“Serotonina”, il nuovo romanzo di Houellebecq

A chi mi ha chiesto «ti è piaciuto l’ultimo romanzo di Houellebecq?», non ho saputo rispondere.  A partire dall’incredibile successo del suo secondo romanzo, “Le particelle elementari” (1998 in Francia, 1999 in Italia), Michel Houellebecq si è affermato come uno dei tre o quattro scrittori più rilevanti d’Occidente. Da quel momento in poi ogni suoi libro è stato annunciato come un evento. A lui va riconosciuto sicuramente il merito di essere uno degli ultimi scrittori a portare la Grande Opera oltre la cerchia, progressivamente sempre più ristretta, dei lettori letterari. Inoltre, gli va riconosciuta anche la rarissima abilità di rappresentare in maniera straordinaria le relazioni umane e, soprattutto quelle tra uomo e donna. Tutti i suoi libri sono libri d’amore, cioè libri che colgono l’attimo esatto dell’amore per poi affrontare l’umiliazione della sua impossibilità di fondo. Difficile trovare uno scrittore contemporaneo che abbia saputo raccontare l’amore con la verità e la potenza di Houellebecq.

In Serotonina scrive: “Appena mi vedeva, che trascinavo il mio “bagaglio da cabina” sulle sue pietose rotelline, correva verso di me, correva lungo il binario, correva con tutte le sue forze, era al limite della sua capacità polmonare, all’epoca eravamo insieme e l’idea della separazione non esisteva, non esisteva più, non avrebbe avuto senso neanche parlarne. Ho conosciuto la felicità, so cos’è, posso parlarne con competenza, e conosco anche la sua fine, ciò che ne deriva di solito.”

Il protagonista è Florent-Claude che assume dosi massicce di Captorix, l’antidepressivo co-protagonista di Serotonina al quale l’autore attribuisce un potere salvifico e catartico e che viene così descritto in una delle pagine più toccanti: “è una piccola compressa bianca, ovale, divisibile. Non crea né trasforma; interpreta. Ciò che era definitivo, lo rende passeggero; ciò che era ineluttabile, lo rende contingente.” Florent-Claude, chiusa definitivamente l’ennesima delle sue relazioni fallimentari, abbandona la casa e il lavoro per impegnarsi in un pellegrinaggio sentimentale sui generis prima a piedi, nella Parigi in cui è vissuto sin dagli anni dell’Università, e poi in macchina, attraverso la Francia rurale. In questa quête solo apparentemente casuale, fatta di camere di hotel, liquori e provviste al Carrefour, incontri fortuiti e a volte epifanici, gastronomia di alto livello e sigarette, Florent-Claude si mette alla ricerca – mai così ben dissimulata nei suoi passi iniziali – delle poche persone che hanno contato qualcosa nella sua vita: le donne che ha amato e l’unico amico che abbia mai avuto.  Si tratta di un libro da cui è difficile staccarsi e che si legge con il consueto turbamento in cui ci fa precipitare Houellebecq; oggi non è cosa facile arrivare alla fine di un libro agevolmente, data la mole di narrazioni da cui siamo distratti, eppure la nostra affaticata attenzione viene catturata da quest’ennesima parabola di solitudine e apatia occidentale, di amori avvizziti nell’era del declino. Serotonina ti trasmette all’inizio la prepotente sensazione che lo scrittore francese abbia completamente finito le cose da dire e sia andato a guardarsi i suoi vecchi romanzi per riempire le pagine; storie di donne che sembrano già lette ma questa volta virate dal filtro dell’impotenza sessuale. Ci sono però poi all’improvviso grandi pagine, soprattutto quelle dell’incontro con il vecchio amico Aymeric, che sono una specie di discesa negli inferi dell’entroterra francese; una tristissima e verissima notte di Capodanno trascorsa dai due nel cadente castello dell’amico in Normandia; le pagine sugli agricoltori in rivolta, che hanno fatto gridare alla preveggenza, considerati i successivi moti di protesta dei gilet gialli.  Nella parte finale del libro, ritorna la sensazione di mancanza di ispirazione fino a quando, in un passaggio in cui il protagonista si mette a riflettere su Thomas Mann, Marcel Proust e Arthur Conan Doyle da un punto di vista sessuale, riappare l’illuminazione di essere davanti a una pietra tombale della letteratura del Novecento. Dal punto di vista stilistico ci sono tratti inconfondibili: oltre alla platitude dello stile, troppo spesso fraintesa e frettolosamente giudicata sciatteria, l’ironia diffusa e irresistibile quando si appunta contro mostri sacri della cultura o beniamini del pubblico televisivo, il ricorso ad astrazioni e a digressioni sull’economia e sul costume. In questo senso, davvero, ci troviamo davanti a uno degli universi narrativi più coerenti che si possano immaginare. Anche il finale si colloca perfettamente in questo quadro: nelle ultime pagine una voce analoga a quella che chiude tutti gli altri romanzi ci parla da una condizione di limbo, dopo che il tumulto degli eventi si è spento. Ma Serotonina, a differenza degli altri, non mira a scandalizzare e destabilizzare il lettore in modo frontale. Non vi troviamo le provocatorie tirate misogine, antislamiche, reazionarie, razziste (anche quelle sempre in larghissima parte fraintese), bensì una singolare pacatezza, un ritmo più solenne e disteso. Serotonina è un romanzo molto triste, ma lo è in modo del tutto diverso da quelli che lo precedono: è una meditazione su quanto il rimpianto possa costituire l’ossatura della vita dei singoli, su quanto l’amore sia la cosa più necessaria a tutti gli esseri umani, e anche la cosa meno raggiungibile. Su come la felicità, almeno in un certo momento della vita di ognuno, sia a portata di mano e la si manchi perché non c’è abbastanza coraggio. Si ha quindi l’impressione che alla protesta e alla rabbia delle precedenti voci narranti ne subentri una che parla con una nota diversa, quella di una nostalgia che non ha più bisogno della reazione violenta.

