Luigi Lumia, storia e memoria di Villalba. Quando i Patti ignobili erano la regola.

 

Salivano dalla fascia costiera che va da Palma di Montechiaro a Modica. Raggiungevano le prime colline in cerca di lavoro. E se non lo trovavano il loro viaggio in salita continuava verso l’altipiano dei grandi feudi.

Finito già dall’inizio dell’estate il lavoro nelle loro terre, migliaia di braccianti si riversavano nelle piazze dei paesi dell’interno. Per essere addruvati dai proprietari terrieri. Avevano con sé la falce, una coperta e una pagnotta indurita nel sacco.

“Ntra li grutti,/ntra li tani durmiti e ntra li staddi,/… vi cuntintati di fasoli e taddi,/ Ottùviru vi lassa a labbra asciutti/e Giugnettu cu’ li debiti e li caddi,/di l’alivi n’aviti la ramagghia/e di la spica la ristuccia e pagghia” scriveva Ignazio Buttitta nella celebre poesia per la morte di Salvatore Carnevale.

Questi contadini che si accontentavano di fagioli e taddi, lasciati tra i debiti e a bocca asciutta dai mesi di giugno e di ottobre, e ai quali della spiga rimaneva soltanto ristuccia e paglia, questi contadini con la coperta e la falce erano la sera – nelle piazze, davanti alle chiese dopo un lungo viaggio – ùamini d’addruvari (uomini da avviare ai campi) per il giorno dopo.

E Luigi Lumia ne racconta il cammino, le condizioni di vita e di lavoro nell’opera in tre volumi Storia di Villaba, il suo paese, meglio conosciuto però come il paese di don Calogero Vizzini. Così Lumia descrive il capomafia: “Era tarchiato, gambe magre, pancia che sporgeva, la bocca aperta con il labbro inferiore pendulo”. Dietro le lenti affumicate pareva dormire, mentre prendeva il sole della domenica nella piazza con “mezzo paese che gli faceva corona attorno, lasciandogli libera la visuale sul davanti”. Ogni tanto si scuoteva dal torpore e faceva verso la faccia il gesto di chi vuol “scacciare un moscerino fastidioso. Allora tutti capivano che don Calò aveva visto quello che c’era da vedere, la corona della gente si disfaceva, si poteva tornare al passeggio in piazza”.

Villalba era al centro dei grandi feudi. Una volta “ingaggiati”, i contadini della costa andavano a dormire davanti alla casa del padrone. Per essere già pronti la notte a prendere la strada dei campi. Dove seminavano, zappavano, mietevano, raccoglievano il grano e lo portavano nei granai dei Palmeri, proprietari del più grande feudo della zona.

Ma quali erano le “regole d’ingaggio”?

Sino al 1893, dice Lumia, “la situazione per i contadini non era cambiata da quella di un secolo prima”, quando la loro migrazione comincia. Ed è anzi peggiorata con l’unità d’Italia. Il “dato fondamentale”, per l’autore di Storia di Villalba, resta quello di una grande concentrazione di terre nelle mani di pochi proprietari e di una moltitudine di contadini poveri “per i quali l’agricoltura rappresentava l’unica possibilità di sopravvivenza”.

L’estremo bisogno in cui vivevano li costringeva ad accettare condizioni molto penalizzanti: i cosiddetti Patti ignobili. A loro la terra veniva concessa a mezzadria per soli due anni: e per piantarvi legumi nel primo e frumento nel secondo. Il prestito delle sementi aveva un interesse, praticamente obbligatorio, del quaranta per cento l’anno.

“Su otto-nove salme di grano che dava una salma di terra, – dice Lumia – cinque andavano al padrone, il resto si divideva. Durante la mietitura, le spighe cadute in terra dai fasci raccolti dai mietitori non erano più loro, ma spettavano agli animali del padrone”. Nel 1875 una commissione governativa arrivò per un’inchiesta in quello che sarebbe poi diventato il paese di don Calò: nessuno dei suoi componenti era disposto a credere al racconto dei contadini. Sembrava assurdo, perché nel resto del paese non esistevano condizioni simili di sfruttamento, patti di lavoro così sperequati. Così ignobili, appunto. E questo – ci ricorda Lumia – è l’humus da cui nasce la mafia storica: “tra i gabellotti che si erano sostituiti di fatto al padrone gestendo il feudo come se fossero i proprietari e tra i campieri che assegnavano i terreni e che vigilavano sulla proprietà andando armati a cavallo a distribuire torti e ragioni”.

Era mafia rurale, che aveva nell’agricoltura, nello sfruttamento di quanti vi lavoravano, e nei furti di bestiame i suoi interessi principali. Durante la Prima guerra mondiale molti muli venivano rubati alla Commissione di requisizione e poi rivenduti alla stessa commissione dopo averne corrotto i funzionari. Calogero Vizzini venne processato per truffa allo Stato, ma (naturalmente) assolto. Come tante altre volte.

Luigi Lumia, morto nel 2002, è stato professore di matematica al liceo Cannizzaro di Palermo, sindaco e dirigente comunista di Villalba. Il suo voluminoso libro su storia e memoria della sua città è stato pubblicato da Lussografica edizioni di Caltanissetta.