Ricominciare

 

madre

 
Provare a ricominciare. Voleva rimettersi in gioco, riprendere in mano la sua vita, fare quello che faceva e come lo faceva. Ma non era più possibile, non in quel momento almeno.
I primi tempi erano stati duri. Nessuno le aveva mai detto che essere madre stordisce e disorienta. Nessuno le aveva mai spiegato che essere madre riempie di un altro essere, ma svuota di se stesse. Nessuno le aveva mai fatto intendere che prendersi cura di una creatura indifesa e fragile come le foglie d’autunno, rendesse altrettanto fragili e indifese. E nessuno, nessuno!, l’aveva mai avvertita che il rapporto fra lei e la sua creatura, fra questi due esseri fragili, sarebbe stato così forte e totale da impedire al resto del mondo di entrare a farne parte. Perché questa era la parte più difficile della sua nuova esistenza: riuscire a fare entrare di nuovo il mondo nel suo spazio vitale, accettare l’esistenza di altro al di fuori di quel legame e di quella simbiosi naturale e istintiva che si era stabilita fra lei e la sua creatura sin dal giorno del concepimento. Una simbiosi che si era fatta da sé, senza interpellare la madre, senza interpellare la creatura. Era cresciuta lentamente, nutrita dai battiti del cuore e dal silenzio rumoroso del sangue nelle vene ed era esplosa col parto e al primo tentativo di allattamento… Aveva così scoperto in sé la sua natura animale: era come i gatti, come i cani, come qualsiasi altro mammifero in preda al proprio istinto di adattamento, di autodifesa e di protezione.
Aveva imparato che la maternità è Grazia divina che trabocca dall’anima. È conoscere l’Amore Puro e sconvolgere l’amore convenzionale. È esistere senza doverlo gridare. Senza necessità di doversi affermare.
I mesi però scorrevano e la vita là fuori con loro, ma lei e la sua creatura rimanevano ferme, in un tempo senza tempo e in uno spazio parallelo. Finché pian piano il mondo iniziava di nuovo a battere alla porta di casa, piano piano… poi sempre più forte… sempre di più. Fino al giorno in cui lei era rientrata al lavoro e aveva dovuto nuovamente sconvolgere quel timido e precario equilibrio che era riuscita a creare dentro di sé.
E allora, ancora una volta, aveva scoperto che essere madre è lotta, è sofferenza: è ansia di tornare a casa e ansia di uscirne per andare a lavorare; è bisogno di essere utile alla propria famiglia ma anche alla propria comunità. Essere madre è squarcio, è lacerazione. È senso e non senso.
Per riprendere in mano se stessa non bastava fare ciò che faceva prima. Non poteva. Era come chiedere a una tartaruga di correre come una lepre: non solo non ne avrebbe avuto le energie, ma nemmeno le condizioni e le doti oggettive. E se mai, da tartaruga, si fosse convinta di voler essere una lepre, probabilmente sarebbe andata incontro alla frustrazione e alla delusione più devastanti, di quelle che stanno a un passo dal sentirsi falliti e avviliti. E non era questo che voleva lasciare in eredità alla sua creatura.
Nonostante la paura di non riuscire più, di non essere più in grado, aveva capito che bisognava accettare di lasciarsi travolgere da questo fiume divino in piena e attendere… Attendere che la piena si facesse lentamente assorbire dal terreno fertile della Ragione ed evaporasse insieme alle nubi leggere del Cuore. Ci voleva tempo. Ci voleva pazienza. Ci voleva soprattutto coraggio e fiducia. E il tempo, come sempre nella sua vita, le avrebbe dato le risposte che cercava.

 

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