La banda Peyracchia

[La cornice storica di questo racconto sono gli anni immediatamente successivi alla prima campagna napoleonica d’Italia (1797-1799) e quelli della seconda (1800), quando, con Napoleone in Egitto, in Piemonte erano giunti gli eserciti austro-russi. In questi anni di sconvolgimenti non bastavano gli eserciti stranieri che si combattevano sulla nostra terra, ma anche i piemontesi stessi si volgevano gli uni contro gli altri: da una parte i giacobini, dall’altra i “sanfedisti”, che da noi furono chiamati branda; sia da una parte che dall’altra c’erano tuttavia persone che non volevano appoggiare né i francesi né gli austro-russi, ma essere solo e comunque piemontesi. Col ritorno di Napoleone dall’Egitto, la seconda campagna d’Italia e la battaglia di Marengo (14 giugno 1800) la situazione si pacificò e il Piemonte venne inghiottito dalla Francia.
Chi volesse conoscere meglio questi tempi, senza dover comunque ricorrere a trattati storici, può leggere, scritta in piemontese, la commedia Le ridicole illusioni di autore anonimo, e, in italiano, il romanzo La bufera di Edoardo Calandra.]

 

6 luglio
Sono ormai tre giorni che vado senza meta per questi boschi. Per fortuna che li conosco ben, visto che sono quelli delle mie parti, dove andavo con gli amici…
Credo di essere l’ultimo frammento della banda Peyracchia, dopo la battaglia, l’altro giorno, con i francesi: lui, Peyracchia, lo hanno preso, ferito ad una gamba, e lo hanno portato via con sé; gli altri, tutti, o sono morti o li hanno presi prigionieri. Ci sono solo più io. Ferito anch’io, al braccio. Non voglio tornarmene a casa, voglio continuare la mia strada. Il braccio guarirà e allora potrò mettere di nuovo in piedi la banda… continuerò a chiamarla la banda Peyracchia, per ricordare il mio amico, e poi perché lui ci aspetta, nascosto da qualche parte. Non è mica morto, Peyracchia.
Per fortuna che carta e inchiostro ne ho quanto ne voglio. Peyracchia cercava sempre di prenderne quando saccheggiavamo qualche casa di signori. Scriveva sempre, nei momenti liberi, o leggeva.
«Tu sai quello che scrivo io? – mi chiese una volta – Sono in procinto di mettere giù una costituzione nuova per la nostra terra».
E, un’altra volta:
«Troppi vogliono essere italiani, tanti vogliono essere francesi, ma io voglio essere proprio solamente piemontese. Sarà per questo motivo che non andiamo d’accordo con nessuno: né con i giacobini né con i branda. E tutti ci danno la caccia, francesi ed austro-russi. Una volta quelli e la volta successiva questi. E poi un’altra volta ancora come prima. Ma io me ne fotto di tutti».
Aveva studiato, lui, Peyracchia, ed è stato lui ad insegnarmi a scrivere per bene, rispetto a quel poco che già sapevo. Era, anzi è, un medico e così mi ha insegnato anche a medicare le ferite.
«Ho studiato medicina col Botta, quello dei “tre Carlo” – mi disse una volta ridendo – ma, a differenza mia, lui è scappato in Francia, con tutte le sue idee giacobine di una nuova costituzione. Ed io invece me ne sto qui, e la nuova costituzione del Piemonte cercherò di metterla in pratica davvero».
Basta, se dovessi ricordare tutto quello che diceva Peyracchia diventerei vecchio. Mi aveva nominato suo attendente (come diceva lui) e mi faceva le sue confidenze, mentre marciavamo o quando ci riposavamo.

7 luglio
Davvero tanti ne aveva riuniti col suo modo di fare e di parlare e di sostenere le sue idee. Ad un certo punto eravamo quasi duecento, e nessuno aveva il coraggio, qui dalle nostre parti, di farsi vedere. Poi, i francesi tirarono nuovamente su la testa e, finita la guerra con i tedeschi, si dedicarono ancora a noi; così, mentre il tempo passava, qualcuno di noi se ne tornò a casa sua, qualcuno morì nelle scaramucce con i soldati francesi. Siamo rimasti in pochi: una trentina, circa. Ma lui, Peyracchia, insisteva:
«Io sono un medico, ho studiato, io, e so come scansare i colpi dei fucili. A me non capiterà mai nulla, nulla di nulla… e nemmeno a voi, se rimanete con me. Io sono Peyracchia, il comandante. Io sono immortale».
E tutti gli credevano, dato che parecchie volte l’avevamo visto in mezzo al fuoco e non capitargli niente di male, benché ci fosse una confusione indescrivibile di colpi di fucile.
Basta. L’hanno preso anche lui, l’altro giorno, e adesso non ci sarà più niente da fare. A quest’ora l’avranno già persino giustiziato.
«Se dovessero prendermi e uccidermi, ricordati bene – mi disse una sera dopo una giornata abbastanza terribile in cui avevamo dovuto aggiungere diversi nomi alla lista dei nostri morti – che io tornerò, sempre e comunque, indietro, dato che io non posso morire, davvero. E tu, tu stai pronto, perché io verrò a chiamarti per incominciare di nuovo. Ricordati bene di quello che ti ho detto ora». Ed i suoi occhi bruciavano nell’oscurità di quella sera, ed io non me ne dimenticherò mai.
Ora vado ad aspettarlo. Vado in giro ancora per qualche giorno, intanto che la ferita guarisca e la tempesta passi. E poi io so dove andare ad aspettarlo, dove mi ha dato appuntamento.

