Vittorio Stringi: la poesia come testimonianza e pharmakon

Di recente Franco Loi soffermandosi sul mistero dell’esprimersi in versi ha parlato di una luce quasi accecante che pervade la poesia e che il poeta ha il compito di tradurre in parole, socchiudendo gli occhi, ascoltando e riascoltando, per riuscire a carpire il ‘nascosto’ della poesia ovvero quel che essa sa «sussurrare nel suo interno respiro»[1. F. Loi, La luce ingannevole dei versi, in «Domenica – Il Sole 24 ore», 27.05.2012, p. 28.]. Leggendo queste parole è facile associarle alla poetica di Vittorio Stringi che, come poche, risulta pervasa da questo tentativo di trasformare la luce in sussurri, in parole che sono allo stesso tempo testimonianza e farmaco in grado di sottrarre l’uomo dalla decadenza del divenire. Gottfried Benn nel 1951 nell’ormai classico Problemi della lirica scriveva che «nel produrre poesia non si osserva solo la poesia, ma anche se stessi»[2. G. Benn, Problemi della lirica,in, Id. Lo smalto sul nulla, Adelphi, Milano, 1992,  p. 268.]. Ebbene, nelle pieghe dei versi stringiani è facile ritrovare tutta la sua essenza di uomo. Lo scrivere poesie per Stringi non è un mestiere, né un freddo ed autoreferenziale esercizio stilistico bensì una vera e propria esigenza vitale, come può essere il cibarsi ogni giorno o il respirare, per non soccombere all’afasia. Ciò emerge soprattutto nel suo ultimo lavoro, L’umano sopra l’erba (Prova d’Autore, Catania, 2012) dove parole e immagini vivono in perfetta simbiosi: le forme, il bianco e nero, gli sguardi vestono i versi e li completano in un gioco continuo di rimandi e attese, che si raggrumano infine nelle parole cupe e taglienti di Stringi che qui si mette a nudo poiché solo con il linguaggio poetico è possibile scrivere ciò che si osa solo mormorare in privato. Ma questo passaggio dal proprio corpo al foglio scritto non può avvenire in maniera indolore e questa sofferenza emerge soprattutto se  il poeta decide di indugiare su ciò che costituisce il tema centrale dell’intera silloge: la raffigurazione della vita come dono e, allo stesso tempo, come condanna. È allora possibile pensare ad un uomo tutto coperto di polvere e sangue rappreso, nella semioscurità di un laboratorio lercio e nauseabondo, che disseziona un cadavere, ne estrae lentamente le viscere e alla fine constata con un piglio austero e quasi rabbioso di non aver trovato, neanche stavolta, l’anima. Quell’uomo è il dottor Faust immaginato dal grande regista russo Aleksandr Sokurov[3. Faust di Aleksandr Sokurov (Russia, 2011) aggiudicatosi il Leone d’oro al 68° Festival del Cinema di Venezia.], nella sua ultima rilettura del capolavoro goethiano, che sembra non darsi pace davanti all’evidenza scientifica dell’inesistenza di qualcos’altro al di là della corruttibile carne. Allo stesso modo anche Stringi sembra dibattersi contro l’amara scoperta della corruttibilità dei corpi e della caducità dell’uomo. Decide così di ribellarsi a tale atroce destino usando le armi affilate della poesia e mettendo in piedi un intricato dialogo con se stesso, fatto di slanci e soste, come può essere l’andamento della vita di ognuno. Stringi ne L’umano sopra l’erba, sembra riprendere il filo interrotto dei suoi pensieri sulla ricerca del reale significato della nostra esistenza intrapreso nelle sue precedenti opere. Questa attitudine all’introspezione non è infatti nuova a Stringi, il quale già nella silloge intitolata, non a caso, L’apparire dell’invisibile[4. V. Stringi, L’apparire dell’invisibile, Prova d’Autore, Catania 2010.], aveva sfidato la “grande domanda” sul senso della vita[5. V. amplius, E. Musumeci, L’insostenibile leggerezza della poesia di Vittorio Stringi, in «Lunarionuovo», n. 39/53 nuova serie – Febbraio 2011. https://www.lunarionuovo.it/old/index.php?q=node/282], constatando la vacuità della sua risposta «se il Dio non si concede e/ti passa accanto»[6. V. Stringi, L’apparire dell’invisibile, cit., p. 10.]