Mimetismo naturalista in Alessio Di Giovanni

 

Non è solo questione di lingua, come ci acconsente l’estetica crociana, ma l’esperienza letteraria isolana di fine ottocento vive tuttavia gli aspetti linguistici sotto forme nuove, di reazione innanzi tutto alla lingua delle accademie e prendendo le distanze dal Meli e dai meliani, ma ponendosi pure sulla scia del rinnovamento, seguendo gli esempi del positivismo europeo o del verismo di casa nostra; traendo spunti anche dal felibrismo del Mistral e degli altri provenzali, più sereno, ma discostantesi nel poeta di Cianciana per aspetti più violenti e drammatici. In questo senso vanno inoltre le fonografie Valdelsane di Garibaldo Cepparelli e gli altri regionalismi di scrittura, ad es. quello di Giuseppe Tamburello con le sue “Realmontane”, o quello della scrittrice friulana Caterina Percoto, come tiene a precisare S.re Di Marco. Una esperienza, quella del fonografismo, breve ma di tutto rispetto, anche se risolve apparentemente il problema della lingua, provando soluzioni che il Di Giovanni accetta nelle sue prime prove e mi riferisco in particolare a Lu fattu di Bissana e A lu passu di Giurgenti, nelle quali la teoria giunge attraverso le parole del Verga nella premessa ai Malavoglia. Il linguaggio di queste opere è già quello del latifondo ma costituisce, nella sua estrema gergalità, una sorta di altolà anche per lettori particolarmente attenti, come ebbe modo di annotare il Capuana nella prefazione alla “Centona” del Martoglio. Una attenzione letteraria quella del  Di Giovanni, in questa prima fase più sperimentale e chiusa, che secondo il Mazzamuto insiste sul  “milieu naturale della sua gente”: su una campagna ingrata, ma anche  su aspetti biologico-istintuali. In questo senso, continua lo stesso, la progettazione demopsicologica trova fondamento in una osservazione tranquilla, amorosa, ingenua… quasi spassionata della vita del popolo. Mette anche in moto un circolo di riconoscenze, come sottolinea Di Marco  nella sua “Chitarra Nuova” , che trovano aperture non solo in canoni estetici  superficiali ma in quell’arte che il Cepparelli naturalmente ricreava nelle sue Fonografie, nell’immediato esprimendo una bellezza di scrittura- riconosciuta dallo stesso Di Giovanni  e da altri autori (Ida Baccini, Mario Pratesi, G.ppe Rigutini) e dallo stesso G.ppe Tamburello- e che il pittore Niccolò Cannicci, nei suoi quadri  di vita campagnola, accarezzava. Una conoscenza evidentemente non fine a sé stessa e che significava sviluppi e aperture, se la visione di un Cristo del pittore di S. Gimignano ispirò l’ode siciliana Cristu al Di Giovanni, opera che segna inoltre l’abbandono del fonografismo da parte del poeta Ciancianese (1905). Orazio Bacci perciò, nel proporre il titolo al libro del Cepparelli, indicava una aderenza del suono vocale al segno grafico e un andare incontro, partendo da canoni ortografici, a reali soggetti dialettali, per innalzare la scrittura a dignità letteraria. Nel  suo studio su fonetica, fonologia e fonematica in cultura e scuola n.51, Roma sett. 1974,  il Cecioni osservava che si sarebbe potuto creare un alfabeto fonetico internazionale. Ma questa non sarebbe l’urgenza, mentre la moltiplicazione dei segni diacritici potrebbe servire più che a completare, a confondere ulteriormente le acque, come successe al poeta Carmelo La Giglia di Nicosia, la cui trascrizione fonografica a un certo punto non trovò più lettori, nemmeno tra i suoi concittadini.

Alla Valplatani comunque il Di Giovanni deve il ritmo poetico che lo stesso porterà per sempre con sé, rinnovando la malinconica cantilena della sua terra, come improvvisamente gli era venuta incontro da quelle campagne: “ Lu sonnu di la notti m’arrubasti,/ ti lu purtasti a dormiri cu tia.” E comunque questo esordio, secondo il Beccaria realizza motivazioni  e rappresentazioni limitate al lirismo, mentre per Vittorini ha confluenze di rassegnazione , immobilismo e scetticismo. Secondo il Calandra invece i temi di fondo restano limitati alle vicende umane, avvertite miticamente: nel senso autorevole, di una tradizione letteraria che le sostiene. Nel Di Giovanni l’autorevolezza  consiste soprattutto nella serietà di farsi poeta dinanzi alla poesia, una serietà la sua che non vuole avere riferimenti pseudo-popolari e che entra in punta di piedi nella poesia dei nostri giorni. Anni incerti questi per la poesia siciliana, che dal ‘45 tentò un approccio diverso, attraverso la poesia di Lorca, Eluard e Neruda, ma anche grazie a quella dei simbolisti francesi e degli ermetici italiani. Molti tra i migliori poeti di questa terra trovarono la loro strada guardando ad Alessio di Giovanni e fu anche questa una lezione di verginità,  che secondo A. Cremona a volte non persuade per una ansia di omologazione delle parlate, perchè la Sicilia non è una ma tre (orientale, occidentale, sudoccidentale) e perché ogni siciliano non è del suo  paese ma del suo quartiere. L’idea di una koinè infatti, come dice Di Marco, non può essere artificiosamente costruita, restando invece aperta la trascrizione del siciliano  in termini  etimologici o fonetici, cosa che ebbe qualche fortuna  tra la fine dell’800 e la prima decade del ‘900.

L’opera fonografica del Di Giovanni non rappresenta certamente il meglio del poeta, ma deve condurci ad una migliore consapevolezza del momento critico attraversato.  A differenza  di quella del Martoglio, che definisce atteggiamenti ed appariscenze, quella del Nostro è un linguaggio che coglie il momento nella sua musicalità, oltre che archivio di interesse storico documentario, in una linea di realizzazioni che passa per il poeta messinese Vann’antò. Il senso di questo mimetismo rispetta la verità dell’opera d’arte, ma è anch’esso un pregiudizio di cui il Di Giovanni divenne presto consapevole, introducendoci con il suo Cristo in nuove atmosfere letterarie. Secondo l’estetica crociana infatti l’arte appartiene al campo dell’assoluta fantasia e l’espressione si identifica con l’intuizione.

L’arte cioè si realizza indipendentemente dallo strumento utilizzato (Estetica come scienza e linguistica generale 1902). Il fonografismo durò appena un decennio (1895 – 1905) ed è stato forse lo strumento più nuovo per arare il terreno della poesia siciliana, anche se ben presto il campionario tematico divenne troppo angusto e monocorde, pur attenendosi a una particolare scala di valori, di cui il francescanesimo è l’aspetto più appariscente: una poetica di stampo veristico, che fa da filtro ad un primo socialismo protestatario. Resta comunque non indifferente l’umanizzazione delle forme naturali, in una sorta di animismo che non si conclude solo in aspetti grafico-fonici, ma riconosce una misura fonico melodica.

Il ripudio di questo mimetismo alimentò pertanto una vena poetica nuova e liberò l’accesso a una nuova ricerca di linguaggio, la parola venendo ad attestare non solo il segno grafico, ma coinvolgendo  nell’atto stesso della lettura e dell’ascolto, rendendo perciò più moderno e colorito l’intento dialettale. Anche oggi  pertanto sul primo Di Giovanni una rilettura è possibile,  ma che non ceda a facili pregiudizi.

 

Zolfatari e contadini nel canto di Alessio Di Giovanni – Olio su tela 90×100 – Autore: Pietro Arfeli