Marina Pappalardo. Donna, sintesi di estremi: corpo come sensualità o pudore?

L’Artista, nata a Catania nel 1984, ha iniziato già alla tenera età di due anni a intraprendere l’arte del disegno riproducendo dal vero vari soggetti.
Alle medie, dopo la morte della madre, ha voluto reificare il ricordo della madre attraverso la sua effige, ritraendola a memoria, determinando cosi l’incipit del suo percorso creativo, profondamente permeato di valori empatici e intimistici, fomentandolo con i molteplici ritratti di compagni di scuola e insegnanti.
Ha frequentato l’Istituto d’Arte e l’Accademia, sempre ramo pittura, iniziando un percorso coloristico e principalmente conoscendo quello che sarà il suo grande amore, la pittura ad olio.
La produzione iniziale è caratterizzata da varie sperimentazioni, da quelle impressioniste alle icone religiose, fino a legare la fotografia e la passione per il nudo.
Tra queste si denota un profondo valore morale.
Finiti gli studi ha iniziato a slegarsi dal metodo accademico, dedicandosi pienamente alla produzione di ritratti e dipinti dal vero, facendo diversi dipinti su commissione, ritratti, icone e paesaggi.
Nelle opere personali si nota un senso del fantastico, onirico a metà tra il fantasy e il simbolismo.
Varie sono le rassegne alle quali ha partecipato: nel 2007, mostra collettiva con l’Accademia, alle Ciminiere; nel 2008, collettiva degli “Artisti senza tempo”, “Tocchi di colore”; nel 2009, Revival acese; nel 2009, collettiva “Acireale in arte”; nel 2011, con OmniArteEventi, mostra ad Acicastello.
Recentemente ha esposto anche con artisti di fama internazionale ad Ortigia (Siracusa), 2012.

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L’artista presenta un ciclo pittorico particolarmente significativo.
Il tema pregnante della produzione è la donna, e tocca tre ambiti particolarmente delicati: il rifiuto all’abuso e quindi il discrimine alla violenza sulle donne, il pudore e la sensualità.

Donna,
essere arcano
biunivoca corrispondenza tra forza e fragilità
in te la vita, in te la morte, in te l’orizzonte della possibilità.

La donna cresce come figlia, cresce come donna, cresce come madre, cresce come nonna.
In essa le fila del passato, del presente e del futuro,
basta un niente a recidere il fuoco che la arde.

Atto abominevole ancora oggi
Sia esso violenza fisica
Sia assassinio per limiti religiosi di libertà
Sia esso demagogia politica
Sia esso seme di bullismo.

La prima opera che apre il ciclo, intitolata “Pudore”, ha un tono provocatorio, in realtà si sceglie una posa volutamente censurante nei confronti dei voyeur spettatori, come volontà di bloccare questo atto pari ad un abuso. L’artista affronta temi di profonda sensibilità, che toccano profondamente l’animo delle donne, il senso della fragilità e della dignità, spesso continuamente a rischio.

© M. Pappalardo, Pudore, olio su tela, 2006, 120 x 100

Struttura compositiva
Le mani si intrecciano, come a delineare la diagonale principale del quadro, il fulcro delle linee, il centro d’osservazione celato.
È un rifiuto al darsi, antitetico alla sensualità del nudo in se stesso, soggetto estetico per eccellenza, storicamente velato per censure religiose e storiche, in questo contesto non dato per protezione nei confronti dell’intimità del femmineo attualmente perduta.
C’è inoltre un forte senso centrifugo creato dalle linee compositive e dalla dimensione della tela, mentre la successione delle pieghe del ventre molto marcate fa pensare alla tensione del movimento, alla tensione della scena, incentivando una sensazione di arresto non solo visivo.
I colori si fanno forti, caldi, provocatori, ma il verde delle ombre è effetto di un lavoro di solarizzazione della matrice di riferimento: foto utilizzate dall’artista e ritoccate per giungere al significato estetico voluto.

Oggi si è perso quel velo, dando al troppo contesti di corporeità, venduti come figurine, diffusi come cronaca internazionale.
S’è perso non solo un intervallo, direbbe Gillo Dorfless, ma il mondo dell’intimo, del primigenio, dell’indole della donna, del vissuto viscerale di ognuno.
Perdendo la maschera del sé, creata ai fini dell’autoprotezione, la bellezza corporea s’è dissacrata alla mercè del consumismo.
Esistono società dove il valore sociologico del nudo assurge a significati simbolici altri, dove l’inizializzazione nella società si caratterizza proprio nella condivisione della propria intimità, ma si tratta di regole condivise che si accettano dalla nascita come costituenti della propria ideologia.
Cosa ben diversa da una violenza ideologica, fisica, merceologica, economico-globalizzante che demotiva il sé spogliandolo della propria identità e dignità.

