La seconda notte di plenilunio

J.P. Gowy, da bozzetto di P.P. Rubens, La caduta di Icaro, 1636-38

J.P. Gowy, da bozzetto di P.P. Rubens, La caduta di Icaro, 1636-38

 

(Prima parte)

Questa è la seconda notte del primo plenilunio d’estate, i giovani e gli amici sono riuniti sulla terrazza sul mare per raccontarsi i sogni della notte e le storie della loro ispirazione; ed esplorare quello stretto spazio, quasi un cunicolo, dove i pittori trovano i loro colori, gli scultori la forma, i poeti i versi, il musicista gli accordi, lì, c’é solo quello e non altro, lì, non c’è spazio per altro.
È questo il luogo dell’ispirazione ed è questo un Santuario, dove si giunge da soli per incontrare lo Spirito di tutti, attraversando il tempo e lo spazio, della propria vita, con la mente sgombra, in assoluta solitudine, per prendere coscienza del proprio Talento, e portarlo alla luce del sole, dove, i giovani e gli amici, aiutandosi a vicenda, lo utilizzano per costruire Architravi di Futuro.
Lì, in questo Santuario, si recano anche i filosofi e gli scienziati per fermare le vibrazioni degli atomi, le aggregazioni delle molecole e la dinamica dei corpi celesti. E poi, venirci a raccontare di tempi e di spazi infinitamente brevi o incredibilmente lunghi, così tanto, da non sembrarci veri, da stupirci fino a farci dubitare che Loro, in quel Santuario, mai si siano veramente recati. Il nostro scetticismo, dura fino a quando non ci dimostrano che la realtà è diversa da quella che noi vediamo con i nostri occhi e intendiamo con la nostra mente, conducendoci dal dubbio allo stupore, raramente, alla gratitudine. È così che, in questo luogo dell’Essere, che chiamiamo Santuario, l’astratto pensiero, la creatività e il talento si materializzano e si trasformano in concrete realizzazioni. Qui assistiamo al più stupefacente evento a cui è dato di assistere, al comune mortale: la creazione del nuovo. Solo in questo luogo ciò che non era mai esistito assume carattere di verità e diventa realtà. Talvolta, impercettibilmente, senza che nessuno si accorge. È il Genio Umano, che emerge nell’individuo, a favore dell’uomo, a suo uso e consumo.
Banalmente, tutto comincia con un’occhiata, uno sguardo, poi, un sorriso di accettazione e d’intesa, la voglia di ascoltarsi e stare vicini, l’insorgere del desiderio dell’altro, di chi è diverso, di chi è maschio o femmina, come noi non siamo. I geni del Genio Umano, che sono in ciascuno individuo, si aprono come baccelli, e, si dividono. La metà dell’uomo viene attratto dalla metà della donna, trova il suo omologo, e, si appaiono, ricostituendo l’unità, per assicurare diversità ai nuovi individui dell’umanità. Una vita nuova, inizia il suo tempo e comincia a percorrere lo spazio della sua esistenza, portando in se le potenzialità di tutti. Lontano da sguardi banali, il Genere Umano (o per chi vuole, la Specie), celebra le sue Nozze Segrete, con un atto di creazione, proprio in quel Santuario dell’Essere, dove, ciò che prima non esisteva comincia ad essere, sia come corpo fisico, sia come potenziale fonte di nuove idee. La creazione che da sempre abbiamo pensato fosse un atto misterioso, riservato esclusivamente, a una Divinità lontana, dei cieli, abbiamo la responsabilità di doverla custodire dentro di noi. La nostra libertà, di uomini, a differenza di ogni altro essere vivente, consiste nel rendersi conto, e quindi, comportarsi di conseguenza, noi, siamo portatori di potenzialità che vanno ben oltre il ruolo sociale che ognuno di noi ha. Ogni volta che un individuo nasce, diventa Patrimonio dell’Umanità. Certamente, più simile a suo padre e sua madre, ai nonni e agli zii; tutti figli di quella umanità che si farà carico, nel bene e nel male, di allevare umanamente, i nuovi uomini. Si stabilisce uno scambio interattivo continuo di dare e avere, tra l’individuo e la sua gente, che li trascende entrambi, sfociando nella loro storia.
L’Io cosciente, è chiamato a dare compimento a ciò che l’intima natura di ciascuno ha ereditato, a ciò che ciascuno è. I verbi dell’Io sono: compiere, attuare, effettuare, realizzare, avverarsi ciò che è nell’Essere.
L’atto creativo deve sempre essere preceduto dal verbo (In principio era il Verbo….. “), con cui ci si rende conto e si prende coscienza  di ciò che non appare; ma, di ciò che è, dell’Essere.
