Dalla finestra di Mario Grasso – In ricordo di Maria Grazia Cutuli

FINESTRA DEL RICORDO E DELLA COMMEMORAZIONE QUELLA CHE APRIAMO PER MARIA GRAZIA CUTULI, CON IL CONTRIBUTO FONDAMENTALE DI UN BRANO DEL SAGGIO INTRODUTTIVO CHE IL PROFESSORE NICOLÒ MINEO HA SCRITTO PER PRESENTARE LA SILLOGE DEGLI ARTICOLI DELLA GIORNALISTA, BARBARAMENTE UCCISA IN UNO DEI SUOI MOMENTI DI ATTIVITÀ PROFESSIONALE LONTANA DALLA PATRIA E DAI SUOI CARI, A SUROBI (KABUL) IN AFGHANISTAN, IL 19 NOVEMBRE 2001.

LE COMMEMORAZIONI NON POTRANNO RENDERE CHE PICCOLI OMAGGI ALLA MEMORIA DI CHI NON C’È PIÙ, MA SONO FIAMMELLE ACCESE PER DARE E RINNOVARE PERENNE LUCE SULLE FIGURE ESEMPLARI, COME PER MARIA GRAZIA CUTULI, CUI LA CIECA DISUMANA VIOLENZA HA TOLTO LA GIOIA DI VIVERE, LA PROPRIA GIOVINEZZA DEDICATA AL SERVIZIO DELL’INFORMAZIONE E DI TUTTI NOI.

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      Carmelo Torrisi, presidente della Società Storica Giarrese, ci ha procurato occasione molto gradita col trasmetterci, in una al resoconto della cerimonia in ricordo di Maria Grazia Cutuli a Giarre, uno stralcio della prefazione che il professore Nicolò Mineo ha scritto, a suo tempo, per la silloge di articoli giornalistici della sua giovane concittadina, uccisa mentre era in servizio in Afghanistan. Riteniamo di rendere partecipi i lettori di Lunarionuovo sia della tempestiva e solerte comunicazione del presidente Torrisi, sia per l’autorizzazione che ci ha dato il professore Mineo, a pubblicare la parte conclusiva del suo saggio introduttivo al volume con gli scritti della Cutuli. Una occasione per ricordare tutti noi di Lunarionuovo la figura della conterranea, vittima del più assurdo caso di barbarie, lontana dalla propria patria e dai propri cari, mentre era a servizio della collettività civile con serietà professionale e lo slancio spontaneo che caratterizzava gli approfondimenti di ogni sua inchiesta.

Questa la lettera del presidente Torrisi: “Giorni fa è stata ricordata Maria Grazia Cutuli, proprio alla ricorrenza del giorno della morte, il 19 novembre. Si era laureata in Filosofia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Catania. Per ricordarla si volle pubblicare a cura della Facoltà e col consenso del «Corriere» una raccolta di suoi articoli. Furono offerti nel novembre 2004 ai genitori in una cerimonia svoltasi nella grande aula magna della sede della Facoltà nell’ex Monastero dei Benedettini, con partecipazione di uno straripante numero di docenti e studenti. Nella stessa occasione fu consegnato alla madre il Diploma di laurea che Maria Grazia non aveva mai ritirato. Furono momenti di profonda commozione. Allego una parte della prefazione al volume degli scritti dell’allora Preside tempore della Facoltà, prof. Nicolò Mineo”.

Da uno stralcio del saggio introduttivo scritto dal prof. Mineo per la silloge pubblicata postuma, degli articoli di Maria Grazia Cutuli

