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A proposito di Leonardo Sciascia e del Gattopardo, Matteo Collura, nella sua bellissima biografia del Maestro di Regalpetra, scrive:

A Sciascia quel libro piace: è scritto da un autore colto, non può non apprezzarlo… Sciascia spiegherà: ‘C’era un fatto ambientale per me abbastanza irritante: il realizzarsi a Palermo del detto longanesiano che ‘non c’è comunista che sedendo accanto a un duca non senta brividi di piacere’. Tutti i comunisti che sedevano col Gattopardo in mano, a concedersi brividi di piacere perché l’aveva scritto un duca, mi infastidivano…’. I primi, fondamentali dieci anni di vita: quel barone di Racalmuto che vigliaccamente aveva fatto uccidere un cugino del nonno di Sciascia e di cui lui, bambino, veniva a sapere dai discorsi che riusciva a capire. Ma non sta tutta qui, ovviamente, la ragione del dissenso iniziale di Sciascia per Il Gattopardo (iniziale sì, perché in seguito avrebbe rivisto la sua posizione)”.

In un ipotetico processo, parole come queste, se scritte per difesa, più servirebbero all’accusa: cui verrebbe facile, nella replica, argomentare per ciò che, già poco tempo dopo la lettura del libro di Collura, a me è rimasto come ricordo del loro vero senso, e cioè a dire che a Leonardo Sciascia il Gattopardo non piacque, mai, neppure quando, per il valore letterario dell’autore e per la esattezza di molte sue osservazioni e previsioni, Sciascia non poté, infine, ‘non apprezzarlo’.
E che Sciascia non amò mai il Gattopardo, pur conoscendone e riconoscendone il valore, è per me reso evidente non tanto dal giudizio che egli espresse sul libro nel 1959 dinanzi alla vedova, psicoanalista, del Principe di Lampedusa (che se ne irritò), ma dai vari e disseminati passaggi nell’opera di Sciascia in cui, incidenter tantum direbbe l’accusatore, muovendo da altro discorso lo scrittore non risparmia una qualche critica al libro di Lampedusa.
Di tali passaggi, me ne sovviene uno in particolare, che qui di seguito riporto testualmente.

Perché la denominazione di ‘romanzo storico’ copre genericamente opere che evocano e rappresentano il passato umano, magari soltanto muovendolo come sfondo o atmosfera; ma in effetti dovrebbero esser considerati romanzi storici quelle opere in cui gli accadimenti rappresentati sono parte di una realtà ‘realtà storicizzata’, cioè conosciuta e situata, nel suo valore e nelle sue determinazioni, in rapporto al presente: passato, insomma, rivissuto in funzione del presente; passato che si fa presente. (E appunto nel Gattopardo accade il contrario: il presente si fa passato.)”.

Stiamo alle parole di Sciascia, e rileggiamo quello stesso passaggio (ma da un po’ più dietro) da cui, nel 1959, lo scrittore aveva mosso il giudizio che fece arrabbiare la vedova di Lampedusa.

Lei è un gentiluomo Chevalley, e stimo una fortuna averlo conosciuto; Lei ha ragione in tutto; si è sbagliato soltanto quando ha detto: ‘I Siciliani vorranno migliorare.’ Le racconterò un aneddoto personale. Due o tre giorni prima che Garibaldi entrasse a Palermo mi furono presentati alcuni ufficiali di marina inglesi, in servizio su quelle navi che stavano in rada per rendersi conto degli avvenimenti. Essi avevano appreso, non so come, che io posseggo una casa alla Marina, di fronte al mare, con sul tetto una terrazza dalla quale si scorge la cerchia dei monti intorno alla città; mi chiesero di visitare la casa, di venire a guardare quel panorama nel quale si diceva che i Garibaldini si aggiravano e del quale, dalle loro navi non si erano fatti una idea chiara. Vennero a casa, li accompagnai lassù in cima; erano giovanottoni ingenui malgrado i loro scopettoni rossastri. Rimasero estasiati dal panorama, dalla irruenza della luce; confessarono però che stati pietrificati osservando lo squallore, la vetustà, il sudiciume delle strade di accesso. Non spiegai loro che una cosa era derivata dall’altra, come ho tentato di fare con lei. Uno di loro, poi, mi chiese che cosa venissero a fare, qui in Sicilia, quei volontari italiani. They are coming to teach us good manners’ risposi ‘but won’t succeed, because we are gods.‘Vengono per insegnarci le buone creanze ma non lo potranno fare, perché non siamo dei’. Credo che non comprendessero, ma risero e se ne andarono. Cosi rispondo anche a Lei Chevalley: i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei per origine sia anche, se si tratti di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla; calpestati da una diecina di popoli differenti essi credono di avere un passato imperiale che dà loro diritto a funerali sontuosi. Crede davvero Lei, Chevalley, di essere il primo a sperare di incanalare la Sicilia nel flusso della storia universale? Chissà quanti imani mussulmani, quanti cavalieri di Re Ruggero, quanti scribi degli Svevi, quanti baroni angioini, quanti legisti del Cattolico hanno concepito la stessa bella follia; e quanti vicerè spagnoli, quanti funzionari riformatori di Carlo III; e chi sa più chi siano stati? La Sicilia ha voluto dormire, a dispetto delle loro invocazioni; perché avrebbe dovuto ascoltarli se è ricca, se è saggia, se è onesta, se è da tutti ammirata e invidiata, se è perfetta, in una parola?”

