La mamma dell’assessore

La mamma entra raggiante nella stanza e si siede sul letto senza parlare. Millisecondi di scimmiette coi piatti in testa, poi Rita torna su mamma. Sul letto senza parlare alle otto di sabato. Altro millisecondo di scimmiette e lo zoom su mamma comincia a sgranare meno. Ancora presto per avere la forza di protestare, e poi una ragione deve pur esserci per questa precoce irruzione mattutina. La saba-routine di Rita è colazione alle 10.00. Otto o dieci che siano, la faccia di questa benedetta donna dice che c’è qualcosa da dire ma a tempo debito, cioè molto presto dato l’intervallo di ritenzione mammesco alle novità. Dev’essere qualcosa di grosso, anche se Rita non è sicura di essere sulla stessa lunghezza d’onda quanto a “cose grosse”.

«Ebbene?» le esce con un fil di voce infine.

Vigilia di compleanno, vigilia di regali, ma pare che qualcuno non abbia seguito per questi la stessa clausola degli auguri anticipati, da evitare per evitare la jella. Ipotesi A: che la festeggiata possa disporre di h24 per formulare adeguati ringraziamenti al mittente di quel dono inaspettato. Perché su questo sono tutti d’accordo: quando si riceve qualcosa si ringrazia sempre! Sarà per questo che i regali l’hanno sempre imbarazzata, tanto più se provenienti da qualcuno verso cui non vuol esser debitrice. Anche adesso avverte la lancetta della bilancia sotto il suo mentalismo slittare verso il 60 virgolaedduepalle ma proprio le sta stretto il paternalismo mascherato da buona educazione. La supremazia morale infilata nella manica dell’asimmetria di relazione – altre volte sfoggiata a sbucare dal taschino o sotto il nodo di una cravatta – rappresentate della lista della magnanimità a cui iscriversi, o la quale da bravo cliente votare. E mentre la generosità dice “Che bel gesto!”, l’altra mezza-faccia: “Tu credi che io stia donando… ma invece sto comprando” gorgheggia. Si può anche leggere come un baratto: il contratto verrà redatto e firmato al momento del “grazie” e allungata di mano (che è lo svolazzo della firma). Donare procura titolo, ha scritto Giomason Rasar. Ma che titolo? A essere che, a dire che, a fare che?

«Ha fatto mettere tulipani, gerbere, rose… avvolto nella carta pane… molto raffinato»

A Rita viene in mente che, dato che a sua madre piace tanto, potrebbe portarselo in ufficio lei, tutte le colleghe le chiederebbero chi mai gli avesse donato quel bouquet – che meraviglia! – e allora lei tirerebbe fuori la storia dello spasimante di sua figlia che però è una tipa storta e le assomiglia così poco. Che figlia che non porta mai un uomo in casa e vede gente cervellotica che non si diverte. Lavora come un mulo, non fa tardi la sera che figlia.

«Che ridi?»

«Pensavo»

Che poi se “non si può non comunicare”, per dirla col primo assioma della pragmatica, qual è il sottotitolo di un dono? Non c’è nulla che sia gratis.

Certe volte si cerca un sorriso. La consapevolezza che l’altro stia pensando a quanto noi siamo dopotutto importanti. È ricerca di benevolenza, di un ruolo affettivo nella vita dell’altro? Sotto il braccio che si allunga potrebbe esserci scritto “mi prodigo per te che dunque sei importante e allora io sono importante altrettanto”. La nostra finitezza, il tempo che passa, il timore di essere scavalcati da un concorrente o dai nostri difetti… ci suggerisce una piacevole rapida soluzione.

Certe volte altre è un’iniziazione. Chiediamo di entrare nella squadra, di far parte di quella spirale dal confine ambiguo e dal pacchetto di regole che si sceglie di adottare. L’appartenenza. Sarà per questo, forse, che quando ci si lascia si domandano indietro i doni fatti. Crollata l’istituzione, si restituiscono le insegne. Recesso il gioco di rimandi, senza lo yang il pois bianco è un asteroide che galleggia sul nulla. Può solo schiantarsi.

«Su, Rita! Alzati da ‘sto letto! Fai colazione. E poi… non sei curiosa?»

