A-Tu-Per-Tu. Leadership al femminile

[rubrica di consulenze psicologiche]

Seguo da qualche tempo Lunarionuovo, per via delle mie curiosità letterarie ma trovandovi spesso stimoli anche d’altro tipo. Approfitto di questo spazio “consultivo”, forte del mio anonimato: lavoro all’interno di una grossa organizzazione in qualità di dirigente e, sebbene la mia posiziona sia guardata con un certo riguardo e a volte invidiata, io ne ho una percezione molto diversa. Sento che le grosse responsabilità, unite alle scadenze, mi sovrastino al punto da farmi credere di aver intrapreso una strada professionale sbagliata, come se il ruolo che ricopro non fosse adatto a me. A ciò si aggiunge il rapporto conflittuale che purtroppo si è instaurato con alcuni colleghi paradossalmente uomini (solitamente ci si aspetta ostilità dalle donne, con le quali, invece, nel mio caso, vado abbastanza d’accordo), uomini che hanno il potere di farmi sentire spesso inadeguata. Ne ho parlato con mio marito, che ha un capo donna, e mi ha rassicurata dicendomi che mi serve solo un po’ di riposo, che prendo il mio lavoro troppo sul serio. Questa risposta non mi ha soddisfatta e ripropongo qui questa confidenza. M.V.V.

Gentile M.V.V.,

innanzitutto la ringrazio per il suo interesse a Lunarionuovo, oltre che per la sua fiducia. La questione che pone tocca una corda importante, specialmente per noi donne (ma non circoscriviamola). Che lei prenda il suo lavoro troppo sul serio, questo io non posso saperlo. Che lei abbia bisogna di riposo, questo può essere probabile. Ma, quando si parla di stress lavoro-correlato declinato al femminile e si è in presenza di vissuti personali come quello che mi ha descritto, stiamo attenti a non farci guidare dai luoghi comuni. Piuttosto, mentre leggevo le sue parole, la mia testa andava altrove, a partire soprattutto dalla percezione che ha del suo ruolo e dalle relazioni che vive. Che cosa esattamente le fa dubitare della correttezza delle sue scelte professionali (e dei suoi traguardi, perché dov’è lei in genere si arriva per meriti)? Il fatto che lei sottolinei le differenze di genere nella qualità dei rapporti è probabile segno del suo intuito. È vero che spesso i rapporti conflittuali sono tra donne, specialmente in un contesto professionale tradizionalmente al maschile e a tal proposito una teoria suggerisce che l’invidia femminile nasca proprio da una sorta di “guerra tra poveri”, per cui ciascuna è in lotta per ritagliarsi una propria fetta di spazio in un ambiente ostile di stampo patriarcale, seppur implicitamente. Più è dura essere riconosciute per quello che si è a prescindere dal genere, più facilmente si tirano fuori gli artigli (un abbassamento della soglia del riflesso “combatti o fuggi”).

Da questo punto di vista, la sua sembra una situazione virtuosa ma cova un’altra insidia, ugualmente connessa all’impostazione misogina di molti contesti lavorativi (seppur costituiti da brava gente su cui non si vuol certo inveire). Qui è possibile che entri in gioco una dinamica fatta di stereotipi e aspettative connesse. Non dimentichiamo che le nostre sono generazioni precedenti a quella che ha visto in vetrina la prima Barbie presidente! Da allora qualcosa è cambiato ma, sottobanco, nelle narrazioni e nei vocabolari quotidiani, nell’humor collettivo, nell’immaginario, continuiamo a risentire dei riverberi (in alcuni casi molto forti) della cultura secolare che ritiene la donna fondamentalmente “inadeguata” (per usare le sue parole) alle posizioni di leadership.