Sì è vero: quando evoca imani, cavalieri di Re Ruggero, scribi degli Svevi, baroni angioini, legisti del Cattolico, viceré spagnoli e funzionari di Carlo III, Lampedusa prende il presente (il suo presente) e lo porta nel passato (“E’ lo stesso errore – osserva Sciascia – di quei valent’uomini che dicono Seneca avere il senso della tragedia per il fatto di essere spagnolo: e la loro nozione della Spagna è invece relativa ad una entità storico-ambientale, ad una ‘dimora vitale’ direbbe Americo Castro, quale è venuta formandosi dopo Seneca, dopo gli Arabi, dopo i moriscos, dopo la scoperta dell’America, dopo l’Inquisizione. In questo senso, Seneca non era spagnolo. E la Sicilia non era Sicilia. Perché noi diciamo Sicilia e intendiamo la Sicilia degli Arabi, dei Normanni, dei Vespri, degli Aragonesi, dei viceré spagnoli; la Sicilia dei Borboni e dei Savoia, la Sicilia dei Fasci socialisti. Ma un governatore arabo aveva di fronte una diversa ‘dimora vitale’ che è relativa, come l’anello di una catena, nella nostra nozione di Sicilia, ma che per lui era assoluta ed unica”).
Per questa parte, sotto quest’aspetto, si può effettivamente convenire sull’approssimatività e sulla aleatorietà dell’operazione di Lampedusa (approssimatività e aleatorietà che il “chissà” intercalato da Lampedusa riesce solo ad attenuare): di cristallizzazione, di uno stato della Sicilia del tempo di Don Fabrizio, e di meccanica proiezione a ritroso nel tempo, e per un arco di tempo troppo lungo.
Attenzione: si può convenire sulla approssimatività e sulla aleatorietà dell’operazione – poiché, in fondo, essa non poggia altro che sulle parole di Don Fabrizio, le quali parole, a loro volta, non poggiano altro che sullo stato di degrado della Marina (luogo circoscritto, in un tempo preciso) che suscita sorpresa negli ufficiali inglesi –, ma solo su questo, sull’approssimatività e sull’aleatorietà dell’operazione.
Diverso discorso è quello che riguarda invece l’esattezza o meno del risultato (poiché anche ad un tentativo maldestro ben può arridere un risultato felice).
E qui il giudizio cambia.
Tra le pagine di Porte aperte – forse l’opera più bella di Leonardo Sciascia, di certo quella in cui si concentra al massimo grado la cifra, come usa dire, dello scrittore, il suo razionalismo, la sua sapienza di scrittura – lampeggiano queste parole:

Nel suo essere spavaldo e servile, quell’uomo si poteva considerare il prodotto di un ambiente, quasi di una città intera, in cui ai servi era permessa più spavalderia che ai padroni. ‘Metropoli della Sicilia, sede del Re, illustre del titolo di Arcivescovado, celeberrima presso tutti gli scrittori sì antichi che moderni per l’amenità del sito, l’ampiezza, l’eccellenza dei cittadini…’. E questo era il punto della remora, l’alienazione, I’impasse: l’eccellenza dei cittadini. Duemila all’incirca famiglie nobili, e molte di improbabile nobiltà, vi si erano concentrate nel secolo diciottesimo: e su 102.106 ‘anime’, sottraendo i padroni, che anime volete siano le altre, se non di servi?

