La civetta e il gruccione

Attilia Sole inaugura la collaborazione a Lunarionuvo con un rubrica che ha intitolato in omaggio a due simboli avicoli tutt’altro che criptici: lo strigide caro a Minerva e il coloratissimo Gruccione del Sinai, il monte dove Mosè fu chiamato per ricevere le bibliche Tavole dei Comandamenti. Due montagne per due epoche della storia dell’umanità, tra leggenda e mito. Due monti, l’Olimpo degli Déi descritti da Omero e il Sinai biblico, l’altopiano dove Mosè si vide consegnare da Dio in persona le tavole del Decalogo. I lettori troveranno ciascuno una loro chiave per questo tema che la giovane studiosa, nuova collaboratrice del nostro Lunarionuovo, ha scelto per invitarci a seguirla in ricerche e sue puntuali analisi tra mitologie e religiosità. La civetta notturna della dèa partorita dalla testa di Giove, nell’Olimpo, previo un provvidenziale colpo di martello sferrato da Vulcano in vena ostetricia, e il Gruccione, uccello dai colori affascinanti e dalle penne timoniere prospicienti come miniatura di due corpose grucce, donde il nome. Note le preferenze della civetta per topi, coniglietti, scoiattoli e altre selvaggine dei boschi, e la predilezione  del gruccione, divoratore di api e vespe e proprio per questo definito “vespiere” e noto per la sua scelta di non nidifcare su alberi ma in un buco che scava nel terreno. L’Olimpo è in Grecia tra la Tessaglia e la Macedonia di una volta, il Sinai in territorio egiziano, penisola dell’Asia anteriore. Presupposti tra simboli e luoghi celebratissimi che ci dispongono al non veder l’ora di cominciare, infatti qui troviamo pronto l’avvincente visita di Attilia Sole al caso di Dedalo e di più: all’imprudenza di un Icaro tra l’ingenuità e l’ambizione . (L.R)

 

LA CIVETTA E IL GRUCCIONE

Rubrica di curiosità leggendarie-mitiche rivisitate e commentate da Attilia Sole

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Icaro

Ingenuo o ambizioso?

Chissà per quale misteriosa ragione ogni mitologia ha il suo ventaglio di punizioni divine! Se ne potrebbe fare un codice giuridico con tanto di articoli e comma. In realtà le ragioni potrebbero essere più d’una e non poi così misteriose, ma cattura la percezione di un leitmotiv nel viaggiare per mari e continenti. Che sia l’entanglement decantato dai quantistici o l’univoca essenza dell’uomo, il risultando non cambia. Così come è dello stesso principio che si parla quando s’interpella con variabili nomi propri una qualsiasi entità cui si attribuisca statuto soprannaturale/divino. Che s’un aneddoto si speculi sopra a tessere arzigogolati merletti, è proprio dell’indole umana, c’è poco da fare; ma è conferma della necessità di partire sempre dall’inizio al momento di approcciarsi a un’interpretazione, più che la critica su Caio andrebbe letto Caio, soprattutto quando si rischia d’inciampare su filtri d’impronta simil-inquisitoria. Ma dicevamo delle punizioni divine e del decantato “anche gli dei hanno invidia”! Immancabilmente l’uomo osa troppo, dimentico della propria mansione di subordinato e impotente in una rigidamente strutturata olimpica azienda capitalistica, Zeus&Co. Almeno questo è il quadro prospettato da una delle interpretazioni del delfico gnòthiseautòn, monito contro l’arroganza e l’autoreferenzialità di chi crede di sapere di più a dispetto dei propri limiti, deterrente per la tracotanza, la ýbris, “tu, uomo, inferiore agli dei, stai al tuo posto”. Poi arrivò Socrate, ma la storia non è lineare e i temi ricorrono a spirale anche nei moniti se dopo Icaro è arrivata Cappuccetto Rosso. Riecheggia il famoso avvertimento della mamma “non passare per il bosco e non dar conto agli sconosciuti, dritta dalla nonna!”. C’è una certa parentela con il “non volare troppo alto, il calore del Sole ti scioglierà la cera!”.

