Riflessioni ed emozioni su “non ho tempo da perdere”

Sull’esordio letterario di Giuseppe Artino Innaria

SE UN ROMANZO TI LEGGE. RIFLESSIONI ED EMOZIONI SU “NON HO TEMPO DA PERDERE”

Da sinistra: Mario Grasso, Renata Governali, Giuseppe Artino Innaria. Presentazione di “Non ho tempo da perdere” presso il Piccolo Teatro della Città (Catania), maggio 2019.

La lettura di questo bel romanzo mi ha molto appassionato innanzitutto perché  è scritto bene, è un libro  colto, con buone citazioni, ottime metafore, una storia intrigante  ma, come sappiamo, quando si legge un libro, soprattutto un romanzo, il romanzo ti legge. Voglio dire che il racconto,  le storie, le vicende, ma anche semplicemente  le parole che vi sono contenute, scelte e utilizzate dall’autore,  sono  semi che vengono piantati dentro, ognuno accoglie il proprio seme, ognuno ha una  propria reazione;  ognuno è una terra che riceve un seme e, in questa terra, il romanzo germoglia, da frutti, produce effetti. Un romanzo ci legge quando  tira fuori da ciascuno di noi qualcosa di profondo, di nascosto, e lo porta alla luce come facendolo emergere dagli abissi del nostro essere per consegnarcelo chiaro, luminoso e ci costringe a prenderne coscienza, a conoscere,  a confrontarci con qualcosa di noi che magari è scomoda e,per questo, l’affossiamo, la trascuriamo, sperando che si perda nei dirupi della nostra anima. Ho amato questo romanzo  per le ragioni che meglio approfondirò in seguito  ma anche un po’ l’ ho temuto perché mi ha costretto, mi ha sollecitato ad alcune considerazioni  non sempre semplici. La prima,  già nel titolo: Non ho più tempo da perdere, riguarda il confrontarsi con il tempo, riflessione   che non è agevole a nessuna età e, a maggior ragione alla mia, che comincia ad essere crepuscolare. Ma cosa è il tempo  per ciascuno di noi, quale la percezione e la rappresentazione che ne abbiamo? L’autore,  nel definirlo, in un passaggio dice che  il tempo ci frana sotto i piedi, sottolineandone  la caducità, la sua corsa, il suo travolgere anche distruttivo come è appunto una frana. La scrittrice Annie Ernaux nel suo libro Gli anni afferma che il tempo è il carburante della vita, quando esso si esaurisce la vita si conclude. In Berta Isla, lo scrittore Xavier Marìas mette in risalto come si solito ci fermiamo a considerare soltanto i segnali esterni del  suo trascorrere quando dice: “ Il tempo continua ad avanzare e ad agire non solo sul nostro corpo  ma anche sulla nostra coscienza, al tempo non importa se dormiamo o siamo svegli o soffriamo di insonnia o ci si chiudono gli occhi.” In una riflessione sul tempo il pensiero va, inizialmente, alla mitologia, agli archetipi a ciò che è il profondo,  il sostrato della nostra cultura, del nostro immaginario. Ma chi è il tempo nella nostra mitologia: è Cronos ,  figlio di Gea,  la grande madre, la dea terra e di Urano, il creatore del mondo. Dalla loro unione nascono tanti figli ma Urano ha paura  della propria successione, di ciò che verrà dopo di lui e il figlio è sicuramente un dopo, una materializzazione del tempo che trascorre;   Urano quindi  non permette ai suoi figli di uscire  alla luce: secondo alcuni  fa in modo che restino nel ventre di Gea, secondo altri  li nasconde negli anfratti del Tartaro. Ma Gea, il materno, il positivo del femminile  che è esattamente il contrario del potere maschile nella gestione del tempo, sappiamo che c’è una differenza profonda nella percezione del tempo tra il maschile e il femminile: per il primo il tempo è lineare, è obbiettivo da raggiungere, è progetto: nel femminile  il tempo è circolare,legato alla ciclicità, alla procreazione, alle stagioni, è il tempo del cuore.  