“In amore” di Fabio Scotto

in amoreIn amore, l’ultimo volume di poesie di Fabio Scotto (Passigli Editori, 2016), colpisce subito per la complessità e l’unitarietà della silloge, benché i componimenti si dispieghino come i momenti di un percorso che non sembra seguire un criterio cronologico assoluto.
Il volume si articola in due sezioni. La prima è quella che dà il titolo al libro e comprende tredici composizioni in forma poematica e tre in forma rapsodica, seguite da dieci componimenti raccolti sotto il titolo Rosa del mattino, da una più lunga composizione intitolata Ora più di adesso e da un “poemetto per voci e coro”, come viene definito dallo stesso autore, il cui titolo Lamento per Aylan Kurdi, tre anni, siriano riprende, in forma teatralizzata, il genere del compianto funebre. La seconda sezione affida al titolo Altre, oltre alcune poesie ispirate prevalentemente a situazioni che vanno, appunto, “oltre” l’impostazione generale. Tuttavia l’intensa affettività che vi circola può con buone ragioni rapportarsi al tema generale. Che è, appunto, il tema supremo dell’amore.
Interessante è sia il flusso poematico dei componimenti che inanellano una dietro l’altra le varie strofe – una modalità sempre più amata da Scotto (si veda, ad esempio, La Grecia è morta del 2013) – sia il carattere rapsodico delle composizioni i cui testi trovano uno spazio autonomo sulla pagina.
Il titolo della silloge, In amore, è già di per sé molto esplicativo nell’evidenziare la carica erotica delle liriche. Le poesie più scopertamente emotive rivendicano la necessità e la dinamica dell’innamoramento sotto il segno della triade sesso-erotismo-amore: aspetti, questi, che – in chi ama “veramente” – non possono esistere l’uno senza gli altri e conservano, ad oltranza, la loro forza originaria, la loro innocente trasgressività. Ma l’esplorazione della passione amorosa è anche “pathos”, quel “pathos” che, come in Beaudelaire, mette il cuore a nudo ed è anche ricerca di sé e dell’altro. Una ricerca che non si può rappresentare concettualmente, ma che può definirsi mediante l’atto della registrazione di quanto si sperimenta concretamente stando, appunto, “in amore”, in atto d’amore.
All’interno del tema dell’amore serpeggia anche il tema della “scrittura”, della “lettera” – e non poteva essere diversamente se a scrivere d’amore è un poeta. L’autore sembra voler arrivare a una conoscenza amorosa che le sole parole non riescono a raggiungere. E tuttavia, il ricorso alla “scrittura” – con i numerosi riferimenti disseminati all’interno dei testi – adombra l’intima e indispensabile forza della “lettera”, quella forza che, ricordando Roland Barthes, diventa “discorso amoroso”.
“Sarai la carta su cui scrivo / l’inchiostro di ogni mio sangue…” (VI), scrive Scotto. Ma lo slancio amoroso riversato nella scrittura deve fare i conti con il silenzio della “pagina bianca”, in una sorta di tensione asintotica verso l’oggetto del desiderio, come è detto nei versi finali della poesia intitolata Intermezzo: “Mia Fenice / Mia Euridice / ho scritto tanto / E la pagina è ancora bianca”.
D’altra parte, Intermezzo, collocato fra le composizioni iniziali della silloge e immediatamente rilevabile grazie all’uso del corsivo rispetto al tondo delle altre, è una sorta di flash che illumina il senso di tutto il libro, un testo che – a mio avviso – compendia gli intenti dell’intera opera.
