Forza d’inerzia della letteratura pre-digitale

Non siamo cultori di iattanza, infatti siamo sempre in cammino in groppa al cavallo di san Francesco, forse consapevoli di rivolgere omaggi al detto popolare: “La superbia partì a cavallo e ritornò a piedi”. Iattanza infatti sarebbe accostare la pretesa di proporre una antologia delle scritture pubblicate nei 53 volumi di Lunarionuovo quando tra il 1979 e il 1992, è stato in edizione cartacea, alla realtà dell’antologia degli anni del Raccoglitore, lo storico inserto della Gazzetta di Parma degli anni del dopoguerra. Insisteremo invece sulla riflessione che obbliga a un confronto tra epoche diverse. Il passo della civiltà non è stato sempre adeguato allo scorrere degli anni. Ci sono voluti secoli per avere piena consapevolezza dell’errore contenuto nella profezia del Bembo sulla predominanza del latino. E sono trascorsi secoli tra gli anni delle scoperte di nuove terre e i tempi delle caravelle e quelle degli aeroreattori (esperienza tragica del Concorde compresa). Non ci sono voluti che pochi mesi dopo la diffusione di internet per relegare in archivio secoli di esperienze tecniche e tecnologie. Gli effetti collaterali sono progrediti alla velocità che, di caso in caso, si è manifestata (e continua a manifestarsi) in proporzioni adeguate, rispetto al motore-generatore della forza d’inerzia di un pallone calciato in contropendenza. Per il resto valga l’abitudine spontanea al progresso. Indietro non si torna!

  1. La premessa ci è propizia nel dare notizia sulla modifica che annunciamo del proposito che abbiamo pubblicato nel numero scorso sul progetto della antologia delle scritture di “grandi firme” edite da Lunarionuovo in produzioni cartacee. Abbiamo infatti deciso di rinviare tale programma a uno dei numeri futuri di questo stesso anno 2019, e per un preciso motivo: perché dai racconti di Giovanni Arpino, Alberto Bevilacqua, Michele Prisco e altre (tante) firme di narratori che ci hanno lasciato, alle altrettante chicche di saggistica letteraria di Giorgio Bàrberi Squarotti, Carlo Bo, Italo Calvino, Angelo e Stefano Jacomuzzi, Giuseppe Pontiggia, come di tanti altri,come infine per le poesie di Giovanni Giudici, Margherita Guidacci, e fino ad Adrea Zanzotto e tanti tanti altri, abbiamo constatato il profilarsi di un indispensabile criterio che modificando l’annuncio di un numero monografico ne proponga altrettanti per almeno le tre sezioni di Saggistica, Narattiva e Poesia. Monografici che includano da Rita Baldassarri, a Stelio Mattioni, Leonardo Sciascia, Addamo e Bufalino, la impronta che il gotha della letteratura italiana del Secondo Novecento ha lasciato tra le pagine cartacee della nostra rassegna di letteratura più nota sia sotto le Alpi che sotto l’Etna. Ed ecco in quest’ultima locuzione la nostra iattanza, che tale non vuole essere, infatti si tratta di testimonianza.
  2. Testimonianza. Sicuramente di questo si potrà dire. Ma perché una testimonianza abbia valore occorre che essa abbia chi ne fruisca lo sforzo. Gli anni del Raccoglitore della Gazzetta di Parma nel momento in cui ne venne pubblicata l’Antologia, a cura di Paolo Briganti, erano ancora quelli iniziali rispetto alla forza d’inerzia dell’onda che ha continuato a coprire gli spazi dei sopravvissuti appartenuti alle generazioni che avevano avuto confidenze dirette o indirette con i Quasimodo, gli Ungaretti, I Bo e gli Sciascia, I Prisco e, per saltare dallo storico Raccoglitore al nostro pretenzioso Lunarionuvo: Pontiggia, Barberi Squarotti, Stelio Mattioni, Alberto Bevilacqua, Giorgio Calcagno, Giovanni Giudici, Andrea Zanzotto e via di questo passo fino a Giuliano Gramigna, Gilberto Finzi, etc. care grandi ombre di un mondo improvvisamente inghiottito da una nuova epoca, che si presenta bella, ricca e anche affascinante per le sue suggestioni digitali e di rapide incursioni a 360 gradi. Una pista in pianura che si può percorrere a velocità adeguata ai tempi e alle esigenza di mordi e fuggi, usa e getta & Co.