Gea che  non ce la fa a non vedere, a non avere rapporti con i propri figli  convince l’ultimo, Cronos, ad evirare il padre, a privarlo del  potere e, da questo atto cruento, si sviluppano  storie   straordinarie come la nascita di Venere  da alcune gocce di sperma che cadono nel  mare. Cronos quindi,spodestato il padre  avendolo privato  del vigore maschile, il potere simbolizzato nei genitali, ne prende il posto, diventa il sovrano e anche lui ripercorre una storia dolorosa:  si accoppia con sua  sorella Rea con la quale da origine ad una numerosa progenie. Ma ha anche lui ha  lo stesso problema del padre perché i destini si ripetono, qualcuno gli ha pronosticato che uno dei suoi figli lo eliminerà, lo scalzerà così come lui aveva fatto con il proprio padre, per cui  Cronos, il tempo,divora tutti suoi figli  man mano che nascono fino a quando uno di loro, Zeus, aiutato dalla madre che, come Gea non può tollerare questo comportamento,  riuscirà ad opporsi al padre Cronos, lo costringerà,  somministrandogli  un emetico, a vomitare tutti i figli ingurgitati e ne prenderà il  posto.  Il conflitto  con il padre è simbolicamente come sappiamo uno scontro di crescita. La relazione  tra Cronos e la sua progenie, tra tempo e figlio viene ripresa  nel romanzo di Artino Innaria,infatti il protagonista, avvertendo  che il proprio  orologio biologico sta scadendo  si interroga su come dare  un senso al proprio tempo che scorre e pensa che il cambiamento alla propria vita gli può essere dato  dalla paternità, cioè dalla   trasformazione dallo  status di figlio a quello  di genitore  considerando il figlio, tempo concreto, visibile, tangibile. E da qui il  romanzo  si dipana   con un flusso di coscienza, il protagonista si interroga, si mette a nudo, è l’analista di se stesso,  si dibatte in questo passaggio tipico del bruco che sta stretto nel bozzolo e che non riesce facilmente a diventare farfalla. È  la stessa immagine del bambino che  già compiuto nel ventre della madre, si dibatte, scalcia, da un lato ha paura di perdere quel paradiso, dall’altro c’è una scadenza che è quella venire alla luce  con fatica e dolore. Bisogna  attraversare il canale del parto, soffrire per le contrazioni uterine,  mutare status: dal liquido amniotico dove il bambino galleggia come un pesce, uscire alla luce: i suoi polmoni respireranno l’aria, la luce ferirà i suoi occhi, piangerà. Sarà un cambiamento forte, un passaggio di crescita che, in  alcune fasi della vita è assolutamente tangibile, evidente anzi,si aiuta il parto, è una situazione assistita  non solo oggi dal punto di vista sanitario ma da sempre: dal materno femminile, dal gruppo  delle le madri. Non c’è invece più, nella nostra società, un passaggio cristallizzato, definito come in altre culture, un  rito di passaggio che accompagni  il cambiamento da adolescenza a piena maturità. E  un po’  ci si smarrisce in questa società dell’effimero, del fragile, di una adultità difficile da raggiungere e  il protagonista che cerca questo passaggio,lo individua nel diventare padre,dimensione in cui si crea una irreversibilità della relazione e sa per certo che questo rapporto, come quello di Cronos con Urano e di Zeus con Cronos ma come è anche il suo rapporto, quello del protagonista con un padre che un po’ squalifica, che critica per le scelte da lui fatte,che non risponde a un proprio ideale di  uomo forte, determinato, questo rapporto dicevo, sarà  molto difficile. Freud avverte: nel  passaggio di crescita  i figli uccidono i propri genitori. Si può comprendere  come i dubbi e i ragionamenti del protagonista  sul senso del tempo, su  come è speso il tempo, quanto tempo c’è ancora da vivere, quanto l’ orizzonte  va restringendosi, diventano sollecitazione ad una profonda  riflessione, sollecitazione a valutazioni e bilanci, appesantiti anche da una dimensione in cui gli ideali sono svaniti, i sogni spenti e l’incanto del mondo smarrito. Interrogativi per i quali non c’è spazio nella  quotidianità della nostra vita e nel romanzo si descrivono in maniera eccellente questi happy hours, certe  superficialità del nostro odierno