La scienza ha da tempo dimostrato come biologicamente (a parte gli organi riproduttivi) maschi e femmine non presentino più differenze di quante non se ne riscontrino a livello intracategoriale. Non è la prima volta che si smentisce il padre dell’evoluzionismo biologico, quando si afferma che lo sviluppo cerebrale è lo stesso per entrambi i sessi. Il progresso e la ricerca sono però giunti – e questo la prego di dirlo innanzitutto a se stessa – a individuare in fattori culturali, sociali, contestuali-ambientali in generale, le ragioni di un percorso di crescita differenziato per genere e, conseguentemente, un diverso approdo in termini di funzionamento cognitivo-emozionale e di rendimento nelle varie attività e dimensioni della vita (quello che viene chiamato nurturing effect).

Mi sono di recente imbattuta in un neologismo molto efficace, oltre che brillante, coniato da una neuroscienziata della Aston University di Birmingham (Gina Rippon), che definisce il risultato dell’educazione (inconsapevolmente) differenziata sulla plasticità neuronale pinkificationencefalica. In sintesi, si è visto come il rendimento in un determinato compito cali quando, insieme alle aree cerebrali deputate a svolgere quella sequenza di azioni, si attivano anche quelle proprie dei circuiti emozionali associate a emozioni negative e senso di inadeguatezza. È probabile che lei, per far bene il suo lavoro, sia chiamata a mettere in atto uno sforzo ancora maggiore di quello per lei base, cosa che la immettere in un circolo vizioso che, a lungo termine, finisce per condizionare realmente le sue potenzialità (assolutamente gender-free ma che nelle statistiche diviene – guarda caso – una profezia che si autoavvera specialmente per la popolazione femminile).

Detto ciò, i ruoli sociali, e dunque anche professionali, sono culturalmente determinati/influenzati, persino in una società dinamica e pluralista come quella post-moderna.

Sempre la stessa neuroscienziata, in una ricerca condotta con bambini impegnati in attività di gioco, nota che a 5 anni di età, alla richiesta di scegliere tra un gioco facile e uno descritto come più difficile e impegnativo, i bimbi sceglievano senza differenze significative di genere; mentre gli stessi bambini, due anni dopo, cominciavano a manifestare i primi risultati del nurturing effect: quando il gioco si faceva difficile molto più spesso le femmine ripiegavano sul semplice. A questa ricerca si aggiunge poi una nutrita letteratura di studi sui giocattoli e sugli stereotipi di genere nell’infanzia, ma non è questa la sede per approfondire.

Piuttosto, questo andamento non ha solo impatto sulle scelte di vita e sullo sviluppo biologico, ma anche sui vissuti, a partire dal senso di inadeguatezza e dallo stato di ansia che si sperimenta ogniqualvolta ci si trova dinnanzi a situazioni che si percepiscono difficili da affrontare stando alle proprie risorse. Si arriva a credere di non potercela fare proprio quando le chance che abbiamo non sono diverse da quelle di tutti gli altri, se non superiori. Accade spesso nelle donne che ricoprono posti di responsabilità. A loro viene implicitamente chiesto non solo di lavorare bene, ma di lavorare meglio di tutti, di spiccare, per poter essere prese sul serio nonostante donne e per dimostrare di meritare il ruolo, di meritare rispetto. Nonostante donne.

Sono per lo più tre le risposte che il genere femminile dà: 1) rinunciare a esporsi; 2) cercare un contesto scevro da variabili barrieranti di stampo misogino; 3) rimboccarsi le maniche e fare del proprio meglio sopportando il resto. Quest’ultima categoria di donne è facilmente esposta a stress, all’ansia data dalla paura di confermare le basse aspettative (proprie o altrui? entrambe?), di confermare uno stereotipo sociale che sancirebbe una sconfitta esistenziale per la lavoratrice. È per questo che in media siamo più ansiose e ci preoccupiamo maggiormente del nostro rendimento rispetto agli uomini. Non di certo per predisposizione biologica.

È probabile che lei appartenga a questa terza categoria. È ambiziosa e nutre alte aspettative verso se stessa, è probabile anche che abbia una buona autostima, ma le esperienze di vita hanno dato pesanti scossoni al suo senso di autoefficacia. Allora chieda a se stessa non se è o meno inadeguata ma chi o che cosa le ha insegnato a percepirsi tale quando la situazione di complica.

Dott.ssa Giulia Sottile

 

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