambiando il punto di osservazione, cambia l’immagine che vediamo e di come, dunque, sia la prospettiva a conferire il significato, nella vita quanto nell’impostura. Così il Dottore è tale, è Scienziato o è Alchimista?
«Ogni società genera il tipo di impostura che, per così dire, le si addice», scrive Gaetano Cataldo, sull’onda della sciasciana lezione di “Il Consiglio d’Egitto” – come ha magistralmente evidenziato Alessandro Centonze (cfr. Alessandro Centonze, “Il caso Bi” e la terapia della buona morte: il nuovo romanzo di Gaetano Cataldo, in: Libreriamo, 6 aprile 2016), prendendo le mosse dalle vicende di Saverio Madiere, appartenente a quella generazione di filosofi, sociologi, letterati che, sulla scia dello storico e «salvifico articolo 32» della legge italiana che regolamentava l’accesso alla professione, poterono iscriversi all’albo degli psicologi. Il protagonista indossava i panni del ruolo prendendo in prestito, come da un film, lo stereotipo tuttora diffuso sullo psicologo, per mimetizzarsi meglio, per poi spingersi oltre a coniare un proprio personale modello, «il terapeuta della buona morte», salvo poi essere apostrofato come «venditore di tappeti». Fuor di metafora, a distanza di più di una generazione dall’articolo 32, questa sembra poi essere tematica ancora incandescente per i professionisti chiamati in causa – forse anche istigati – dal romanzo, se si pensa all’emergente dibattito sull’ambigua figura del counselor.

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Scelta l’impostura da porre sotto i riflettori per questo suo nuovo lavoro, Gaetano Cataldo non fa le cose a metà. La curiosità che gli è propria sposa la precisione del magistrato quale egli è e non esita a renderci partecipi della fetta di cultura che la psicologia ha contribuito a produrre, navigando a sfiorare le coste della Gestaltpsychology e della serendipity, del meccanismo della reattanza e delle teorie freudiane, della grafologia e della riflessologia palmare, approcciandosi sempre con spirito critico e intelligenza. Non poteva non trasparire l’amore per la letteratura, a partire dalla saggezza di Trilussa, a conferma di un eclettismo che rappresenta il Cataldo scrittore e uomo.
Sull’onda dalle poliedricità, diremmo a questo punto “psicologia a parte”, dal momento che qualche indizio della casualità della scelta narrativa ci è dato per tutto il corso del racconto. L’impostura infatti permea ogni tassello sociale e il primo esempio ne è il fortissimo ritratto dell’avvocato Grottaferrata, troppo esperto di cavilli per pagare una multa. Ma a seguire troviamo i «balbettii e tentennamenti» di una politica alle prese con faccende di immigrazione e integralismo islamico, le catene di deleghe e di mandanti (per cui non si sa mai «quale dio dietro Dio la trama ordisce»), la «Giustizia a orologeria» che conferma le cariche del governo opposto (di derobertiane intuizioni), il santissimo mondo ecclesiastico che rappresenta forse il più sottile persuasore occulto e il più conservatore – e auto-conservatore – dei poteri (e Cataldo sembra dirci che, in un mondo in cui tutto poggia sull’ormai indifendibile, il potere è dell’impostura, anche nella dicotomia psicologia-religione, anche – e nonostante – nell’era della polsteriana Life Focused Community). Senza dimenticare certamente il ruolo dei mass media, soprattutto in sospettissimi tempi di campagna elettorale, che rappresenta una forma schizofrenica di comunicazione, all’insegna della frattura che genera opacità, all’insegna del “doppio legame” – triplo, multiplo – rotante attorno a se stessa. Cataldo illustra bene quel meccanismo di condizionamento che accompagna per mano il popolo a simpatizzare. Tutto questo passa dal filtro della Psicologia Inversa come tattica che Madiere ha fatto propria, convogliante in sempiterne ipocrisie. E la scienza non sarebbe esente, prestandosi bene a manipolazioni e raggiri. Ma c’è da dire che è implicazione della sua stessa natura, se pensiamo a quanto disse Jerome Bruner e quanto molti danno ormai per assodato, ovvero che è più la natura a imitare la scienza che non viceversa: la scienza è una creazione della mente dell’uomo per poter organizzare e conoscere il mondo, altrimenti inaccessibile, è un prodotto artificiale che crea e colleziona “possibilità”, un po’ come l’arte; le ipotesi scientifiche, in questo quadro, altro non sono che metafore.
Come biasimare allora Madiere, che da sempre ebbe negato l’accesso alla conoscenza, al punto da creare un tacito binario che da essa porta dritto alla violenza? Un’interdizione al sapere, che affonda radici nel passato familiare del protagonista e culmina in una metaforica conclusione che chiama in causa ancora un volta l’incipitaria mela della discordia: i quadri di Van Musscher, simbolo della chiave di decrittazione, mappa per stabilire dove ha inizio l’impostura e dove finisce, ciò che teneva in vita la dialettica verità-menzogna nell’esercizio della sua professione. I Siciliani lo sappiamo bene, figli di una Letteratura attenta a questo tema, già in Luigi Capuana in cui tra l’altro troviamo un personaggio molto simile al cataldiano Madiere nel dottor Mola di Profumo – “Vedrete domani come saprò recitare la commedia! È quasi il nostro mestiere… Già, a questo mondo, recitiamo la commedia tutti”, scrive Capuana (cfr. Laura Rizzo, “Nel segno dell’Etna”, ed. Prova d’Autore, 1994) – ulteriore impronta dell’angosciante impossibilità conoscitiva (per non parlare del goyano “Di che morte morrà?”). Così non è la prima volta che ci imbattiamo nella bioniana rivisitazione del mito, al momento di porre l’accento su Tiresia piuttosto che su Laio. Anche perché non si può certo dire che la verità non sia stata sempre lì, sotto il nostro naso. Ma anche questo non è che un modello, e dunque un’opzione.