vivere , questo bla bla , il romanzo è anche una fotografia dei nostri tempi,  di questa  attenzione esagerata all’immagine, all’apparenza,alle relazioni futili, una fotografia della difficoltà,dell’incapacità odierna  di costruire,  invece,  qualcosa di più solido, di assumere  la responsabilità nei confronti della relazione, ad esempio di quella padre figlio  ma anche di quella uomo donna. L’autore con grande capacità racconta l’incontro  con l’altro sesso, descrive  una realtà che non è affatto bella, non è l’ideale, è una situazione sociale  che ha smarrito il senso del contatto con l’altro, qualcuno dice: “ Non siamo più umani “ non solo perché non accogliamo, come dovremmo, chi arrivava dall’altra parte del mare  come invece hanno fatto gli antichi padri:  ce lo ricorda Eschilo ne Le supplici  ma perché abbiamo  smarrito la nostra umanità,  ciò che ci  caratterizza  come persone; noi siamo un dialogo dice Borgna, siamo relazione ed esistiamo  in rapporto  con l’altro. Ci sono poi altre ragioni che  mi hanno fatto amare questo bel libro, opera di esordio di Giuseppe Artino Innaria  ma forse opera di maturità, come specificato nella prefazione. Sfogliandone le pagine scopriamo, piacevolmente, una scrittura elegante, ricca di citazioni filosofiche, letterarie, sociologiche, psicologiche ma anche relative alla musica classica e moderna e a certa filmografia colta, segno che l’autore   è persona di buone letture con le quali, sapientemente, ha impreziosito la sua opera. Il linguaggio che usa è elegante e raffinato, il tono letterario è al tempo stesso pensoso in quanto ci sollecita molte riflessioni ma scorrevole. E’, questo, un testo che si legge agevolmente, un testo che assume la forma di un flusso di coscienza di sveviana memoria e non c’è dubbio che il primo pensiero, man mano che si procede nella lettura, va alla Coscienza di Zeno e all’altro capolavoro l’Ulisse, punti fermi per ogni opera letteraria che si caratterizzi come riflessione ed esame del mondo interiore. C’è un continuo andare dall’interno all’esterno, dal proprio sentire a ciò che gli altri manifestano, dalla analisi del proprio comportamento a quello degli altri: amici e conoscenti in un confronto continuo. L’autore racconta, discorre, si scontra, argomenta e tutto questo con un linguaggio che non perde mai la precisione, la leggerezza e l’armonia. Vorrei sottolineare anche  la maestria dell’autore nel  dare vita ai personaggi che abitano questo romanzo  e che si muovono con una propria anima accanto e intorno al protagonista e che costituiscono un solido e armonioso intreccio narrativo, che fanno da corona senza mai togliere luce al personaggio principale. Monica, ad esempio, la compagna del protagonista che impersona una certa tipologia femminile che non piace all’autore e neanche a noi. Superficiale, egoista, attenta  a se stessa e alla propria avvenenza , il suo tempo è dedicato solo a svaghi, palestra e  chiacchiere con le amiche. Quanto è diversa da quel vagheggiato  femminile materno,accogliente e amorevole, che nutre l’anima e che, confessa Artino Innaria,  ogni uomo sogna. La relazione con Monica diventa  il contenitore delle inquietudini dell’uomo di oggi, degli aspetti del nostro attuale vivere: individualismo, solitudine, egoismo,  incapacità di accoglienza, in una parola un vivere  l’amore  senza disponibilità e senza dono di sé,  Bauman lo chiama amore liquido.  