L’effusione dei sentimenti è antica e sempre nuova. L’esperienza amorosa nasce da una sorta di ri-creazione corporea: Non ho la schiena / se non mi dai una schiena / Non ho mani / se non le stringi / Sono perché mi vedi / non suono se non me lo chiedi”. È lo specchio univoco degli occhi a dare l’esistenza: “Sono perché mi vedi”. Ed è lo specchio in cui l’amante vede l’amata che lo guarda e, nel contempo, vede se stesso mentre guarda l’amata: “Ti vedo guardarmi / mi vedo guardarti / Siamo una sola cosa / una cosa sola / che non vola / se non per istanti”. Versi nei quali l’amore, che nasce dal riflettersi nella luminosità dello sguardo, abbandona la visione narcisistica di sé, si oggettiva e si traduce in emozioni che congiungono amante e amata in una “cosa sola”, trasportandoli nell’estasi amorosa come in un volo – un volo che fa venire in mente quello dei fidanzati figurato da Chagall –, un volo che si consuma nella rapidità degli istanti.
Le situazioni nuove, sconosciute, danno l’impressione di mutarsi in qualcosa di abituale dove, tra passione erotica, impegno civile e vita reale, è assolutamente necessario affrontare gli estremi dell’esperienza amorosa anche là dove si profila un richiamo al destino di solitudine: “Così vaghiamo / insieme / soli / senza meta / finché la vita non si stanca”; oppure la complessa logica dell’alternanza fra vicinanza e lontananza: “Distanti / ci pensiamo intensamente / Vicini / mai abbastanza / c’è sempre troppa gente”. La fame insaziabile dell’amore si nutre di sé: Sono quello che ti manca / Sei la ragione che mi completa”. L’esplicitazione richiede quasi un impegno ermeneutico, un’attività interpretativa in grado di definirne i contorni senza limitarne l’azione. E quel “non suono se non me lo chiedi” iniziale sembra chiarirsi nell’evocazione finale della Fenice e di Euridice (evocazione ricca d’implicazioni psicologiche, grazie alla circolarità vita-morte-rinascita suggerita, con gli esiti differenti che sappiamo, dalle due figure mitologiche), in particolare di Euridice, qui come a dire: io, tuo Orfeo, non suono la lira senza la tua richiesta, senza la partecipazione affettiva e la gioia dell’ascolto.
D’altra parte, il riferimento al “suono” non può non richiamare il rapporto fra poesia e musica. Nella versificazione di Scotto le sequenze strofiche assecondano armonicamente l’analogia fonica della rima e dell’allitterazione in concomitanza con un ritmo che sembra dettato dai battiti del cuore.
Poesia e vita si associano e s’identificano costantemente come “poesia della vita” e “vita della poesia”. Ed è anche ciò che, in maniera direi “drammatica”, lavora entro i termini di “eros” e “thanatos”, amore e morte – come, con logica stringente, viene esplicitato nel “commiato” dal titolo Ce ne andremo tutti, che, appunto, suggella l’intera raccolta.
La vita amorosa diventa così un itinerarium mentis denso di ricordi affettivi e desideri soddisfatti: un desiderare la presenza dell’altra – come nel IV poemetto che comincia con le parole: “Vorrei che tu venissi a me la notte / con le mani piene di fiori…” – e un rievocare gli episodi, le situazioni, i momenti più intensi e più vivi di carnalità, come pure quelli in cui l’amore si manifesta come speranza delusa, aspettazione non soddisfatta.
Molti versi invocano la presenza dell’amata nella cornice temporale della notte, come abbiamo visto sopra o come qui, ad esempio: “Ad ogni passo le tue mani vorrei su di me / la notte, mani piene di dita e vene / mani notturne vorrei in fiore / se la notte odora di te che non hai nome”, “Serena ti vorrei con me la notte…”; o come nel V poemetto: “Angelo mio, sei tornato stanotte / a salvarmi dall’incubo del sonno”; oppure nel VI: “Ora che è notte / le vesti cadute accanto…”; oppure ancora: “Tu, dea della notte…”; e la rassegna potrebbe continuare offrendo qualche dato ulteriore al profondo significato (metaforico e psicologico) dell’ambientazione notturna come la scena sulla quale si configurano paure, timori, angosce, disinganni amorosi.