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Al fine di poter mostrare la doppia faccia della società, tuttavia, non ci si può esentare dalla dialettica dentro-fuori, fenomenologia-introspezione, tanto che lo stesso Capuana si allontanò dal verismo – sebbene con esiti ben più trasfiguranti e grotteschi – come Cataldo prende le distanze, da un punto di vista anche stilistico, dal precedente romanzo. È conditio sine qua non per intercettare e disinnescare il Minotauro – seguendo il ripescaggio letterario dell’Autore, dal retrogusto alla Borges (chi l’avrebbe detto!?) – che in fondo, forse, vuole lasciarsi scoprire, come quella parte di noi stessi che vuole vendicarsi dell’altra che prova senso di colpa, o al contrario più semplicemente per fare giustizia.
Rendendo più chiaro allora cosa s’intendeva su per aspetto stilistico, portiamo l’esempio delle numerose inversioni prospettiche che Cataldo opera nella narrazione. Innanzitutto si parte dalla coscienza dell’Altro da sé (rintracciabile nella curiosa coincidenza della presenza, anche in questo secondo romanzo, di una coppia di amici in cui uno dei due si offre a termine di paragone), Altro che riveste funzioni e ricopre statuti diversi in base al processo mentale operato dal protagonista. Si dice che il bullo abbia una deficitaria “teoria della mente” ma qualcun altro sostiene il contrario, ovvero che sia proprio per questo che fa quella che fa, con la chiara consapevolezza di ciò che proverà l’altro. A far la differenza sarebbe dunque quale obiettivo assume il perspective taking e l’eventuale presenza di meccanismi di “disimpegno morale”, alibi dell’azione. Lo stesso dicasi per chi fa uso, come Madiere, della Psicologia Inversa. Ma, a proposito di inversione, questa avviene nel passaggio da un “mettersi nei panni di” finalizzato alla persuasione a uno finalizzato alla comprensione e alla conoscenza. Da un moto centripeto ed ego-centrato a uno centrifugo ed etero-centrato. A questo proposito è emblematico, nel romanzo, l’episodio del lago, che fa pensare al bagno amniotico della nascita/rinascita, all’integrazione tra le parti di sé rinnegate, le stesse responsabili del controtransfert che non permetteva a Madiere di uscire dall’impasse (forse unico momento in cui la voce narrante mostra la faccia della psicoanalisi fuor d’impostura). Eppure, nonostante la sua catartica atmosfera, quasi iniziatica, quello non è tanto il momento di trasformazione dell’impostore in psicoanalista, quanto, invece, quello del raggiungimento di una libertà, grazie all’integrazione suddetta, che pone nella possibilità di scegliere se – esserlo o meno, un analista. Come apparve a quel punto significare l’incipitaria donazione del quadro – «Alchimista o Dottore devi essere tu a deciderlo» – a segnare un cammino per divenire «dottore, solo se lui lo avesse voluto». Consentendo l’ingresso dell’Altro, dunque, Madiere consente l’ingresso di Sé. Non crediamo però di trarre conclusioni affrettate sull’esito del conflitto tra «Analista ritrovato» e «Analista Razionale» di sempre, tra emergenti sprazzi di spontaneità e rutinarie ipocrisie!
Altra inversione prospettica operata da Cataldo riguarda l’atteggiamento del narratore, in una gerarchia gnoseologica in cui il più privilegiato è l’autore e a seguire: il narratore. Onnisciente, sa tutto, più del protagonista, che è colui che sa meno. Al centro, tra narratore e Madiere, sta il lettore, che, messo al corrente dalla voce narrante, fa parte della storia, partecipa dei pensieri dei personaggi, vede dove loro non vedono. Poi a un tratto – sul finire, quando la tensione sale e sembra che tutto stia per concludersi – il tradimento: il narratore smette di spiegare e di “rivelare” e si limita a descrivere, mostrando di conoscere ancor meno del protagonista stesso, che adesso è l’unico a sapere e il lettore si trasforma, da partecipante e complice che era, in semplice, spiazzato osservatore. Non solo ci si limita a descrivere le azioni del solo Madiere, ma si cessa pure di metterne in trasparenza riflessioni, intenzioni e piani. L’inversione è tra il protagonista e il lettore, che a un tratto si invertono di posto come nell’ultimo giro del gioco delle sedie e uno dei due resta in piedi. Che sia artificio tecnico? Di certo è efficace nel rilanciare il coinvolgimento nella lettura, schiacciando ancor di più il piede nell’acceleratore dell’interesse.