Non c’interessa qui chi ha ragione, concetto che tra l’altro non sembra appartenere al piano speculativo proprio di questa visita domiciliare al mito. Andando di qualche tempo indietro rispetto al famoso volo, troviamo la figura di un padre (un archetipo, si direbbe) il cui ingegno aveva già risolto un problema, quello della prigionia nel labirinto commissionato da Minosse, da attribuire al fatto che, padre e figlio costruttori, ne conoscevano i planimetrici segreti, via di fuga inclusa. Ma non ci soffermeremo sulle vicende della fabbricazione delle ali, che conosciamo tutti a memoria e semmai ci confermano quale accezione attribuire realmente alla creatività quale manifestazione del problemsolving e cugina della serendipity, altrimenti sintetizzata nell’efficace definizione di Poincarè. Non ci soffermeremo nemmeno sull’avvertimento al figlio, di cui s’è detto già abbastanza. Non c’interessa la matrice pedagogica dell’aneddoto, il tanto va la gatta al lardo.

Richiamiamo le umane facoltà empatiche del lettore per fingersi Icaro al momento di spiccare il volo, e richiamiamo anche l’onestà nell’ammettere l’invidia pre-schianto, dove il volo è, si capisce, metafora d’altro genere d’ebrezza, quella di una libertà che ben pochi uomini al mondo arrivano a provare nella propria vita. Da cosa sia data la libertà è faccenda troppo complessa per darvi corpo a spodestare altro tema. Insinuiamo solo che non tutti sanno averla, o temerariamente vogliono averla. Ma ci servirà a questo punto prendere in prestito immagini e concetti della fisica, come quello di frequenza. Il volo di Icaro è un viaggio. Quando si dice viaggiamo su frequenze diverse! Giustappunto. Icaro plana a una lunghezza d’onda non captabile dalle antenne d’altri, è alto, è altro. Nella sua banda la cera tiene ben salde le piume e le ali sono sufficientemente forti per sostenerlo in quel tratto di Percorso, sono piume adatte a quella banda d’onda, è cera adatta a quelle piume. Si parte con un equipaggiamento apposito. Dedalo, sua Guida, lo direziona, gl’indica modalità e raggio d’azione col fine di giungere dritti alla meta minimizzando il rischio, massimizzando il successo.

Dicevamo che non c’interessa la matrice pedagogica e dunque nemmeno il gesto da leggersi nella chiave della disobbedienza; va posto il riflettore, piuttosto, sul gesto in sé, nella sua veste introspettiva e motivazionale. Che Icaro percepisse le sue ali talmente forti, talmente salde da ritenersi in grado di sostenere livelli di volo ben più alti? Che avesse fatto un calcolo errato del limite oltre il quale non poter andare? Che il vento tra i capelli avesse raggiunto quella corda che qualcuno chiama il “punto di fusione” di ogni essere umano, limite al di là del quale si diviene corruttibili, finendo per precipitare rovinosamente verso il basso della miseria e della mediocrità? Ci sarebbero di mezzo anche questioni morali. Oppure, chi dice che ambizione e ingenuità non possano convivere? La prima sembra scansare la seconda, ma potrebbe inglobarla nel momento in cui, nel fare bilanci, ci porta a distorcere costi e benefici.

Icaro sapeva. Sapere è pericoloso, ci dà la possibilità di non essere in balia della natura (dove per natura s’intende anche umana) osservandola senza capirla; ma ci permette anche di comprenderla e di dialogare con essa in modo da trarvi massimo beneficio. Il sapere. Icaro non sapeva abbastanza se errò nei calcoli e pensò fosse arrivato il momento di decidere da solo sulle modalità del volo, su tempi e spazi dell’ascesa. Non sapeva abbastanza se pensò fosse arrivato il momento di mettere in atto lo scatto di livello per il quale forse avrebbe avuto bisogno di una cera diversa, di un piumaggio d’altro volatile e d’un colloquio col Sole. Avrebbe dovuto (e potuto) apprendere ancora sulla natura (umana), la stessa responsabile della sua morte. Allora avrebbe colto il momento favorevole, il passaggio d’una nube sotto cui adombrarsi, per scendere nuovamente di quota appena scoperto. La vita è un po’ come il mikado.

Che le punizioni divine non rientrino piuttosto in una reciprocità uomo-natura che si spinge persino oltre il già scientificamente dimostrato (dimostrabile?)? Una reciprocità impalpabile, non priva tuttavia della sua componente corpuscolare al fianco dell’ondulatoria. Un padre oggi, piuttosto che dedicare ad Apollo un tempio in onore del figlio morto, lo minaccia di non credere più in lui. Che la Natura sia invidiosa del Troppo (quel proverbiale “anche gli dei hanno invidia”), qualcosa nell’intimità della nostra vita ogni tanto ce lo conferma, ma essa non è la leopardiana matrigna. Non è tiranna. Va meglio conosciuto il gioco della parti.

Dunque di cosa peccò Icaro, di ingenuità o di ambizione?

 

icaro