L’utilità della solitudine

 

In Alcune questioni di filosofia morale, Hannah Arendt riflette su mendacità, disperazione e utilità della solitudine. Ed è soprattutto il filosofo illuminista Emanuele Kant a stimolare questi suoi pensieri. Ma dei punti fermi per lei sono pure Dostoevskij, Kierkegaard  e Catone.

Kant considera la mendacità come “putrida piaga” della natura umana. Idea condivisa da Dostoevskij. Nei Fratelli Karamazov, Dmitrij K. chiede infatti allo Starov: “Cosa devo fare per guadagnarmi la salvezza”?

E riceve questa risposta: “Soprattutto, non mentire mai a te stesso”.

Non mentire a te stesso!

Per Kant il problema non è tanto quello dell’altro, quanto quello dell’io. La sua norma di riferimento non è l’amore per il prossimo, ma l’amore e il rispetto di se stessi. Quanto emerge cioè nel celebre e bellissimo passo della kantiana Critica della ragion pratica: “Due cose riempiono l’animo di ammirazione (…): il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me”.

Rispetta questa legge che hai dentro e terrai lontana la facoltà di mentire: avrai più coscienza e autocoscienza di giudizio; e sarai leale, non solo con te stesso e con il prossimo, ma anche con l’ordine politico, lo Stato. Ricordiamo che la Arendt voleva essere considerata una teorica e non una filosofa della politica. E l’uomo politico da lei più ammirato era Winston Churchill. Una fortuna che quest’uomo del XVIII secolo, quanto a spirito, sia finito nel XX. “Quasi che – scrive – le virtù del passato avessero preso per mano il nostro destino nel suo momento di peggior crisi”. Churchill apparteneva al XVIII secolo, ma non era per nulla ignaro di quanto accadeva nel suo. Tanto che già negli anni Trenta, con profetica lucidità, scriveva: “Quasi nulla di ciò che io sono stato educato a ritenere vitale e permanente, quasi nulla di tutto questo è rimasto in piedi. Tutto ciò che ritenevo impossibile e che ero stato educato a ritenere impossibile, ebbene, tutto questo è accaduto”. Pochi anni dopo, le peggiori mostruosità del secolo avrebbero dato ragione a queste sue parole.

Nelle profondità dei personaggi più malvagi – dello scespiriano Iago, del Claggart di Melville, dei tanti cattivi descritti da Dostoevskij – troviamo sempre la disperazione. Associata all’invidia, sua inseparabile compagna, ci dice Hannah Arendt. Dalla disperazione proviene ogni male radicale. E ce l’avevano detto anche Kierkegaard e il Satana di Milton.

Ma è quel che di originale la pensatrice tedesca, ebrea tedesca, scrive sulla solitudine, sulla solitudine come attività del pensiero, a catturare prepotentemente il nostro interesse. Soli e silenziosi, noi dialoghiamo con noi stessi. La solitudine, come Hannah Arendt la intende, è qualcosa di diverso dal semplice stare da soli. E soprattutto è qualcosa di diverso dall’isolamento. Perché, pur da solo, l’io è in compagnia di qualcuno con cui dialoga. È un io diventato due-in-uno: può farsi domande e ricevere risposte. È un io che pensa.

Siamo stanchi? Qualcuno ci rivolge la parola e dobbiamo replicargli? Facciamo qualcos’altro?

In questi momenti il nostro dialogo s’interrompe: non siamo più soli: il nostro pensiero s’arresta; e il nostro io, diventato due-in-uno, torna a essere uno.

Intesa come attività del pensiero, la solitudine è meno pesante dell’isolamento. Che ci fa essere soli – e isolati – anche in mezzo a una folla. Soli – e isolati – nel corso di un’esperienza politica: quando perdiamo il contatto con i colleghi di partito o con i cittadini dopo aver ricoperto una carica pubblica. Soli – e isolati – come ogni uomo o donna nei regimi totalitari. L’isolamento è qualcosa di negativo. Che la solitudine può contenere, ridurre. Se ovviamente intesa come da Hannah Arendt in Alcune questioni di filosofia morale. Oppure come la intendeva Catone: “Mai sono più attivo di quando non faccio nulla, mai meno solo di quando sono con me stesso”.

Non dar conto dunque a chi viene a dirci che qualsiasi compagnia è sempre meglio della solitudine. Sul piano politico e morale, quest’indifferenza, benché comune, è per la Arendt il pericolo maggiore che possiamo correre. Grave quanto la tendenza “a non voler giudicare affatto”, così diffusa quando scriveva questo suo saggio. “Lì – scriveva – si nasconde l’orrore e la banalità del male”.

Alcune questioni di filosofia morale raccoglie le lezioni tenute dalla Arendt negli Stati Uniti, dov’era emigrata nel 1940 con il marito Heinrich Blücher, poeta e filosofo. Anni prima aveva avuto una relazione sentimentale con Martin Heidegger. Nel 1951 pubblica Le origini del totalitarismo. In cui espone la sua teoria sulla radicalità del male, del nazismo come male assoluto. Inserito nella sua macchina totalizzante, l’uomo perde ogni principio di coscienza morale, ogni valore e qualità: uccidere diventa per lui un atto eccezionale ma privo di fondamento. Tesi che rivede più tardi: quando a Gerusalemme segue il processo a Adolf Eichmann, uno dei peggiori criminali nazisti, catturato in Argentina dal Mossad, condannato a morte e impiccato nel carcere di Ramla nel 1962 “per aver spietatamente perseguito lo sterminio degli ebrei”.

Ascoltandone le parole a propria difesa: “Io ho eseguito degli ordini”, Hannah Arendt (che dal processo prende lo spunto per scrivere, nel 1963, La banalità del male – Eichmann a Gerusalemme) si accorge di quanto il male perda la sua radicalità e diventi banale, banalmente comune. “Ho obbedito agli ordini” dice l’aguzzino senza alcun giudizio sulle proprie colpe. E cioè: nulla di eccezionale o di radicale ha il male, perché appartiene a noi e alle persone che ci stanno attorno.

 

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