“E vui durmiti ancora”. E qualcuno faccia da sveglia

 

La firma di un catanese, quella di Giovanni Formisano, congeda il testo di “E vui durmiti ancora” (1910), musicata nel ’27 da Gaetano Emanuel Calì, e le suggestioni paesaggistiche sono tutte nostrane nella dedita serenata alla finestra (che è poi più una mattutina).

È in atmosfere ludiche, dai risvolti turbolenti, che è nato tra amici un curioso e impensabile dibattito circa la grande metafora nascosta a cui di certo il poeta non aveva pensato nel suo slancio di erotico romanticismo. Si tira in ballo la politica, scomodamente, e si rischiano forzature, ma forse no. Il dolceamaro ha connotato la proposta di una rilettura del brano, il dolceamaro connota persino il brano stesso, da ogni dove lo si legga.

Siamo al principio di un nuovo giorno, quello di ogni idea, di ogni proposta, l’alba di ogni voce che si alza alla ricerca di una verità tra le tante. È pur sempre l’alba di qualcosa. E allora immaginiamo i nostri rosati albori con il tremolio del riflesso sull’acqua. Come sempre c’è chi si attarda nel risveglio, soprattutto nei giorni estivi di un meritato riposo che rischia di essere confuso con l’inerte sterilità nel vanto di non aver nulla da fare. Si è immemori dell’antico suggerimento di simbiosi con la grande stella, quella di chi tramonta e sorge come e con il sole. Ma siamo fin qui ancora fuor di metafora. Vi facciamo il nostro ingresso quando guardiamo al sonno come a quello di Goja che titolava un’acquaforte “Il sueño de la razón produce monstruos”. E il sonno della belladdormentata ha qualcosa in comune con quello della ragione, con riferimento al siciliano, certamente, ma anche all’italiano e all’uomo stesso, scevri dal ricorrere al luogo comune del tutto-il-mondo-è-paese. Era proprio questo gojano additamento all’innocua mattutina a generare dissapori, ad accusare forzature. Sia quel che sia, ogni pretesto è il benvenuto se apporta energia alla lampadina. È o non è il fine ultimo della democrazia?

E intanto “l’aceddi sunu stanchi di cantari”, perché – guardate un po’ – la Natura (meno l’uomo) che è sempre stata così brava a rispettare se stessa e l’armonia delle proprie leggi – a cui l’uomo crede di potersi sottrarre indenne – persino Lei è in attesa di un segno umano (il risveglio della bella?). Viene da pensare ma è così importante questa qui!? E poi ci si ferma a riflettere sull’indispensabile presenza di ciascuno quale tassello di un complicato puzzle variopinto, quale Lego in un castello dalla labirintica ingegneria. Allo spostarsi di un pezzo, crolla la struttura. La Natura dà segnali d’insofferenza, scioperano i fiori rifiutandosi di sbocciare – addirittura! – ma il mondo dorme se dorme l’uomo? Non direi. Dorme il moto che smuove un pezzo di vita, che finisce per andare a caso (o no?). Per carità, per sì e per no, “lassati stari, non durmiti cchiùi”, c’è qualche mattiniero che aspetta e confida nel risveglio di chi dorme e nel frattempo si armonizza con quel pezzo di Vita che, come per ultima chance, va incontro propiziatrice al dormiente ritardatario da salvare. Ultimo richiamo prima del volo. Ma chi dorme può salire a bordo? Salvo caricarlo di peso, in pantofole – e rendergli imbarazzante il risveglio – serve che ci vada sulle proprie gambe. Ma ci sarà sempre chi dorme e chi aspetta. Si spera che quest’ultimo nel frattempo si adoperi come può, non per forza vociando sgradevolmente (i risvegli traumatici conservano rancori).

Intanto, accantonando code di paglia, direi di goderci la melodia di un canto, ormai popolare, che sul fronte della Carnia, durante la prima guerra mondiale, affascinò persino l’esercito avversario. Nel silenzio di una pausa bellica, notturna questa volta, un soldato siciliano, accompagnato da una chitarra, lo intonò ricevendone, ad esecuzione ultimata, il plauso degli austriaci all’altro capo del campo. La musica può questo e altro. “Non durmiti cchiùi”.

 

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