Altri personaggi sono: Enrico l’amico col quale poter discutere a cuore aperto che consente all’autore di esprimere la sua visione del mondo senza per questo diventare pesante o difficile da comprendere, e poi Enzo, il dandy abbronzato, palestrato, maestro di acchiappo sebbene, come molti quarantenni di oggi, divorziato e padre di figli. Questi due personaggi sono parti della personalità del protagonista, sono aspetti ombra di se stesso con i quali desidera dialogare. Ma soprattutto mi ha colpita la figura del padre del protagonista, apparentemente appena accennata: “ Che lascia al primo schiaffo ricevuto dalla vita e, anziché reagire preferisce la ritirata, il letargo della provincia.” L’autore sentenzia: lentamente muore chi tradisce le proprie possibilità e  in altra pagina: “Sono diventato uomo nel momento in cui ho giudicato mio padre”  aggiungerei come Zeus con Cronos e come Cronos col padre Urano. Poche parole ma dense, capaci di farne un ritratto che è una tessera importante della narrazione , proprio da questo padre fragile si dipana,  a mio modo di vedere, tutto il racconto. I padri non sembrano essere molto competenti con i propri figli da Urano che li nasconde  a Cronos  che li divora ma anche i padri che deludono i figli come nel romanzo di Artino Innaria ,non sono competenti e non recano un buon servizio alla crescita di questi ultimi. E’ la nostra, come dice Recalcati,  una società alla ricerca del padre, della regola, della norma,del prestigio, alla ricerca di colui che speriamo ci possa trasmettere  un testimone autorevole. È l’era di Telemaco, il figlio di Ulisse che intraprende il viaggio alla ricerca di suo padre e, solo dopo averlo ritrovato, potrà diventare adulto.E d’altro canto il desiderio di paternità del protagonista di questo romanzo, fa pensare all’attivazione  dell’archetipo del puer di hilmaniana memoria, il puer  che è rivoluzione, cambiamento, avventura, il puer che combatte il senex che rappresenta  invece  conservazione, ordine, disciplina, regola, difficoltà a cambiare. La pesantezza contrapposta alla leggerezza del puer è  tutta giocata all’interno della personalità del protagonista che lamenta di non aver vissuto appieno e con godimento gli anni della giovinezza, è come se gli mancasse un passaggio in questo percorso verso la maturità. Infatti  afferma, cerchiamo nel partner la soluzione del nostro problema esistenziale, nel compagno, nel figlio così come un tempo affidavamo ogni difficoltà all’accoglienza e alla tenerezza della madre. Ma la soluzione, quella vera, è dentro ciascuno di noi, si può cercare un compagno di strada ma quella strada va comunque percorsa, è solo dopo aver fatto questo passaggio che si può amare veramente qualcuno,un partner o un figlio perché non siamo più mossi dal  bisogno di completamento , non abbiamo necessità spasmodica dell’altro, ma siamo spinti solo dal desiderio di  amare, di dare amore, non di essere amati  ciò che di norma pretendiamo ma amare che è  prima di tutto amare se stessi. I figlio, il bambino che il protagonista vagheggia come soluzione della sua crisi esistenziale sarà, alla fine, quel  bambino smarrito nel corso degli anni,  quel suo io bambino che l’ansia di crescere e di realizzare con rigore una professione, gli ha fatto abbandonare lungo il cammino ed è questo puer che sconfiggerà il senex dentro di lui.

Il protagonista del romanzo  entrerà nell’età adulta portando con sé, sulle proprie spalle e sul proprio cuore, quel bambino che era stato capace di interrogare le ombre,di intuire il giro di luce che fa il sole sulle montagne,quanti di noi lo hanno smarrito quel bambino. Ma l’autore ci fa ancora riflettere, bisogna recuperarlo spegnendo la mente, che con le sue idee è diventata strumento di omologazione, di controllo sociale, il bambino  è invece  creatività, è libertà,per questo il controllo sociale ci impone di soffocarlo, di farlo morire per non turbare l’ ordine. La soluzione sarà sana:  il recupero e l’integrazione di parti  importanti di sé :quella intellettuale impersonata dall’amico  Enrico, quella adolescenziale rappresentata nell’amico Enzo il dandy gaudente e giocoso  ma, soprattutto, il recupero del bambino perduto e, con questo carico di gioia e di  energia il protagonista  potrà incamminarsi fiducioso verso il futuro, la vita che è una straordinaria avventura potrà  riservare ancora tanta bellezza.

Renata Governali