Un altro elemento da evidenziare – in una sorta d’implicita teorizzazione dell’amore – è il tema della metamorfosi, ossia quella sorta di totale trasformazione del proprio essere nell’essere dell’amata, come accade nel VI poemetto: “Io in te / non più io / tu in me / ma non io…”; o come in questa più minuziosa sequenza: “Divento le tue mani bianche / le unghie luccicanti di rugiada / Divento i tuoi denti di perla / il rosa delle gengive leccate in una febbre / le labbra morse di paura e fuoco / l’onda del collo che scende / a precipizio verso il cuore / la curva dei seni tesa come un arco / le corolle dei capezzoli ritti sulle mie labbra / lo stagno di ninfee dell’ombelico/ nascosto dietro il ventre / i fianchi a cascata verso il centro / l’azzurro del pube aperto sulla lingua / la goccia che cola dalle cosce / fino alle pieghe dei ginocchi / le tibie dritte a fionda in un intanto / l’arco del piede teso sul bianco / del lenzuolo incredulo d’averti retta”.
Altri elementi attraversano l’intera raccolta in funzione concomitante o antagonistica: il desiderio e l’appagamento, l’illusione e il disinganno, la gioia e la tristezza, la rabbia e la denuncia, e sono tutti rapportabili, naturalmente, al tema dominante dell’amore. Un amore certamente “espansivo”, nel senso che abbraccia situazioni e aspetti della realtà inseriti non solo nella dinamica del rapporto fra l’io e l’altra, ma anche fra l’io e gli altri. Lo testimoniano i componimenti che intercettano fatti ormai consegnati alla storia, come lo sbarco in Normandia; o avvenimenti appartenenti alla cronaca più recente, come la strage al Bataclan di Parigi, le distruzioni della guerra in Siria e in Afghanistan, i naufragi e gli annegamenti dei migranti; e ancora luoghi (Arcumeggia nel Varesotto) e creature (I cani di Segesta; Il cane Teo dedicato alla sorella Silvana) intensamente “trattati” all’insegna di una sentita partecipazione umana. In chiave più squisitamente letteraria è registrata la visita alla casa dello scrittore Francesco Biamonti a San Biagio della Cima, in Liguria. D’altronde, la Liguria è un luogo assai caro al poeta, non solo per i motivi autobiografici ma anche per il riverbero di una tradizione poetica particolarmente viva – evidente soprattutto nella poesia Un sogno dedicata al padre e nella “piccola ode” Trenta versi per Genova indirizzata al poeta Claudio Pozzani.
“La straordinaria qualità della poesia di Fabio Scotto – come ha osservato il noto ispanista Gabriele Morelli nella puntuale e penetrante prefazione a In amore – proviene da un flusso emotivo che assume il presente come punto di partenza, lo avvolge e dilata in un movimento che va avanti e indietro, aggregando momenti e materiali di vita e di storia vissuti in tempi diversi che trovano un loro centro nella parola poetica.”
La categoria temporale circola in tutte le composizioni, non si arresta mai e apre sempre nuovi scenari d’amore: “Un anno / e sembra ieri” – recita l’intensa poesia dedicata a Dana (la destinataria dell’intera opera), dove la speranza s’identifica con l’amata in attesa di una nuova “alba”, una vera proiezione in un futuro d’amore (costantemente in atto): “Porto, dolce malìa, / bocca segreta e calda, / mia speranza, Dana / D’alba”.
La poesia d’amore è difficile, spesso riconducibile, in molti versificatori, a un trito sentimentalismo. Scrivere poesie d’amore è un puro atto di coraggio. Soprattutto quando, come in questo volume, l’autore gioca le sue carte non “in potenza” ma “in atto”, appunto “in amore” più che nell’opposto “inamore”. Una scommessa poetica coraggiosa, che Fabio Scotto ha sicuramente vinto.