Due momenti

 

Ad entrambe il cuore tremava.

“Le vere principesse sono chiare, tu sembri un’orfanella”, le ripeteva sua nonna materna mentre lei protestava durante il bagnetto serale. Certe volte usciva dalla bagnarola così rossa che sembrava l’avesse scorticata. Nonna Lia voleva molto bene ai nipoti, a ciascuno in modo diverso.
I tre maschi erano così aristocratici; i capelli lisci, biondi, gli occhi turchesi, la pelle levigata e trasparente. Sveva invece aveva la pelle olivastra e gli occhi di pece. Nonna Lia era buona e generosa ma incapace di controllarsi. “La figlia di un turco sembra questa bambina”, aveva detto storcendo la bocca il giorno che era venuta alla luce. Sveva, in realtà, era una farfalla blu. Non apparteneva al suo tempo, forse era arrivata troppo tardi. Forse troppo presto. Era di un’altra epoca. La madre la osservava compiaciuta e le accarezzava i ricci lunghi. “La vita è un unico lungo respiro. Sentilo dentro di te. E’ un bene prezioso, non dimenticarlo”, le diceva, seria.
A Sveva capitava spesso di fluttuare in una dimensione irreale densa di fantasie e desideri, si perdeva nel fuoco del tramonto e nella lucentezza tremula delle stelle. Era una sognatrice, come sua madre. 
Un giorno qualunque si innamorò di Ludovica. L’aria della sera era fresca e secca e le strade erano deserte. Lei era imbacuccata in un cappotto scuro da cui spuntava solo la testa. Era tanto che una donna non la toccava, era tanto che non la toccava un’anima viva. Sveva era una donna lesbica. Anche fosse durata un giorno, anche se avesse sbattuto la testa e il cuore, avrebbe camminato con Ludovica.
Parlavano ore, scrivevano, ridevano, discutevano, si amavano.

 

 

Memorie immaginate.

Su una parete del salone di casa mia è appesa una foto di famiglia, in bianco e nero. Risale al 1935 o al 1936 e raffigura la mia trisavola, seduta in giardino, contornata dai sei nipoti. Tiene in braccio mia madre e suo cugino. La maggior parte di quei bambini e di quelle bambine che sorridono è stata spazzata via da un destino di distruzione. Suicidi e disturbi mentali li hanno uccisi uno dopo l’altro prima del tempo.
Il sangue del nonno, abituato alla sopravvivenza primordiale, era ben diverso. Forza, salute, tempra, resistenza, oltre alla volontà di andare sempre e comunque avanti, superando tutte le difficoltà. E’ forse proprio quella forza che mi aiuta nei momenti di asfissia, che nei tanti momenti tenebrosi della vita mi ha permesso di immaginare un futuro in cui le cose sarebbero state diverse.
Vivere è divorarsi a vicenda, divorare e venir divorati.
Pensavo di trovare laggiù l’oscurità totale, invece, all’improvviso il fondo apparve cristallino e scintillante.

 

 

 

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