Il “Giorno” di Luigia Ferro

“Chi vive, quando vive, non si vede: vive… Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la vive piú: la subisce, la trascina. Come una cosa morta, la trascina. Perché ogni forma è una morte.
Pochissimi lo sanno; i piú, quasi tutti, lottano, s’affannano per farsi, come dicono, uno stato, per raggiungere una forma; raggiuntala, credono d’aver conquistato la loro vita, e cominciano invece a morire. Non lo sanno, perché non si vedono; perché non riescono a staccarsi piú da quella forma moribonda che hanno raggiunta; non si conoscono per morti e credono d’esser vivi.”

Avevo scelto questo passo de “La carriola”di Pirandello, che spero mi sarà utile a dire qualcosa. Mi è capitato sotto mano per l’occasione, il giorno dopo il 25 Aprile, giorno della Liberazione, che ora in poi sarà ricordato come il giorno di Luigia Ferro. Quella che qui celebriamo tristemente oggi è la morte suicida di una poetessa di venticinque anni.

E’ vero -e specialmente oggi- che agli uomini è stato affidato il compito di inneggiare alla vita e all’amore per la vita. Orde di uomini e donne lo hanno fatto e lo fanno tuttora.   Ma chi si è mai fermato e chiesto perché? Subiamo l’ascolto di un inno alla vita feroce e senza fine. Io me lo inizio a chiedere da un po’. L’altro giorno specialmente, le parole del maestro Pirandello mi sono risuonate, a suggerirmi quell’ “altro” segreto, celato nella parola, l’altro che noi vediamo solo chiaramente, quando pensiamo all’individuo, il simile o diverso. Ma che qui è l’altro spirito, quello che non è arrivato alla conclusione del suicidio per fare il Bastian contrario qualunquista. Ma che vi arriva per scelta lucida. Per l’acquisizione di quel senso di ciclicità che manca alla società del progresso ( o che deve mancare?). L’impedimento è tanto più grave fra sempre più schiere di uomini e donne, da pensare che la vita spesso acquisti senso nel momento della morte. Al momento è solo una frase fatta. Ma lasciate che mi spieghi. Identificare la vita con sé stessa e la morte con se stessa? E’ immediato. Ma è davvero questo il nodo? Il motto alfieriano del “volli e volli sempre, e fortissimamente volli!” quivi applicato alla filosofia del vivere, desiderare, suggere fortemente fino al torsolo, la vita? Se così fosse, si sarebbero esaurite le gioie del sapere. Non può essere così esauribile un argomento inesauribile. Mi fa riflettere molto amaramente oggi, il constatare quanto limitato sia il pensiero di coloro che si immedesimano solo nelle conseguenze della morte. Sono i primi a fare a meno dell’empatia con il suicida. Il problema è sempre: le conseguenze per il “procedere”: Come si andrà avanti? Come andranno avanti coloro che ci hanno amato? Eh … come? Chiedo perdono se ho l’abitudine irritante di citare, ma è questo che fa il lettore che apprende a vivere dalla letteratura, e mai parole sarebbero più spontanee e adatte,di queste che ricorderò sempre: “Sopravviviamo, ed è la confusione di una vita rinata fuori della ragione”, recitano due dei versi di una ben nota poesia di Pier Paolo Pasolini.

Ah! Dunque, è questa l’amara conclusione. Rileggete adesso le parole del Maestro Pirandello– mi fa sorridere ora l’omonimia con la poetessa, non è stata volontaria, ma forse in questo caso è emblematica- e incominciate a capire veramente cosa sia la ciclicità e l’acquisizione del senso della vita nella morte, dentro la morte. Non deve servire questo a tirare le conclusioni di un gesto, né a fare un tratto della poetessa, ma un tentativo per capire meglio come può funzionare, a volte, un’anima. Dei segreti che abitano il mondo sensibile e che si rivelano al poeta talvolta, in barlumi. Perché il poeta di per sé non ci conforta con le sue parole, come vorremmo noi? Liberiamo, in onore di Luigia, la parola per una volta, dalla desinenza maschile e incoraggiamo la scrittura non sessista, passando al plurale. I poeti scioccano, scuotono la superficie come le acque profonde e nere che non si vedono, per questo non possono confortarci.