8 luglio
Il braccio non lo sento quasi più, mi sembra di avere una nuvola di fumo al suo posto, ma non fa nulla, visto che sono sicuro che Peyracchia me lo farà guarire lui, appena ci incontreremo nuovamente.
L’altro giorno mi sono avvicinato alla cascina dell’Isola ed ho trovato un ragazzino che portava al pascolo le vacche. Ho fatto finta di nulla e gli sono stato dietro di nascosto finché mi è sembrato il momento buono per farmi vedere e parlargli.
«Si sta tranquilli, qui, non è vero?». Gli dissi dopo esserci scambiato il saluto ed avergli chiesto un pezzo di pane e di formaggio.
«Certo; soprattutto adesso che i francesi hanno preso Peyracchia e vogliono giustiziarlo, ma dicono che lo porteranno a Torino, perché hanno paura che la gente di qui possa tentare qualcosa per liberarlo…»
«E tu, tu lo hai visto, lui, Peyracchia? Era ferito o…?»
«No, nessuno lo ha visto. Dicono che lo hanno rinchiuso dentro un carro e portato a Saluzzo di nascosto, perché nessuno vedesse…». La voce del ragazzino era piena di commozione ma anche di spavento.
«Ti piacerebbe se Peyracchia tornasse, per combattere i francesi? o anche i tedeschi, se ce ne fosse bisogno?».
«Oh, certo, sarebbe bello davvero… il Piemonte ai piemontesi, come diceva quel manifesto che mi hanno letto in piazza qualche settimana fa».
«Proprio così: il Piemonte ai piemontesi…». E mi allontanai dopo aver salutato quel ragazzino.

9 luglio
È vivo, Peyracchia… e probabilmente anche libero. Ne sono sicuro, ora. Ce l’ha fatta a scappare dai francesi. Come faccio a saperlo? Ho visto, oggi, una lettera P costruita con delle pietre, vicino ad una sorgente dove mi sono fermato a bere. Una P proprio come la scriveva lui. E poi mi è sembrato di avvertire i rami muoversi e di vedere, forse, un’ombra allontanarsi. Se soltanto potessi usare il mio braccio come si deve…

10 luglio
Peyracchia è vicino a me. Non capisco solamente perché non si faccia vedere… Questa mattina, all’alba, mi sono sentito scrollare una spalla, come per svegliarmi. Mi sono svegliato, avevo i brividi, ma ero solo, tutto solo. Può darsi che abbia un po’ di febbre. Ma Peyracchia mi è venuto a svegliare. Vuole che io sia pronto quando lui prenderà la decisione di riprendere la guerra.
«Dovessero mai prendermi – mi diceva – tu continua sulla stessa strada… tira diritto senza aver paura. Ci incontreremo di nuovo, prima o poi, e allora tu dovrai rendermi conto di te stesso».
Ora vado verso la Cascina Nuova, ma non lungo le strade più battute. Ieri ho sentito due che parlavano dei francesi (io mi ero nascosto nei boschi e loro passavano sul sentiero), dei francesi che hanno ripreso a controllare tutti i dintorni. Secondo me, hanno paura, i francesi, e cercano lui, Peyracchia, perché sanno che è vivo e libero e che non può morire.

11 luglio
Questa notte mi sono sentito una voce che mi bisbigliava all’orecchio: un soffio, un alito di vento.
«Stai pronto, amico mio». Mi sono sentito dire.
Era proprio la sua, quella voce? non saprei dire, ma chi era che poteva parlarmi all’orecchio? Ero solo, nascosto in quel capanno vuoto di fianco alla vigna che scende da San Lazzaro verso la strada nuova. Dove vorrà fissare l’appuntamento? Dicevo di saperlo, ma ora non me lo ricordo più. Vado gironzolando, così, mangiando frutta rubata o quello che qualcuno mi dà, aspettando di ricevere un segno, da lui.

12 luglio
Un’altra P, oggi, vicino al tabernacolo di San Costanzo; una P disegnata col rosso di un mattone sul muro del tabernacolo. Ho quasi pensato che ciò voglia segnalare il luogo dell’appuntamento. Potrei quasi fermarmi qui.