I Giovani imboccano le loro nuove strade di conoscenza, e gli amici che hanno percorso strade diverse li aiutano a capire e a credere come la realtà coincida con la verità e a vicenda, farsene una ragione, per accettarla quale patrimonio comune.
È difficile immaginare come tante persone hanno dedicato la loro vita a percorrere quello stretto sentiero che li ha portati a scoprire e comprendere cose tanto complesse e tanto lontane dalla comune esperienza di tutti, da rendercele inverosimili. Eppure, quelle cose inverosimili, sorprendentemente, risultano tanto vere da cambiare la qualità e la durata della nostra stessa vita. Queste verità, nascoste nelle pieghe della realtà, vengono individuate nell’immaginario collettivo e tratte fuori, poste sotto la luce della ragione, e rese utili a tutta l’umanità che ha allevato, nel bene, quei suoi figli.
È questo il luogo dell’esistenza dove bisogna recarsi ad ogni cambio di stagione della vita, per trovare le coordinate della propria esistenza, esso somiglia a una radura nella foresta degli asceti, o a un’oasi nel deserto dei miraggi, a un’isola in mezzo all’oceano dove nessuno ti vede e nessuno ti sente, da esso ognuno attinge la propria Verità. È questo il luogo dove la nostra personale immaginazione si mescola, geneticamente, all’immaginario collettivo, si accende di desiderio che diventa passione, e porta all’atto creativo, sotto lo sguardo compiaciuto e benedicente della Divinità.
Talvolta, la Creatività incontra il Talento che sa cogliere i tratti comuni dell’animo umano ed esprimerli alla collettività che ne trae profitto.
Il Talento è al di là della determinazione dell’uomo, esso se da un lato appartiene al Divino dall’altro è oggetto della scienza. È un elemento dell’Essere, e allo stesso tempo, è nient’altro che un carattere genetico, come tale non determinabile e non, ancora, manipolabile, da parte dell’uomo, che nella sua tensione di conquista della conoscenza mira a controllarne la variabilità, correndo il rischio di vedere sciogliersi le ali di cera. È la casuale variabilità dei caratteri che operando la necessaria selezione naturale ha consentito la sopravvivenza delle specie. Non una programmata selezione delle razze.
L’uomo nel momento stesso in cui ha acquisito la capacità di ‘rendersi conto’, ha scoperto in se la possibilità di levarsi in volo, come Icaro, costruendo le ali, seppure, di cera. Scambiando, spesso, le capacità con le possibilità, abbagliato dal fine senza averne i mezzi.
Il Talento è attitudine innata nell’individuo, che gli consente di scoprire aspetti non comuni della realtà, ed è uno strumento che per un verso serve a decantare l’immaginazione, per l’altro verso, alimenta la creatività servendosi della conoscenza.
Icaro è il figlio di Dedalo, questi aveva costruito il labirinto del Minotauro per Minosse re di Creta, che lo aveva imprigionato per impedirgli di rivelarne il segreto. Per fuggire, Dedalo costruì le ali, per se e per il figlio Icaro, attaccando penne d’uccello con la cera. Raccomandò al figlio di non volare alto, ma Icaro si spinse verso il Sole, che Febo conduceva su un carro d’oro, le ali si sciolsero e precipitò in mare. Dedalo, invece, volò basso e raggiunse la Sicilia. Le ali, frutto dello stesso talento e della medesima creatività, ad Icaro costarono la vita, a Dedalo fecero guadagnare la libertà. Dedalo era giunto al Santuario del proprio Essere, dove, condotto dalla consapevolezza del suo Talento, la sua creatività gli aveva fatto costruire quelle ali. Icaro, avuto in mano quello strumento di libertà ha creduto di poter volare fino al Sole. Per sopperire alla propria stoltezza, l’uomo si è inventato il Destino, a cui potere attribuire la responsabilità delle sue sciocchezze.
Negli ultimi decenni è stato insinuato che gli uomini sono tutti uguali. Saranno uguali di fronte alla legge, per cui ognuno deve assumersi la responsabilità di quello che combina, o ancora di più di fronte a Dio, per cui tutte le creature sono uguali, ma è un’eresia pensare che, di fronte all’uomo, tutti gli altri uomini siano uguali. Ciò va detto senza paventare caste, razze, schiavi e discriminazioni, gli uomini sono diversi nell’ambito di una variabilità genetica, pressoché infinita. La supponenza di molti, o la modestia di pochi, mai ci deve indurre a credere a disastrose ‘verità’ che portano alle frequenti catastrofi.

(Continua nel prossimo numero…)

 

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