Quando Don Rodrigo manda i bravi

 

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Avevo compiuto da poco venti anni quella volta che mi ero convinto di essere ammalato di cuore. Oggi, a distanza dovuta al tempo sempre creditore, direi “cose che possono capitare”. Ma non valuto che sia proprio così. Andai da un cardiologo famoso. Nel suo studio c’era un apparecchio diagnosticatore, l’elettrocardiogramma. L’anziano maestro ci tenne a rassicurarmi. E mi rivolse qualche suggerimento. Volle persino accertarsi, se mai la mia pretesa non fosse riverbero di turbini sentimentali propri della stagione che attraversavo tra anagrafe e duolo di vivere. Ma no. Per carità! Parliamo d’altro. Il cuore a vent’anni fa le capriole, certo, ma se capita di incrociare la barca a vela in attesa del vento. Macché. Barche ce n’erano in attesa nella rada di quei venti anni che correvano tra spighe e spaghi, come per dover raggiungere non dico la Corea delle cronache per allora contemporanee del Cristo vietnamita da crocifiggere, il che poteva essere già un motivo di extrasistolia postprandiale, non correlata alla digestione quando all’ansia di qualcosa che a momenti stringeva con nodi alla gola, a tratti con le capriole del ritmo circolatorio. Cari memorandi anni di responsabilità più grandi di me e dello stesso habitat sociale dell’Acireale anni cinquanta. Ed è stata così repentina quella poltrona assessoriale da farmi ridere oggi per quella remotissima volta, del mio procedere senza indossare galloni pur avendone da impormi una disciplina rigorosissima. Evitare l’ovile. Eppure l’ovile è protetto da cani con collare chiodato e dagli stessi pastori. Confortato dal calore corporeo che emana la comunità a contatto, da quell’afrore pecoreccio di lane umide che la frequentazione e l’assuefazione trasformano in odor di lavande inebrianti. Quanti ricordi, adesso che tutto è solo memoria senza rimpianti. Un dramma, una commedia applaudita per far ridere mentre non si può trattenere il ridere persino di sé stessi nella posizione di spettatori. Perché anche lo spettatore si porta il peso greve di qualche responsabilità quando assiste e persino applaude per assecondare la propria carica di ironia che ha bisogno di manifestarsi, sia pure in un banale battere una mano contro l’altra. “Quanta species”, avrebbe detto Fedro con le sue lezioni tradotte dal latino in seconda media. Quella favola del lupo che si era abbeverato a monte rispetto all’agnello da sbranare. Ma non avevo capito nulla di là dall’orgoglio di avere tradotto le favole di Fedro. E dovevo infatti, per cominciare a capire, immergermi nel Manzoni quando dà corpo e anima a don Abbondio, quel figuro cacone e senza scrupoli, comunque sconcertante e deplorevole che si salva per una sola volta nel suo momento umano di interrogare la propria coscienza, allorché costretto a incontrare i due ceffi al soldo di don Rodrigo. Quel momento in cui il vomitevole curato interroga la propria coscienza e si sente affrancato, è il più alto merito che Manzoni fa raggiungere all’immortalità del personaggio. Che bello! Nessuna emozione può eguagliare il responso (chiamiamolo proprio, così, responso!) della propria coscienza nei momenti delle grandi delusioni, delle improvvise gallerie buie imboccate con l’auto lanciata a velocità non proprio moderata, al voltafaccia gratuito della sfinge che ci si era mostrata con l’altro suo volto, quello carezzevole e benefico, per mutare da lì a poco posa e proiettare il volto della Medusa che pietrifica. Chissà perché? Ma è la vita. E il lamentarsene non colma alcuna voragine. Non resta che far da prestacuore all’ambiguo don Abbondio, tanto ripudiato, tanto disapprovato, eppure necessario nel suo momento umano più profondo, quindi automatico, del ricorso alla propria coscienza per proseguire con una esperienza in più nel cuore. Giova anche per questo avere un cuore tuttavia sano, malgrado l’emozione, le emozioni. Ma forse questo finché la coscienza a fronte dei bravi inviati da don Rodrigo sia in condizione di rassicurare. C’è sempre un don Rodrigo che manda i bravi e un curato indifeso, vigliacco e cacone, cui altro non resta che il conforto della propria coscienza e quello di resistere alle capriole da delusione del proprio cuore innamorato.