. Ma se l’interrogativo che come un tarlo sembrava prima attanagliare il Poeta, rimanendo tuttavia sempre latente come se fosse sepolto sotto una coltre di cenere, adesso si palesa per farsi necessità vitale e urgenza insopprimibile. Così il suo sguardo è qui volutamente obliquo, poiché è teso sia verso l’alto che verso il baratro, trovandosi fatalmente «tra cielo e terra», nel disperato tentativo di scorgere qualcosa che possa risollevare la miserrima condizione umana. È allora che si intravede «l’ultimo/orizzonte», il cui «altro non vive e/non è il nulla» in cui è possibile perdersi lontano, oltre le rive familiari e abbandonarsi ignari «degli echi/e dei silenzi, quasi/imparando a morire» e rimanendo «in ascolto/col timore di chi/ha perso l’anima». Questa inquietudine porta con sé una sensazione di indecisione e sospensione come quella decritta spesso da Kafka nei suoi romanzi: i pensieri che si affastellano l’uno sull’altro, le domande rimangono senza risposta, i silenzi sono assordanti. Tutto vira così verso toni sempre più cupi e claustrofobici e persino la luce è quella soffusa e indistinta del baluginare di incerte albe o di intensi ed interminabili crepuscoli. Ma questi sono solo attimi di smarrimento poiché contro l’incalzare della Morte si contrappone la voglia bruciante di Vita, che emerge prepotentemente e vuole ergersi al di là del mero finire delle nostre spoglie mortali. Tale voglia è una Voce, prima lontano sussurro, poi sempre più presenza pressante che interviene a rompere il grande silenzio; essa è «vita/che si nasconde e/non vuole/consumarsi con l’umano». Nonostante sia forte la volontà di ribellarsi, di «mutare aspetto,/rompere il/silenzio della notte», il Poeta sembra sapere bene come sia difficile resistere all’assedio cui è costantemente soggetto «il fragile esistere/di fatiche e/ di sete» come di chi sta avvinto in «un nugolo di sabbia e/vuoto di parole».
Davanti alla lotta impari tra finito e infinito, tra precario e imperituro, la Natura sembra altera e insensibile come una donna bellissima ma fredda e distante, rispetto all’uomo, che appare non più che un pulviscolo perduto nell’aria, i colori commoventi e indefiniti dell’alba e del tramonto, ovvero l’inizio e la fine di un giorno che si ripete ogni giorno, quasi a ricordare la circolarità della natura che perfetta e immutabile si contrappone all’imperfezione e alla temporaneità dell’uomo. Così in un’aurora che somiglia ad un sogno anche il volo di un passero appare come un «lento risorgere/di leggerezze […] forme alate,/compiute» inconsapevole nella sua innocenza che ben presto anche il giorno appena nato dovrà perire inesorabilmente, quando al tramonto «nell’aria,/brucia la paura della notte» e «il giorno/ si sporge come/da un dirupo/s’appiatta sulle/soglie, ricomincia/a popolarsi di ombre». È in quel momento che il Poeta si costringe a interrogarsi, pur nel silenzio che «rovista/tra gli anfratti», voltandosi indietro per cercare di rimettere insieme le disiecta membra della sua intera esistenza, sfogliandola come un libro, vedendo «morire/la prima vita» per approdare finalmente «nel disincanto», in cui i ricordi bruciano nella testa, ronzandogli intorno come fameliche iene e sciacalli attorno alla preda. Che sia inutile fuggire da se stessi Stringi ne è certo, avendo già sperimentato l’inutilità di qualunque tipo di nascondimento o evasione da ogni «sordo cigolio/del cuore» e dalla «stridula carrucola/dei giorni». L’unico modo per fuoriuscire dall’affanno derivante del trovarsi costantemente sull’orlo dell’abisso è allora sfidare la morte e il divino così come riassume esemplarmente il Poeta in Essere vita, in cui afferma di voler credere in uno scontro supremo che si concretizza nel vivere stesso, unico atto contemporaneamente creativo e distruttivo, ovvero «incontrare