Rita avverte la propria testa che si scuote tra il sardonico e il riluttante, mentre la mamma la osserva apprensiva con i bigodini in testa e la vestaglia di raso. Lei, a fronte del proprio pigiama di pile con pantalone scoppiato, non sa se ammirare o deridere quell’eleganza. Con un che di divertito, questa volta se lo dice da sola: Che figlia!

Curiosa…

Una volta il padre di un ragazzo che partecipava a un concorso per vigile urbano, approfittando delle ubriacature generali da festa patronale, portò in casa di un assessore comunale… una torta. A riceverlo c’era la madre dell’assessore che senza batter ciglio pose il veto e, dopo un breve braccio di ferro da bon-ton che si rispetti, il buon-padre dovette abbandonare il dolce davanti alla porta. A raccontarle questa storia è stato un amico, con ammirazione per quella donna avveduta. Ulisse al cospetto di Circe. (Tanto più che la mamma dell’assessore era conosciuta per essere una cliente habitué di Donna Peppina).

Quella volta Rita ha immaginato la propria madre reagire con un educato “Grazie, non doveva disturbarsi!” ma, ormai ch’è qui, non si può mica buttar via e, sempre ormai, già che c’è, gradisce un caffè? (di’ di no di’ di no). L’Osservatorio generale del Grande Occhio Sociale avrebbe approvato con una coccarda e, dato che sulla torta le fragoline erano fresche, ne avrebbe conferite anche due.

E se il messaggero non fosse una torta e la richiesta non così palese? Se appartenesse al sottosuolo di sottili intenzioni?

Che figlia, che figlia! Questa figlia che non ama ricevere da chi non gradisce, specialmente se costretta a non rifiutare, perché per esempio il mittente è un parente. Si crea quell’odiosa dinamica di riconoscenza verso qualcuno per cui si vuole tener fedelmente una patina di rancore. Non si può ringraziare e accusare allo stesso tempo senza sentirsi ipocriti.

«Senti, io sono di là. Fa’ come ti pare!»

Rita tira su il pollice con un grugnito e la mamma esce.

Dono. Dal greco dosis: termine polisemantico per dono e veleno. Anche in tedesco, gift, conserva entrambe le sfumature di senso, Giano bifronte come la natura del gesto. Sin dall’antichità comportava sempre un vettore a doppio orientamento: la legge filogenetica della reciprocità. A veicolare il vincolo: l’oggetto e i vantaggi simboleggiati. Ne andava della sopravvivenza e della convivenza pacifica della tribù. Il prezzo da pagare per l’inclusione nel cerchio magico: l’accettazione dei connessi doveri.

C’è poi un altro aspetto da considerare e a Rita viene in mente quando, vinta la pigrizia e passata dal radar di una doccia profumata (è pur sempre nata da sua madre), affronta le scale e la cucina, dove Mrs. Bigodini d’Argento sorseggiava l’ennesimo caffè. Sul tavolo, accanto al bouquet di tulipani eccetera, c’era un pacchetto con un bigliettino.

Finge indifferenza e apre il frigo, cercando con gli occhi se in fondo alla seconda mensola dietro le uova può esserci il nome di chimmaistaconfidenza, e conclude che, anche sia un amico, i fiori… decisamente troppo. Richiude il frigo, apre lo sportello della credenza: forse l’indizio si nasconde nel barattolo dei semi di zucca.

«Sei cocciuta!» irrompe la mamma, spazientita da quell’ostentata indifferenza.

Rita scoppia a ridere divertita e cede.

Afferra la lettera, va subito in fondo a leggere la firma e, riconosciuto il mittente, aggiunge un tassello al proprio trattato mentale sul dono: la smania esibizionista di chi ha un’alta considerazione di sé e crede di poter ottenere tutto ciò che vuole.

Lascia cadere la busta sul tavolo e decide che una colazione in pace ha precedenza pure sulle autorità. Apre un altro sportello e dà il via a spentolamenti, accartocciamenti, sperando che anche la mamma abbia stessa dose di pazienza.

«C’è una citazione di Belen Rodriguez!»

«Lo hai letto!» si volta Rita furiosa.

«Scusa…» miagola l’altra.