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Parlando ancora di stile, confermando la già precedentemente rintracciata ricchezza di vocabolario, straordinaria, ci si accorge di un Cataldo meno magistrato – che si lasciava indovinare nel primo romanzo – e più scrittore, sebbene non possa di certo rinunciare – e non lo fa – alla particolare sfumatura retorica da “deformazione professionale”. Ma proprio nei dialoghi, oltre che nelle contingenze esplicite che lasciano intravedere momenti di costume e pensiero della Sicilia di sempre, spicca con più enfasi lo scenografo e il regista di un grottesco teatro umano, quello del tutto peculiare e che nel narratore siciliano s’impone quale ineludibile retroterra culturale. Il riferimento e alla vistosa gestualità, qui caricaturata ma già caricaturale di per sé, che rende alcuni personaggi cataldiani Personaggi. Tale è l’efficacia della mimica di popoli come quello siciliano che la si potrebbe calare in un vecchio film muto senza perdere il filo del discorso. Cataldo vi dà ampio spazio, come preparasse il materiale per gli attori, attraverso altrettanto efficaci, quanto concise, descrizioni – perché altra caratteristica del siciliano è la sintesi, che nulla toglie, semmai aggiunge, all’eloquenza. La gestualità di Grottaferrata (p.35), quella di Villafrati (p.39), il Padre domenicano (p.49), il gioco di specchi tra Madiere e il figlio di Emme, tra prossemica, para-linguaggio e abbigliamento (p.52), non sono che esempi – non meglio riportabili che dalle parole dello stesso Gaetano Cataldo – a conferma di quella fisicità siciliana che erge a sommo senso quello della vista, strumento al servizio del teatro e della distorsione della realtà (tanto che in Sicilia si utilizza l’aggettivo “teatrale” anche in senso metaforico – spittaculusu). Torniamo all’impostura. Alla poliedricità, che richiama la concezione moderna di scienza che permea la psicologia – e con essa la psicoanalisi – presa di mira da Cataldo, ma viene quasi da pensare che, dopotutto, la scelta dell’oggetto speculativo non sia che casuale, potendovi al suo posto stare qualsiasi altro tema, qualsiasi altra disciplina o ambito della vita umana, e che nelle vicende della fantomatica Psicologia Razionale sia racchiusa una grande metafora, in questo giallo che non segue nessun caso poliziesco da risolvere: è semmai indagine nell’indole umana. Il caso è l’uomo.

 

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 I morti non mangiano frutti di rovi

Sulla scrittura di Cynthia Flavia Castorina Passalacqua

 

castorina-passalacquaDopo aver letto i componimenti di Cynthia Flavia Castorina Passalacqua mi sono sentita infinitamente triste. È in realtà sensazione provata già nel corso della lettura, che mi ha a tratti commosso. Qualcuno potrebbe bocciare una lettura triste ignaro del fatto che ciò che boccia è ciò che sente, proprio quando un testo è riuscito a essere talmente efficace da arrivare a destinazione. Ciò che secondo me infatti caratterizza questa silloge è l’efficacia espressiva. I componimenti sono epicedi, canti funebri, scaturenti non da una collettività ma dal profondo di un singolo cuore.