Non lo diciamo con la pretesa di ricordare a caso (uno per dire cento) per mero esempio Giuliano Gramigna e le sue note analitiche sul Corriere della Sera, o per un cenno al suo garzantiano romanzo Il Centenario, ma per testimoniare su una nostra chiacchierata informale dell’altro ieri con due diverse intelligenze dei nostri giorni di dottorati universitari di ricerca in Storia della Letteratura Italiana, ai quali dottori abbiamo parlato proprio di Giuliano Gramigna. I due, pur promossi da due Università diverse, ma collegati solidamente all’uso della “cultura digitale”, ci hanno risposto che il cognome ricordava loro una ricetta della nonna a base di decotti di gramigna. Sic!

  1. Italo Svevo scrivendo la premessa a Senilità, risponde a quanti avrebbero potuto chiedersi il perché del silenzio di anni seguito a La Coscienza di Zeno. Confessa di essere stato condizionato dal silenzio seguito alla sua opera principale, spiegando che non c’è unanimità più consistente di quella dei silenzi. Ma anche per Svevo si rischia di tirare in causa una testimonianza che non interessa alcuno. Non interessa sicuramente le “forze dell’ordine culturale”, cioè una immaginaria istituzione che, da Maigret, al Maresciallo dei racconti televisivi di Mario Soldati, giunga fino all’infallibile fiuto del Montalbano delle camilleranzate televisive nostre contemporanee. Ed è così, perché indietro non si torna. Non se ne facciano illusione i pronipoti di Italo Svevo o quelli di James Joyce. Né gli scrittori più seri esordienti dei nostri giorni del tipo che qui non ci peritiamo di indicare nell’opera prima del magistrato Giuseppe Artino Innaria “Non ho tempo da perdere”, opera tra le cui pagine serpeggiano pensieri filosofici di Marx, Nietzsche, Freud e fino a Kierkegaard; i “maestri del sospetto”, come acutamente ha fatto rilevare e spiegato il nostro valoroso collaboratore e amico Massimiliano Magnano presentando a Siracusa il romanzo qui prima citato. Il “tempo da perdere” viene virtualmente risposto all’Autore alla luce della realtà nuova, non lo dispone più il lettore del Terzo millennio, che non vuole narrativa che stimoli autoanalisi e pensieri impegnativi, nell’epoca in cui c’è un commissario Montalbano di cui vengono scodellate dall’elettrodomestico quotidiano le analisi di superinvestigatore, analisi miracolose che esonerano tutti dalle preoccupazioni che possano tormentare chi pensa al domani della società come a quello di propri o altrui figli, che dovranno vivervi educati dalle camilleranzate e non più dall’essere stati avvertiti dalle noiose filosofiche o letterarie insinuazioni dei “Maestri del sospetto” di cui si fa elegante e letterario (nel senso autentico di scrittura letteraria impeccabile) l’esordiente autore di “Non ho tempo da perdere”

Insomma, e ci ricolleghiamo al dire iniziale, a parte l’esempio del serio e originale romanzo di Giuseppe Artino Innaria, se è pur vero che la letteratura è la vita, poiché quest’ultima, dopo l’avvento di internet, non è più quella di prima, e indietro non si torna, che fretta può agitare un volo di caprimulgo sulle scritture letterarie di grandi firme del Secondo Novecento come quelle che stiamo rinviando a un futuro numero, quello di dicembre, di Lunarionuovo? Potrebbe essere questo estemporaneo rinvio l’invito ai lettori per una dibattito. Noi lo auguriamo sperando di averlo qui, con le nostre disordinate divagazioni, quasi propiziato. E restiamo in attesa. (*)

Ludi Rector

(*) I contributi all’auspicato confronto di pareri saranno pubblicati sul prossimo numero di giugno, e vanno inviati esclusivamente a: [email protected] (Per eventuali chiarimenti basterà chiamare al 3400649825)