© M. Pappalardo, Pudore 2, olio su tela, 2006, 150 x 100

 

© M. Pappalardo, Pudore 3, olio su tela, 2006, 150 x 50

Pudore 2 si caratterizza per l’impatto visivo dovuto alla dimensione insolita, volutamente studiata perconcentrare lo sguardo nelle zone considerate da sempre tabù, ma sempre volutamente celate secondo il senso del pudore.
Ritorna nella posa delle mani il senso di rigidità, contrapposto al le ombre vive dall’uso del colore caldo; la terra di siena bruciata dà un senso quasi di pelle arsa dalla passione.
Ombre provocatorie, sinonimo di desiderio e carnalità, anteposte alla tensione del gesto bloccato, detentore di rabbia e sospensione delle mani rigide, portavoci del senso del rifiuto.

Pudore 3 tende maggiormente alla sensualità rispetto alla prima opera, la posa è più dolce, sensuale, i colori più attenuati, la posa delle mani molto femminile e seducente.
La pennellata si caratterizza per un livello di fondo dai suggestivi passaggi tonali, dai toni pastello dalle larghe campiture a quelli caldi delle ombre, uno strato superficiale sembra quasi dissolversi in pioggia di luce.
La figura domina la composizione creando per la struttura delle linee un movimento verticale forse incentivato dalla posa della mano che accarezza dolcemente la gamba.

© M. Pappalardo, Pudore 4, olio su tela, 2006, 120 x 100

Pudore 4  sottolinea le pose e le movenze richieste dal mondo della pubblicità, del venduto per eccellenza, dove il corpo è solo mezzo di scambio.
Continua il senso del colore e il valore tonale provocatorio, il corpo perde la sua carnalità e umanità divenendo quasi tessuto di seta, in maniera ambivalente rifiuta la propria sensualità enfatizzandola al tempo stesso.

© M. Pappalardo, Nudo, olio su tela, 2006, 150 x 100

Continua la sequenza dei nudi con differenti pose, dove la visione realistica è alterata da un effetto fotografico, voluto appositamente dall’artista per attenuare la carnalità e quasi a voler immergere il corpo in una realtà diafana dove i colori come suoni sordi si smorzano nello spazio.

© M. Pappalardo, Particolare Nudo 2, olio su tela, 2006, 120 x 100

 

 

 

 

 

 

© M. Pappalardo, Pudore 5, olio su tela, 2006, 100 x 100

 

 

Particolarmente significativa è la posa scelta in Pudore 5, perché sottolinea una sensualità forte pur essendo solo un gomito appoggiato a un braccio:  una piccola parte delle braccia a livello compositivo sembra alludere a pose più provocatorie, ma in realtà è tutto dovuto al colore che si impone nettamente in scena.

© M. Pappalardo, Particolare Nudo, olio su tela, 2006, 100 x 100

 

 

 

 

Si conclude lo studio delle forme con Particolare Nudo, un percorso antitetico dove le zone proprie della femminilità si vestono di toni pastello dando un senso di freddezza a un’imago di lieve sensualità, di contro dove arridono i toni caldi una posa ci allontana.
Questo dialettico rapporto col colore, cromaticamente forte e caldo se associato all’allontanamento, contrapposto ai toni freddi della sublime posa elegante, chiamati ad avvolgere invitanti e suadenti forme, è la firma dell’artista.

Donna: sensuale e fragile, vittima o carnefice della propria sensualità?
Si parla di donna forte nel lavoro, nella famiglia, libera tra le amiche ma anche di donna fragile che muore per un sorriso, per un articolo di giornale, per una fede, per una voglia di libertà. Un ricordo va a Kaur e a tutte le donne orientali che cercano di liberarsi da un velo che ancora copre il loro cuore e non permette loro di respirare, alle mogli segregate dai mariti, alle figlie vittime di violenze di padri e fratelli, a coloro che muoiono perché lavorano o vivono con dignità va il nostro elogio della bellezza. Qualunque sia il dubbio della donna, non deve temere repressione alcuna se ciò che deve dire o fare è per la propria libertà. In occasione di questo ciclo pittorico che ha come tema il corpo femminile come mezzo positivo e negativo della vita della donna, presento il mio pensiero in merito al problema spinoso della violenza sulle donne che, purtroppo, quotidianamente si evidenzia nelle cronache. Nella speranza che mai s’oda questo fragore di pianto, se v’è speranza alcuna di emendare questa terra da tali violenze!

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