(…) Guardo le foto di Maria Grazia, mi ricorda subito il padre, caro amico dalla giovinezza. Non la conobbi mai personalmente, neanche quando fu studentessa nella nostra Facoltà, Lettere e Filosofia di Catania. Da tempo mi angoscia un pensiero, assurdo forse. Che sia un atto di violenza sapere del destino degli altri, sapere soprattutto della fine della loro vita, conoscere l’intera curva della loro esistenza, protetti dal proprio esserci ancora. Tanto più quando sono i giovani ad uscire dal mondo. Per loro violenza è in se stessa la morte. Perché la precoce privazione della vita è stata determinata o da una oltranza della natura o da un’azione degli uomini. L’offesa è intollerabile e chi è ne è a conoscenza si rivolta nella mente e nel cuore. E c’è, ancor più intollerabile, l’offesa soggettivamente immotivata, di natura dimostrativa.
Penso a Maria Grazia bambina, come la ricorda la madre. Come per un preannuncio, a quattro anni sapeva leggere e scrivere, e i genitori non seppero per quale forma di apprendimento. A nove anni compilava dei giornalini. Gli studi di filosofia possiamo capire perché le fossero apparsi congeniali. Non erano il fine, se così si può dire, ma il mezzo. Lei voleva fare giornalismo, e perciò dopo la laurea preferisce non continuare la via della ricerca, come gli proponeva il suo relatore, Corrado Dollo (che muore, prematuramente, nello stesso anno e mese). Le conoscenze di filosofia e di storia le erano servite per capire meglio il mondo e le cose, ma lei voleva scriverne. Collabora alla “Sicilia” già negli anni universitari, poi a “Sud”, giornale che non durò molto, e a Telecolor. E non era stata una scelta del certo. Da giornalista certo non guadagnava molto, ma era la sua vocazione. E tuttavia la via comincia a divenire meno erta, ed è il contatto con la Mondadori e il lavoro al settimanale “Epoca”. E qui comincia a realizzarsi il sogno, e, sappiamo ora, a prefigurarsi la tragedia.
È inviata nell’inferno della Sarajevo degli anni 1993-1995. Poi è in Ruanda, a Kigali, nel tempo degli efferati genocidi, e poi nel Congo, nella Sierra Leone, in Somalia. Dopo l’Africa è chiamata al “Corriere della Sera”, nella redazione degli Esteri. E verrà l’Afganistan.
Lei voleva vedere, capire e aiutare. Aiutare gli oppressi e i derelitti. E non poteva sapere che nel numero dei deboli, in qualche modo, si sarebbe trovata lei stessa. Consapevole certo dei rischi della professione, ma non fanaticamente e provocatoriamente predisposta all’«eroismo». La sua volontà di testimoniare la porterà ad essere coinvolta in una situazione immensamente più grande di lei. Della cui realtà effettiva proprio il suo sacrificio ci rende consapevoli. I più sinceri e ingenui pagano per tutti, per errori di lontane radici di governi e di uomini. L’insipienza, la colpevole cecità, la corresponsabilità dell’Occidente fondamentalmente.
Almeno dagli anni Settanta si andavano  manifestando segnali e fenomeni di un ritorno di integralismi e fondamentalismi islamici. La disillusione dinanzi a una modernizzazione in corso – aggravata anche dal forte aumento del prezzo del petrolio – che non estendeva i suoi benefici all’insieme delle popolazioni non poteva non produrre uno spirito di ribellione e di rivalsa. La religione tradizionale se ne fa interprete e guida. Soprattutto in presenza della debolezza, anzi dell’oscuramento e dello svilimento, delle teorie e dei modelli di tipo comunista. Dopo l’Iran è l’Afghanistan il terreno dell’offensiva islamica. Anche se riferite soprattutto al mondo arabo d’occidente, sono da meditare le parole di un’intervista, dell’ottobre 2001 – data ben significativa – della deputata algerina Khalida Messaoudi: «mi aspetterei che l’Europa facesse un bilancio degli ultimi 10 anni e riconoscesse la propria cecità […] Credo sinceramente che l’Europa non si sia resa conto che […] l’integralismo era una vera e propria deriva totalitaria. Non se n’è resa conto, e per troppo tempo ha continuato a dare ascolto a gente che le spiegava che l’islamismo era una specie di guerra di liberazione […] Il fatto che l’Algeria abbia tenuto, che da sola, e a prezzo di più di 100.000 morti e più di 15 miliardi di dollari di distruzioni, abbia resistito, ha salvato non solo gli algerini, ma il Maghreb intero, cioè a dire il sud del Mediterraneo con tutto quello che questo significa. Pensiamo a come sarebbe ora il mondo se l’Algeria fosse in mano ai fondamentalisti». Il rendersi conto doveva però risolversi non nelle guerre, ma in un’opera, complessa e difficile certo, di mediazione e di cooperazione. E in futuro non si potrà non tener conto oggettivamente dei possibili costi e guadagni di una diversa e più solidale ed egalitaria idea di benessere.
Maria Grazia Cutuli fu uccisa il 19 novembre del 2002. La guerra era già finita con la sconfitta del regime talebano.
Non possiamo restituire nulla a Maria Grazia Cutuli. Ricordarla proponendo i suoi scritti è un risarcimento per noi. È il nostro modo di perpetuare per noi la sua lezione, professionale ed umana. (Nicolò Mineo)

Mario Grasso