13 luglio
Sono nuovamente passato dalla cascina dell’Isola, ma tutto era silenzio, polvere e silenzio, né rumori di bestie né di uomini; niente, niente del tutto. Così mi sono avvicinato ancora di più e infine mi sono trovato di fronte al portone sprangato, chiuso, sbarrato, inchiodato. E, su di esso, una croce dipinta, e una data: 1776. Più di trent’anni fa. Me ne ricordo bene. Il tifo. Tutti morti.

14 luglio
Un luccichio d’acciaio; la sciabola di Peyracchia, là, in mezzo alle piante: deve essere lui. Allungo il passo, non voglio correre ma non ce la faccio a procedere piano. Il fiato si fa corto, mi viene da tossire… la polvere. Il luccichio: guardalo di nuovo laggiù. Giro la curva del sentiero, è davanti a me. Una ragazza di una ventina d’anni, forse anche di meno. Il luccichio non si vede più. Mi fermo, senza più fiato.
«Hai per caso visto un uomo, con una sciabola, vestito per metà da soldato? Devi per forza averlo incontrato. Non puoi non averlo visto». Anche senza volere l’ho afferrata per un braccio, ma la spalla non mi risponde più come dovrebbe e non la posso stringere.
«Riposati un momento; sei stanco e malato. Fermati qui con me».
La luce del sole mi riverbera sugli occhi; il luccichio della sciabola è in realtà il luccichio del suo sorriso; non la vedo bene, ma quegli occhi, quegli occhi sono gli occhi verdi della mia Teresa… gli stessi, identici.
Un attimo: la ragazza adesso è sparita. Ma era lei? Ma Teresa è morta dieci anni fa e l’ho proprio vista io la sua cuffia coprirle i capelli rossi come la polvere dei mattoni…
Devo proprio riposarmi un momento. Ora mi ricordo il posto in cui Peyracchia mi aveva dato appuntamento: la sorgente di Santa Caterina. Lì è dove devo andare.
«Se dovessero prenderci, uno di noi due, l’appuntamento appena possibile è a Santa Caterina. Vivi o morti, ci dobbiamo trovare lassù. E tu, cammina corri salta trascinati, fa’ come vuoi, non mi interessa come, ma, vivi o morti, ci troveremo a Santa Caterina». Questo mi aveva detto una volta, e ora io avevo rischiato di dimenticarmene.

16 luglio
Di nuovo la P: eccola là, sull’edicola al bivio di Santa Caterina. Sono sulla strada buona. Coraggio. La spalla non mi fa quasi neanche più male, ma è gonfia e sento battere dentro come se il cuore si fosse trasferito nel braccio, e poi nella spalla.
L’acqua scende dalle rocce e si rovescia nello stagno da cui parte il ruscello che tranquillo scende verso la valletta, nelle profondità della collina. Devo fermarmi, mi appoggio al tronco di un albero e stando fermo lì i miei occhi passano dal ruscello allo stagno, e da lì alla sorgente, dove sembra riunirsi una visione, bianca, come se nascesse dai riflessi di un arcobaleno in uno specchio d’argento.
«Sono io. L’altro giorno Peyracchia mi è passato a fianco e mi ha detto di fermarti, ché non era ancora il momento».
«Teresa, allora eri proprio tu. Non era un’allucinazione quando ho creduto di vederti. Eri proprio tu… ti ho veduta tante di quelle volte in questi anni passati… la tua cuffia, il tuo fazzoletto a fiori… Perché Teresa, perché te ne sei andata?»
«Ora lo saprai. Peyracchia mi ha detto di aspettarti qui. Tra non molto arriverà anche lui. Ora è andato a cercare gli altri, tutti i tuoi amici, quelli che non ci sono più: Lafleur, Zolicheur, il Medichino…»
«Lafleur lo hanno beccato a Monsola; Zolicheur è morto per una sciabolata alla Villa; il Medichino lo hanno impiccato a… non so neanche più io dove… ma lo hanno impiccato, certo. Cosa mi racconti, Teresa? lasciami piangere in pace i miei amici… lascia che vada da Peyracchia e che riprenda il mio posto…»
«Peyracchia è qui. Sta giusto arrivando. Guarda la sua sciabola come luccica».
«Allora è tutto vero: tu, Peyracchia, tu non puoi proprio morire. Tutti ti aspettano, qui in Piemonte, ed io sono di nuovo pronto, ma guardami la spalla, ché non me la sento proprio più…».

Il volto nello stagno di Santa Caterina… gli occhi sbarrati nel bagliore di un sorriso e la mano destra, puntata, con l’indice allungato, a indicare una sciabola piantata dritta nella terra molliccia di fianco alla sorgente.

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Il 9 luglio del 17** il dottore in medicina Ignazio Amedeo Peyracchia, bandito e nemico della Francia (ma anche dei branda), venne fucilato, e poi appeso in piazza, a Saluzzo, affinché il suo cadavere servisse di testimonianza e di monito per tutti i cittadini piemontesi.

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