Lebenswelt 10. CARTACANTA la cantatrice dai peli di rame.

Il disegno in coperta è di Stefano Lanuzza

CARTACANTA la cantatrice dai peli di rame.

Mini-Lebenswelt di V.S. Gaudio con Giuseppe Favati ⁞ Nascita di Cartacanta*

 

 

 

Un caffè marca oro per sé e per lei che verrà, e che le darà il nome di Cartacanta, ma suonò prima che avesse finito di preparare il caffè e le tazzine, lo zucchero di canna, la macchinetta semicarica, lo farò più tardi. Cartacanta, come la chiamerà dopo, era stata dalla signora del montascale, Stefania, a raccontargli dell’assemblea, e poi il marito che avrà già provveduto, ma lei voleva assicurare che più d’uno nello stabile era dalla sua parte, di Cartacanta, si chiese Villandorme, e avevano parlato di tante altre cose, lo sa che Stefania ha appena quarant’anni e lo sa che è andata con un uomo solo a ventidue e che votava a sinistra, tanto che Villandorme stava per incazzarsi di brutto, fece un gesto di fastidio, sai quanto cazzo me ne frega e le disse che stava preparando il caffè anche per lei quand’era arrivata imbracata in quei jeans e la ragazza: permetta che lo faccia io, dov’è la cucina? E poi facciamo un ripassino, due secondi, ci voleva, così si prende la chitarra, su senza timore, la posizione del corpo ecco ancora più avanti, centrare l’incavo, l’avambraccio va appoggiato, ci siamo. Le note sono sette, anzi otto. Le posizioni sono quaranta, anzi quarantuno, ai, s’interruppe sull’appena accennata posizione, per via dell’ottava che così si dice per indicare uno spazio, un intervallo della scala diatonica, e s’interruppe ancora, come tra la quaranta e quarantuno, e l’incavo, delle ginocchia o quello che nel passaggio a rientrare, le dette uno sguardo meno neutro. Passiamo alla pratica. Mettere il dito medio ben steso sulla tastiera, a quest’altezza della maglietta, è la prima difficoltà, pian piano s’impara a tenerlo rigido, a chi suona correntemente diventa duro come, come, l’indice, come un osso, va premuto, con il polpastrello, dall’altra parte, sotto il manico appunto, quindi c’è una pressione di qua e una contropressione di là.

“Tolga la mano. La posizione è quella di prima. Mettiamo che sia la 38, come si mette? Bene, quelle dita però, le stringa, si costringa, ovvero ora viene il bello: cominci a contare dal basso, prima seconda fino alla quinta, che è la catalana.

L’inverso della bestia a due teste la suoniamo dopo, avrebbe voluto il villano o la cantatrice che pizzicava le corde della chitarra. Intanto la mano destra che cosa tiene in mano? Pollice e dita sciolti, segua la mia mano, senta come passa il mi, miii, miii. Questi sono gli accordi, cioè insiemi, gruppi di note, se vogliamo le posizioni eseguite contemporaneamente su uno strumento. Negli strumenti a fiato no. Flauto sassofono tromba clarinetto…tutto a quarantuno. Lasciamo perdere, fiato piuttosto per lei. Io sto col medio sulla quinta, la catalana, e l’anulare sulla quarta sulla sponda del letto, attenzione, se passiamo al secondo segmento, non è che per forza si debba fare la cavalcata, perché siamo sul secondo tasto, e su e giù continuo del pollice e delle altre dita in abbandono sulla cassa. Del podice. Si chiama mi minore.

Ascolti il mi minore, che detto in soldoni, mica a cazzo, indica un certo tipo d’intervallo, emette un’aria triste, mi, mi, mi. Poi c’è il maggiore che, ancora in soldoni, e mica a cazzo e non è la tromba, indica un altro intervallo e non è detto che sia più esteso e lungo. Glielo faccio sentire anche questo. Lo sente? Sente un che più sereno, più disteso, si allunga di più?”

La ragazza si butta indietro contro la spalliera, di certo stanca, sfilandosi il peso, fa mostra di un pensiero improvviso, qualche chiarimento tecnico, come se non capisse il passaggio dalla seconda alla quarantuno, dimenticando la cinese, che sarebbe la terza: “Lo sa, sono fidanzata”.