l’Angelo/battersi con lui,/ferirsi all’anca e/vincere, nello spirito del Dio/che accetta la sfida». Il suo è un poetare indispensabile per esprimere il dolore dell’essere terreno ed effimero in quanto uomo e, a partire da tale tragica consapevolezza, il suo bisogno insopprimibile di interrogarsi sulle domande “ultime”, com’è palpabile in una delle poesia più profonde e significative dell’intera silloge intitolata Forme di vento, in cui Stringi scrive: «Saranno/le domande senza/risposta/che ci salveranno e/chi crede/ di aver trovato è/preda del vizio/della ragione e/dell’incompiuto./Come polvere/di vita e/di morte, nella/forma di vento,/che non coglie/il mistero che/governa, precipita/da un monte». Non a caso il vento è l’elemento che attraversa l’intera raccolta: ora è «folata» che spazza violentemente la polvere del tempo dai tetti delle case, ora «alito di mistero», ora mormorio delle cime di un albero che gli fa ricordare di non essere solo sulla terra (come quelle che incorniciano il volto oscuro e pensieroso del Poeta ritratto in una delle belle foto inserite nel volume denominata “Fra gli ulivi”).
Ma il soffio vitale si può tramutare ben presto in «tumulto di nuvole», «vortice/di spiriti dissepolti» o «giro di vento» che improvviso sembra rapire l’anima, rubare il silenzio, come se il pensiero fosse turbato da nascosti carnefici che tramano all’ombra di una sfuggente serenità. E l’uomo allora non può che essere null’altro che un soffio come recita un celebre Salmo o una foglia strappata dal vento a quell’immaginario albero della vita che compone il suo esistere: pare ormai appartenere ad un passato remotissimo e irrimediabilmente perduto il tempo che era «tenero di foglie», quando credeva fosse possibile giocare «a palla/con i sogni». La spensieratezza al tramonto è svanita per sempre nel momento in cui sopraggiunge, quasi d’improvviso, l’oscurità e la sensazione di finitudine che porta con sé quando «si disperde/come vapore, l’ultimo/bianco sulla foglia». Sarebbe facile qui leggere lontani echi ungarettiani specie se ritornano alla mente i celebri versi sulla precarietà umana che tutti abbiamo studiato in giovinezza: «si sta come/d’autunno/sugli alberi/le foglie»[7.  G. Ungaretti, Vita d’uomo. Tutte le poesie (a cura di L. Piccioni), Mondadori, Milano 1969, p. 87.]. Malgrado la tematica sia molto ricorrente nella poesia (basti pensare alla struggente Sera d’autunno di Nikolaus Lenau), essa va letta all’interno dell’originale costruzione stringiana in cui ogni elemento (il vento, le foglie, la luce crepuscolare del tramonto) rientrano in una visione più ampia e articolata, mirante a creare quasi una perfetta coreografia teatrale in cui si muove smarrito il Poeta mentre dialoga solingo. Ma non occorre equivocare: l’intentio di Stringi è infatti ben lungi dall’instaurare una sterile speculazione fine a se stessa o dal rimanere inviluppato in fin troppo facile lirismo. Si tratta piuttosto di una vera e propria lotta interiore che può esprimersi solo in versi poiché la scrittura qui è l’esigenza connaturata a ciascuno fin dalla notte dei tempi: comprendere come sia possibile che l’uomo oscilli tra l’Essere e il Nulla. In Stringi, come in pochi altri, la poesia diviene – come ha osservato Yves Bonnefoy – «l’utopia che ci dà il coraggio di vivere», o ancora, di lottare contro un’idea di morte condizione di stasi o di non-più-esserci quanto piuttosto di un voler prolungare quella sorta di inquietudine, connaturata all’uomo, quella voglia di trasmettere come staffette a coloro che ci succedono eterne domande che brillano ancora intatte, nelle latebre dei pensieri più intimi.

© Serena Di Maida. Catania, 29/05/2012. Presentazione della silloge presso la Biblioteca-Pinacoteca provinciale di P.zza Manganelli. Da sinistra: Mario Grasso, Vittorio Stringi, Emilia Musumeci.

 


 

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