Tèit Canaveuj *

1

An costi bòsch
onda la Reino Jano
a l’ha lassà soe marche
galinòire

le dariere mèire
a son d’ëstabi
’d pensé e d’arcòrd
rabastà da mia lesa

2

Le lun-e as fan e ’s dësfan
pèj d’un romiage dij fràire
escarton ëd la consiensa
dij bërgé

lë schërziné dël vent
dzora dla stèila boera
pèj ’d na vos ravissa
ch’a anfela mia tèila

 

Valle_Maira_2

 

TETTI CANAVOGLIO

1. In questi boschi/ dove la Regina Giovanna/ ha lasciato i suoi segni/ di gallina// le ultime baite/ sono stalle/ di pensieri e ricordi/ trascinati dalla mia slitta

2. Le lune si fanno e si disfanno/ come un pellegrinaggio di fratelli/ distretti della coscienza/ dei pastori// lo scricchiolare del vento/ sopra la stella di Venere/ come una voce rauca/ che imbratta la mia tela

 

Valle_Maira_3

 

*Poche parole per chiarire la genesi e la struttura di questo lavoro poetico.
Il titolo: Tetti Canavoglio è un luogo, come si dice con formula di cui si abusa (notare l’uso passivo impersonale dell’intransitivo…), “dell’anima”: un luogo che concretamente non esiste su nessuna carta geografica, ma che traduce sogni, pensieri, utopie, ricordi, malinconie… Il nome è costruito su di una forma tradizionale piemontese, cioè Tetti (per indicare, per metonimia, “borgata”, come ad esempio: Tetti a Dronero, Tetti Bagnolo a Carignano, Tetti Pesio a Cuneo e infine, e poi dite pure che il mio ego è ipertrofico, Tetti Pasero a Caraglio), unita alla parola Canaveuj (Canavoglio è il calco traduttivo da me creato), che significa “il fusto, lo scarto che risulta dalla lavorazione della canapa” (dal lat. volg. cannabulus), ma che nel suo uso metaforico ha il valore di “nullità, inezia” (abbiamo anche il modo di dire: esse padron dla ciav dij canaveuj, cioè “credersi importante, ma in realtà non valere nulla”). Il nome del borgo rimanda dunque all’idea della solitudine, di quelle centinaia di borgate delle nostre montagne, specialmente del Piemonte meridionale (il sud del mondo non è solo il Terzo mondo: leggete o rileggete La malora di Fenoglio), ormai disabitate: borghi “fantasma”, in cui però la fantasia si sbriglia in mille rivoli e percorsi. Figuriamoci allora un paese che non esiste ed è, per di più, disabitato, se non dal poeta e dalle sue invenzioni (lessicali e immaginative).
La raccolta. Questa raccolta di brevi (e brevissimi) frammenti vorrebbe dunque essere come una sorta di diario “ideale” di uno spezzone “fantastico” di vita passato dal poeta in questo suo rifugio, rifugio dalla e della desolazione.
Fr. 1/ v. 2. La reino Jano (forma provenzale per Ren-a Gioana, cioè la Regina Giovanna d’Angiò) è una figura del folklore delle Alpi Cozie meridionali e delle Marittime. Secondo la leggenda essa, figura di donna con piedi di gallina, si sarebbe stabilita sulle Alpi cuneesi verso la metà del XIV secolo, portando con sé disgrazie e avvenimenti al limite della magia (cfr., tra i molti testi di etno-antropologia che parlano di questa leggenda, Delpiano-Giuliano, Masche Faie Servan; Cuneo 2011, pp. 138-141).
Fr. 2/ v. 2. Il termine romiage (in grafia provenzale roumiage) è chiaramente un latinismo (romaius, il pellegrino; in piemontese romé, in italiano romeo) per indicare il pellegrinaggio, inizialmente quello della via Francigena romea, che attraversando il Piemonte provenendo dalla Svizzera e dalla Francia giungeva, ovviamente, a Roma (e poi di quella di San Giacomo), e poi ancora, e più genericamente, qualsiasi pellegrinaggio (anche in senso metaforico: “la vita è un pellegrinaggio…”). Nel testo si sottolinea vieppiù questo legame Provenza/Piemonte con l’uso del piemontese antico (e provenzale) fràire (cfr. il cognome tipicamente cuneese Fraire/Frayre, fratello, appunto) per il moderno frél.
v. 3. Escarton è termine oïl (ma usato anche nelle Terre alte di Piemonte delle Alpi Cozie anticamente soggette alla Francia), che indica il “distretto” (etimologicamente il “quarto”) fiscale, la porzione di territorio, cioè, in cui era divisa una provincia alpina, in cui si pagava tributo (in genere al re di Francia o al Delfino o a qualche vescovo o abbazia): nella storia medievale piemontese gli escartons andavano dal Brianzonese alla Castellata (cioè l’alta valle di Varaita).
v. 6. La stèila boera, cioè quella che fa luce ai pastori (boé; cfr. il cognome piemontese Bovero e Boero e il tedesco Bauer e i Boeri, al cioccolato oppure gli olandesi del Sud Africa) è il pianeta Venere al mattino, cioè Lucifero, la stella della luce (Qual dagli antri marini/ l’astro più caro a Venere/ co’ rugiadosi crini/ fra le fuggenti tenebre/ appare, e il suo viaggio/ orna col lume dell’eterno raggio; Foscolo, All’amica risanata, vv. 1-6).