Non che lo scacco finale venga eluso, esso è sempre manifesto e presente; non che il dolore non sia onnipresente e straziante, ma stavolta la loro esplorazione – comune a tutti i precedenti romanzi – prende una direzione diversa: la dichiarazione diretta che gli unici valori umani possono essere l’amore, la tenerezza, la fiducia. E che questi valori possono esistere solo nell’unico nucleo sociale possibile contro il mondo e contro la vita: la coppia. Anche nei libri precedenti si trattava, in definitiva, di questo: difendere a ogni costo il legame contro l’entropia dell’esistenza. Solo che queste affermazioni erano date quasi sempre per antifrasi, e il lettore doveva estrarle a forza nonostante le rappresentazioni strazianti, disturbanti, aggressive, polemiche, spietate, faziose delle miserie individuali e collettive. Se c’è stato uno scrittore che ha creduto nella potenza illimitata dell’umano nella sua forma più alta e migliore, quello scrittore è Michel Houellebecq. Ma spesso una lettura disattenta, superficiale delle sue opere lo ha fatto percepire come l’anti-umano per eccellenza, il polemista fine a sé stesso, il cinico cantore di una indifferenza totale. Serotonina si apre a una strada più esplicita. Non è un caso che il romanzo si chiuda così:

“E oggi capisco il punto di vista del Cristo, il suo ripetuto irritarsi di fronte all’insensibilità dei cuori: hanno tutti i segni, e non ne tengono conto. È proprio necessario, per giunta, che dia la mia vita per quei miserabili? È proprio necessario essere così esplicito? Parrebbe di sì.”

Non si tratta di una voce contro l’amore e la grazia, ma a loro estremo favore; non una voce contro gli uomini, ma invece per loro e con loro. Ecco perché Serotonina è simile e diverso dai romanzi che lo precedono: per la prima volta Houellebecq ci parla in modo diretto di quel che è il mondo secondo lui, di quello che dovrebbe essere e non è. La sua voce è ormai talmente salda da non temere né il patetismo né l’affermazione di un umanesimo certo non conciliante, ma consapevolmente assunto e potente. La prova, se mai servisse, che ci parla dall’universo dei classici, e come i classici non ha più bisogno di limitare quello che afferma.

Rosa Paola Maiolo