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Dei settantaquattro modi di chiamarti
di Anna Ruotolo (Raffaelli Editore)

 

Copertina ANNA RUOTOLOBreviario lirico, rosario e via crucis di redenzione, il nuovo libro di Anna Ruotolo, Dei settantaquattro modi di chiamarti (Raffaelli Editore, 2012, premio clanDestino 2011), affronta le dure tappe di un evento luttuoso con straordinaria luminosità. In continuità con il precedente libro d’esordio Secondi luce (LietoColle, 2009, seconda edizione 2011), ritroviamo quell’attenzione verso gli elementi naturali e la dimensione creaturale che si riflette nella gamma dei colori (il bianco,l’azzurro), dei luoghi (il mare), dei fenomeni atmosferici e non solo (i lampi). Il tempo, presentissimo nel primo libro (come scrissero con attenzione critica notevole Elio Grasso in prefazione e Massimo Morasso in una recensione redatta per il mensile Poesia), non manca nemmeno qui di influenzare l’autrice, forse già nella struttura numerica (al di là del debito riconosciuto dalla stessa al libro di Marguerite Yourcenar, I trentatré nomi di Dio); un tempo, quello del dovere, che si vorrebbe cancellare (“senza il tempo / del dovere. Senza il tempo”, pag.18). Nessuna soppressione nichilista però, anzi, una apertura totale al trascendente, al cammino, all’estensione metafisica partendo dal dato concreto, fisico: “La montagna è il cancello dalla terra di Dio. Un trampolino seminato qui, da queste parti. Mi manca tutto il respiro. Guardo su e intuisco la sostanza prodigiosa della piccolezza: piccola e debole io cammino. La montagna no. Resta. Resiste. Non può spostarsi mai. // È lo spuntone dove si appoggia chi scende dalle nubi. È il primo posto nella vita, la prima scala, il primo gradino dall’eterno alla vita” (Modi, pag.41). Davanti all’esperienza della perdita, è facile che si profili un ripiegamento su di sé, una introversione difensiva, Anna Ruotolo in questi testi riesce invece a evitare qualunque dimensione solipsistica, l’io lirico estaticamente è tutto proiettato fuori, come i mari e le montagne a cui guarda, insieme e attraverso gli occhi della nonna, da cui ha ereditato anche quel nome palindromo, Anna, diafano e leggero, “piccolo e bianco”, che già contiene inizio e fine “infiniti”, oltre al moto ben sottolineato dal prefatore Gianfranco Lauretano: “un libro in movimento continuo, come se si stesse facendo tra le nostre mani, in cui anche una delle accezioni preferite di Dio è quella di un creatore nell’atto del fare” (“Quarantaseiesimo. Scala che cresce / nelle braccia di Dio carpentiere. / Dio livellatore, Dio architetto / Dio ingegnere”, pag.44). Ci investe lo spirito di una poesia aurorale, che, seppure prende le mosse da una mancanza terrena, non trasmette alcun senso di perdita o rimozione, piuttosto esalta l’origine e la nascita, l’elemento liquido materno, l’acqua o la neve (vedi gli “occhi di pozzo”, il “cristallo d’acqua”, pag.19, il “cielo nevicato” e “una passata di neve”, pagine 17 e 25). Colori angelici, colori della trasparenza (l’azzurro è considerato il più puro insieme al bianco), sono qui anche elementi di raccordo tra cielo e mare, fusi in simbiosi divina con la terra. Lessico e struttura dei componimenti rispondono a questa esigenza di semplicità, essenzialità, che esalta ogni singola parola e custodisce con delicatezza i ricordi (“Cose da tenere per sempre, / conservare in una boccetta”, pag.36). Una devozione ispirata, come “Radice / intatta / nel cielo” (pag. 55), pur nel “Mistero / grandioso / di mattine e oceani / invisibili”, che si schiude arrendevole al canto e al prodigio di vivere e trova nei nomi la strada segreta per riallacciarsi alla mai veramente perduta nonna: “ti ripeterò nei nomi delle cose, quando tutti saranno andati via. Via nel fruscio della strada, via nelle case chiuse dentro il loro viavai rasserenato. Ti ripeterò nei nomi scesi fin sulla terra perché avessi un nome anche tu”.