Sono questo ma anche – è mia impressione – gradini e stanze di un lungo percorso di elaborazione del lutto. Ormai, in ambito tecnico, si utilizza questa espressione in funzione metaforica, per connotare una perdita di qualsiasi genere essa sia, ma qui è da intendersi nella sua accezione letterale. Ed ecco l’arte, ecco la scrittura quando ha il potere di trasformare e trasformarci. È diretta conseguenza dello scrivere, quando nasce dal bisogno di fermare il tempo, di sfogarsi, di consolarsi, di divertirsi, di piantare grane – dice Dacia Maraini – di attirare l’attenzione, di sentirsi meno soli, di ricordarsi o di dimenticarsi di qualcosa. Certo si scrive per tutte queste ragioni, ma scrivere vuol dire prima di tutto dare un nome alle cose. La scrittura ci forza a scendere nel profondo della realtà per poi uscirne, attribuendole qualcosa di nostro. Dare il nome a qualcosa, dunque, che prima non ce l’ha, come la particolare sfumatura di un’emozione, come un dolore, ciò che di solito più difficilmente riesce ad acquistare un volto nella nostra mente ed è più facile si presenti mostro informe che tutto travolge. Le parole hanno il potere di dare un senso a ciò che viviamo, di renderlo parte di noi senza che ci schiacci, di comprendere meglio qualcosa, di accettarlo, di trasformarlo e dunque, infine, conservarlo. Un’idea senza parola o modo di esprimerla ci sfugge, scrive Giacomo Leopardi.

Cynthia Castorina – che mi perdonerà l’abbreviazione del nome, sebbene non voglia in tal modo declassare il secondo cognome con cui ha scelto di firmarsi che, azzardando, intuisco si tratti del cognome acquisito (e allora credo sia più che coerente e anzi di grande bellezza la scelta di darvi spazio) – è un’abile narratrice, ha reso il linguaggio strada maestra per giungere al senso delle cose e lo fa con grande fluidità ed efficacia, approdando in diversi tratti a un linguaggio poetico. Così, nella sfilata di immagini, appaiono «ali di sorriso», il cuore è «lasciato ai margini della vita», il mare è «casa d’acqua» (e pensiamo a quanto e a quanti in effetti il mare è casa) e il sole sceglie di porre il proprio talamo in un’umana casa piena di luce. Una luna rossa tagliata dall’orizzonte è descritta come una donna che nasconde il proprio viso «dietro il ventaglio della notte», le roverelle sono i «sinuosi fianchi di una bella danzatrice araba», la natura, viva, si fa portavoce di suggestioni umane (in un agosto morente, l’erba secca grida al cielo, l’azzurro è cupo e il verde è profondo) e appare in tutti i suoi colori, nella sua plasticità, come in “Estate” e in “Terra mia”, aiutata dall’uso che Cynthia fa della lingua. Ci catapulta lì con lei quando afferma con solennità di aver deciso di portar via il proprio amato dal sonno infinito, quando immagina di essere guardata da lui che sta fuori dalla finestra («Guardami dai vetri la mattina»), come se lui fosse ovunque in ogni cosa là fuori. E poi quella veste speciale consegnata al dolore, che la indossa con la dignità che l’è propria, una veste fatta, verrebbe da dire, di edera rampicante, che cresce rigogliosa e si appiccica dappertutto.

La scrittura (e qui, siamo di parte, ma dobbiamo assegnare ruolo privilegiato alla poesia) ha questo potere di dare un volto, ma anche quello di scoprirlo e trasformarlo, finendo per sorprenderci quando meno ce lo aspettiamo; con l’affiorare della parola giusta affiora anche una parte di noi che credevamo persa o inesistente, da cui il ritrovamento di ciò che si stava cercando che coincide con il ritrovamento di sé. Tre componimenti di questa silloge offrono chiaramente questa chiave di lettura proprio attraverso il vivere e rivivere dell’oggetto del proprio amore perduto. Cynthia Castorina Passalacqua diviene generatrice, coltivatrice: «Per lui ogni giorno piantavo sorrisi/ Per lui raccoglierò ancora rose/ Per la proroga accordatami dal tempo» (in “Una donna”). Le prime rose ad essere raccolte saranno proprio la forza e il nutrimento di tutte quelle sedie vuote («le sedie dove sedevi») conservate dentro di sé, «lì dove risiedono le cose perdute in questa vita/ (…) le cose che devono continuare a vivere» (in “La sedia nel cuore”). Ciò che perdiamo non lo abbiamo mai veramente perso finché continua a vivere dentro di noi. E qui lo fa aiutato dalla maestria di piccoli ragni musicisti e direttori d’orchestra, tessitori di lenzuoli funebri, «Useranno matasse di fili di tutti i colori», ci dice l’Autrice, «Ricameranno il dolore/ Incarcerato qui dentro il mio cuore» (in “Ragni”). E si ha quasi l’impressione che i ragni siano le parole, anch’esse laboriose operaie. Così, tra fili colorati, mi sembra di buon auspicio – che sia casuale o no – che questa silloge si concluda con un bicchiere di vino, «Ho tracannato tutto/ il mio bicchiere di vino», un brindisi al proprio percorso e ai sentimenti che si guadagnano spazio.