Che poi come salta in mente a un essere umano di scrivere su un biglietto d’auguri una citazione della…! Ecco, quell’informazione non richiesta sta già proiettando le sue radiazioni elettrocristosanto sulla sua tazza e persino la mamma ammette ch’è un po’ troppo. Scegliete Rimbaud, Wilde, il solito decontestualizzato Pascal, persino Fabio Volo sarebbe meglio! Ma la mamma è ormai partita ed è una che va fino in fondo:

«“Regalare una stella è il regalo più originale e sorprendente che una donna possa mai ricevere”».

Aaah! Colpita! Sul fianco, all’altezza del fegato! Aaah che male! Morirà!

Il regalo più sorprendente, cioè il nulla, perché è del nulla che la donna si sorprende? Ma no. Nemmeno il mittente citazioni sta avrà voluto dir questo, altrimenti Rita dovrebbe sentirsi ufficialmente presa per le culottes. C’è da concludere che chi non ambisce ad altro può darsi che viva meglio. A mancare non sono i Narcisi né i Paperoni. Il biglietto però, che fa intuire il contenuto del pacchetto, va a grattare s’un altro fianco della sua insofferenza, più o meno in zona “acquistare stella”. Il prurito…

«Mi dirai poi chi è lo spasimante!» incalza la mamma con sorriso malizioso.

Che prurito…

Non ha mai dimenticato il regalo di diciottesimo compleanno di una sua compagna di classe ricevuto dal fidanzato chic. È il problema di tutti gli abitanti dell’Asteroide 328, nell’universo del piccolo principe – che poi lì su ci sta l’uomo d’affari ma in fondo questo che sia un affare? – dove a forza di fare ti dimentichi perché lo stai facendo. L’uomo d’affari dice di possedere le stelle così da potersi arricchire e comprarne altre. C’è pure la banca delle stelle! Piena di pezzetti di carta chiusi a chiave in un cassetto, e il possesso non ha altro fine che il possesso. E che non pensi l’uomo di essere utile alle stelle! Nella pancia del famelico consumismo – il consumismonster – alla luce di una flebile candela, l’uomo fa i conti e si illude di aver voce in capitolo. Forse è solo una difesa dall’angoscia di sentirsi piccolo, infinitamente sempre più piccolo e insignificante.

A proposito di compravendite e banche, Saint-Exupéry ha precorso i tempi. Un’assurda e surreale allegoria del 1943 cozza dritto contro la costanza umana nel dare il peggio di sé a giro di ruota. Interessante che la prima edizione della fiaba francese risalga proprio al ’43, giunta insieme a sigarette, chewin’ gum e fagiolini in scatola? Non facciamo scomode allusioni.

«È regalo impegnativo!»

«Chi più ostenta meno stringe» e questa volta i suoi pensieri le sono sfuggiti di bocca perché sua madre prende a fissarla perplessa, probabilmente pensando a come abbassarle l’acidità.

Sì, l’ipotesi dell’esibizionista è quella centrata, dietro cui quasi sempre si cela il fumo. Il niente. E cosa di più niente può esserci se non un pezzo di carta che sancisce la proprietà illegale di qualcosa? L’Internation Astronomical Union – Rita si era documentata! – ha più volte dichiarato l’illusorietà di quel contratto, essendo lei la sola organizzazione a detenere il diritto di dare il nome alle stelle, nome che, quando non appartenente alla tradizione araba o greca, è quello di chi le ha scoperte. Angela, Federica, Diego, … un catalogo anagrafico su un sito internet. Il certificato? Un progettino riproducibile in Power Point o Photo Shop. Ma nonostante qualcuno sia legittimato a battezzare una stella, non c’è creatura al mondo che la possegga. Angela, Federica, Diego, il vostro regalo viene dalla bancarella di cose rubate!

La compagna di classe di Rita aveva ricevuto il pacchetto stella + dedica personalizzata + collanina, non sa per quante centinaia di euro di spesa per auto-pigliarsi per le brache.

«Ma almeno per curiosità aprila»

«Se la aprissi non potresti riciclarla»

«A quale Rita regalerei una stella?»

«Se a porsi la domanda fosse il genio che ha avuto la “luccicante” idea?»

«Rita, non fare brutte figure!»

«I Troiani hanno aperto le mura al cavallo di legno credendolo un dono di Apollo, ignorando che nella sua pancia gli Achei affilavano le armi»

Rita vuole essere come la mamma dell’assessore. Rita farà trovare una copia dell’Iliade sulla scrivania del benefattore.

Giulia Sottile