Torniamo sempre alla vita assurda che ci attende con le fauci spalancate. Scrivere queste poche righe per te so che è stato giusto. Modulando dal pensiero di non ricordo quale pittore, quindi per evitare una falsa attribuzione non lo diciamo, e sarebbe superfluo anche citarlo dopo tanto eccesso di citazionismo, continueremo ora più che mai a lavorare il nodo e scriveremo: per noi stessi, per qualche amico e per chi è morto.” Ci sforzeremo di percorrere il sentiero.  Vi lascio ora alle parole della poetessa, pervenutemi da lei stessa una volta, il regalo spontaneo e casuale di una sua meditazione, perché anche voi la conosciate un poco. E la saluto con un bacio e una carezza. Cara Luigia ci hai lasciato un boato ben più forte del dolore, che sentiranno in pochi.

 

“La strada si snodava senza che io riuscissi a svegliarmi, le steppe siciliane non sono nulla di morto per come può sembrare. In mezzo a quel giallo un occhio esperto può scovare le forme di vita più resistenti, improvvisi scorci di verde e d’acqua una promessa eterna mentre il vento si fa d’afa e ti promette la rovina, un miracolo costante. L’aria condizionata in macchina non serve, non mi tocca, brucio al solo guardare quell’oro rovente dal mio quadrato personale, il finestrino, un’open wide su quello che voglio vedere. La strada si snoda e io mi astraggo, le nuvole sono lineiformi e io penso che vado verso chi mi chiamava “la regina dei nibelunghi da bambina” e ora che ci ho messo troppe idee sopra penso che regina dei cirri è più tecnico ma non ha magia. Poi ci penso un pò e mi ricordo che Nibelunghi non c’entra con i cirri ma con un popolo letterario antico e torno al pensiero, dolce, appassionante e forte che la mia famiglia, semplice grande e calorosa, nella sua semplicità da vita spesa a pensare ai campi ne sa sempre più di me che mi uccido sui libri per trovare un mondo diverso da vivere.

La città mi intristisce perchè vengo dalla campagna, la amo con tutta me stessa e le farei bere sangue a quella terra arata dai miei. Il mio. Come ha bevuto quello di mio nonno di mio padre e del loro padre prima di loro. Nei paesini guidano le apecar come fossero muli e i miei i muli li commerciavano ma apecar non ne abbiamo, penso ironicamente. Passo sotto al calvario e penso a mio padre, a mia madre e la sua via crucis, a me e i miei pianti e quanto hanno sofferto i miei fratelli, un’Addolorata dovrebbe bruciare per noi, da qualche parte, su qualche stella per promettermi che questo amore non avrà mai fine e anche se l’immagine può sembrare forte io la sento di un ardore e una passione tanto forti che mi rilasso in un sorriso guardando in direzione del cimitero dove lui dorme.

La piazza mi aspetta come sempre con i suoi vecchietti che conoscono la mai famiglia dal secolo che hanno, gli alberi sempre squadrati e la loro fontana di pietra al centro, ma non lacrima è solo una madonna su una colonna con le stelle in testa e so che mi apre la porta lei prima di tutti perchè in Sicilia è così, prima il Signore poi il resto, ovvero la Madonna e tutti i Santi. Amen.

Suono all’incongruenza di un citofono con videocamera incastonato in un arco in pietra vecchio di secoli e mi piace da morire toccarne la superficie ruvida, come per dirmi, ci sei tu posso esserci anche io tra altrettanti secoli, con la vita eterna che ci promettono, quella che ci immaginiamo e quella in cui credo. Io amo quel portone di legno massello, composto di rettangoli come bare, tutte quelle dei miei antenati, bloccati dalle punte di bronzo, tocco il battente e faccio scacco alle assenze, in quanti non mi rispondono e so che hanno percorso quelle stanze? A catananna, a pipì, o ziu, a nanna…e io dov’ero? Papà mi diceva che dormivo su una stella e io immagino fosse Arturo e sono felice.

“Gioia!” La voce sempre giovane di mia nonna mi apre l’ingresso al cuore di una me stessa tanto antica che nemmeno so che nome ha, mi inizio a vestire di nero con i pensieri e mi sento la bisnonna Carmela. Salgo le scale sciancata come lo zio Angelo e mi si illuminano gli occhi di verde iniettato di sangue e di ansie come la zia Mariannina che ha fatto bruciare una stanza intera.

Mi copre di baci la bocca più santa del mio mondo e io sono felice, ho i tacchi, il vestito buono e metto i gioielli per andare a trovar la nonna, non ho più i capelli in disordine, le mani sporche di polvere e la frutta in mano come in campagna ma ho lo stesso cinque anni e mi godo un’innocenza che per certuni nemmeno esiste.”  (Luigia Yama – Pathos Ferro)

 

occhi luigia

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