Col Maestro Tung-hsüan, quello della filatura della seta e dell’anitra che vola capovolta e di Cartacanta che si arrampica sull’albero: Villandorme mima come se si rallegrasse, che figlio di zoccola. Quasi quasi la vede che si mette carponi e scosta le gambe, anzi suonando seduta la chitarra è la capra dai capelli di rame davanti all’Albero, che farebbe 23 nel Fang-Pi-Shu anche di sera. E poi aggiunge che credeva che fosse abbastanza desueto quel termine, per la verità la storia con il suo uomo durava da parecchi mesi, ma ieri l’altro l’ha fatta andare in casa dalla madre a presentargliela: “Ecco la mia fidanzata”. Che è una gran zoccola, no, voglio dire, disse lei, vorrei il suo parere. Era che Villandorme non sapeva che dire, d’altro canto ragazza o fidanzata, una bella gnocca, se non una gran zoccola, la definizione è secondaria, importa sentirsi coinvolti nel profondo, e già a fior di pelle, come se fosse così imbracata nei jeans, sacrosanto, aveva tutto sommato poca esperienza, ma un gran culo, certo che non si sa se darle quello di una delle donne che disegna Mannelli, quello delle pupporone, o quello di una Arianna come la fotografa adesso Piero Toffano; brevi legami dietro le spalle, e tutto fila, star lì a raccontargli che a quattordici anni e quello si mette a guardare assorto il ritratto a olio di Costetti, Ragazzo, 1914. E poi con quell’aria d’intenso meditabondare anche uno stupido, specie se tace, fa una certa impressione. E ora vado, tanto che Villadorme allungò un braccio per trattenere un’alzata che ancora non si dava, ma stia, l’ascolto volentieri, e la toccò e allora lei gli parlò del suo uomo che si chiamava Igor e che Igor con la V davanti farebbe Vigor, e se ci pensa un po’ avendolo detto Villandorme, lei, che ancora non è Cartacanta, pensa ma questo che fa allude, e lui: ebbene, alludo. Ho capito fa lei: Vigòr, vigore! Eccome, a Igor lei è grata, per quello, e poi il seno, e due o tre aborti nei rapporti avuti prima con altri, e le si era sgonfiata una mammella ma Igor voleva vederla con garbo e ironia: dai, tira fuori ‘ste puppe, e lei un giorno ha tirato su la camicetta, lui con un sorriso che mammamia: buongiorno, piacere, vi siete fatte desiderare, figlie di troia, era stato così ironico Igor a veder le sue zinne, tanto che Villandorme prese a camminare, a passetti, intanto che lei disse: “Ora vado davvero”. E gli si fermò vicino vicino. Cazzo, questa chi l’ha mandata, sarà stato proprio Riccardo Mannelli?

“Lei ha un nome all’anagrafe, insieme col cognome, naturalmente lo conosco. Avrà notato che non l’ho mai chiamata con quel nome. Vorrei darle un nomignolo, battezzarla con una frase, certo la stupirà. Cartacanta, tuttattaccato”.

E Cartacanta, che era imbracata negli stessi jeans dell’altro giorno, si strinse nelle spalle, arricciò il labbro superiore, e pensò che cazzo di soprannome strano mi ha dato Villandorme. E Villandorme spiegò che voleva essere un riconoscimento alla sua capacità di raccontargliela senza veli, nei tanti secoli in cui la scrittura non era ancora venuta lei Cartacanta sarebbe stata una delle narratrici orali della tribù, narratrice e cantatrice, non la cantatrice calva diii diiii, ma la cantatrice dai capelli di rame. E la cantatrice, che pensò ai peli del suo culo, vai a vedere sto vecchio ha ragione saranno davvero color rame, guardava di lato, e non sapeva che pesci prendere né come suonargliela, pensava all’incirca lasciamolo fare, imbracata come sono, i vecchi sono i più strambi. Cartacanta dai peli di rame: questo fissa troppo i ritratti a olio, ha da qualche parte i disegni di Mannelli e quando non mi tira troppo le corde della chitarra di sicuro, ‘sto gran porco, sai quante Battaglie dei Gesuiti mi suona.

 

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(*Cfr. Giuseppe Favati, Villandorme e Cartacanta, Il Ponte Editore, Firenze 2002.)

 

Nel 2002, nella prima settimana di ottobre l’autore della Mini-Lebenswelt ricevette questa lettera da Giuseppe Favati:

“Firenze 2.10.002

Gentilissimo scrittore,

con V(ero) S(ommo) Gaudio vengo a sapere che sono già stato condannato: all’esecuzione capitale, forse preceduta da tortura. Collaboro con il P.M. inviando, come da richiesta, l’ultimo libro uscito [Villandorme e Cartacanta, Il Ponte editore 2002]. Avrei voluto mandare anche il penultimo costruito soprattutto su una vicenda d’amore senile(per la mia parte) e giovanile(per la parte di lei), ma è “esaurito”; perfino è esaurito il centinaio di esemplari di una “edizione fotocopia” a spese dell’autore. Del resto L’Assassinio dei Poeti come una delle Belle Arti ha buone probabilità di uscire fra un secolo circa e, se così sarà, mi risolverò nel frattempo a pagare un’altra edizione fotocopia di Aria,Ariel (vale il titolo).

Cordialità da

Giuseppe Favati”.

La lettera è rimasta tutto questo tempo proprio tra le prime due pagine di “Nascita di Cartacanta”: 34 e 35 del libro di Giuseppe Favati, Villandorme e Cartacanta.