Lampedusa risponderebbe alla domanda posta da Sciascia in Porte Aperte dicendo che è proprio per questa eccellenza che Don Fabrizio dice quel che dice, che i Siciliani si sentono come dei, ma non è questo il punto.
Il punto è nello sguardo di fierezza, che invece è miseria, intravisto dal cronista del secolo diciottesimo e poi raccolto da Sciascia: uno sguardo che è uguale a quello che quasi due secoli dopo viene a sua volta raccolto da Lampedusa.
Il punto, per essere precisi, è che, almeno in parte, l’operazione di cristallizzazione e di proiezione indietro nel tempo compiuta da Lampedusa va a segno, e va a segno per testimonianza portata dallo stesso Sciascia.
Sciascia era scrittore acuto e sottile, e in egual misura onesto intellettualmente: bisogna perciò dargli credito di buona fede e provare (fin dove si può riuscire) a ragionare con uguale acutezza e sottigliezza, e chiedersi: perché allora egli non lasciò mai cadere la sua critica sul Gattopardo? questa parte della sua critica sul Gattopardo? (dico questa parte della sua critica sul Gattopardo a ragion veduta, poiché, per altra parte, quella che attiene alla proiezione pro futuro, là dove Lampedusa prende il passato, la Sicilia del 1861, e lo porta nel suo presente, quella che fa, del Gattopardo, un “romanzo storico” secondo i più rigidi criteri sciasciani, Sciascia stesso ebbe modo di ricredersi: “Sì, quando uscì Il Gattopardo sentii un impeto di ribellione per il modo in cui Tomasi di Lampedusa descriveva la Sicilia, un’astrazione geografico-climatica in cui nulla accadeva, nulla poteva cambiare: lui proprio la consacrava alla immobilità. Ora, a distanza di anni, debbo constatare che aveva ragione, troppe cose abbiamo visto che gli danno ragione”).
La risposta alla domanda data non può essere quella di Collura, o non soltanto almeno; il gesto del barone di Racalmuto contro il cugino del nonno non può avere avuto un effetto tale nella mente del giovane Sciascia da offuscare la capacità di giudizio dello Sciascia scrittore maturo.
La risposta alla domanda data – io credo – è un’altra, ed ha a che vedere con la scrittura.
Sia Sciascia che Lampedusa hanno colto lo sguardo di fierezza, che invece è miseria, del siciliano, dei siciliani, sia Sciascia che Lampedusa ne hanno scritto: ma mentre Sciascia, sicilianamente, gioca di sponda, porta la prova (la testimonianza dell’eccellenza dei cittadini palermitani è tratta dal Lexicon Topographicum Siculum, del regio storiografo, catanese, Vito Maria Amico, vissuto nella prima metà del Settecento), e vi affila sopra ironia, Lampedusa proclama, allestisce tutta una scena apposita (la stessa del film di Luchino Visconti, che qui più che altrove riproduce fedelmente il romanzo) per fare dire a Don Fabrizio quello che abbiamo letto più sopra.
Non basta il fatto che, ad un certo punto, Don Fabrizio ammonisca lo Chevalley sul fatto che certe cose le possa dire solo un siciliano, perché un altro siciliano non se ne adonti. Così come esse sono dette da Don Fabrizio potrebbero anche essere dette da uno che siciliano non è – e qui si potrebbe aprire un lungo discorso sull’essere siciliano di Don Fabrizio (mezzo siciliano per l’esattezza), sulla sua (mezza) sicilianità, del suo parlare un dialetto “stilizzatissimo”, di quel suo figliuolo prediletto, perché più degli altri simile a lui, ma che dalla Sicilia è fuggito di punto in bianco, e del perché Don Fabrizio non sia fuggito pure lui –, ma possiamo anche fermarci a questa semplice considerazione: che certe cose non solo è necessario che vengano dette da un siciliano, ma che vengano dette sicilianamente. Viceversa il siciliano se ne adonterà, o, peggio, vi metterà sopra un lapidario “Figuriamoci!”, espressione con cui in Sicilia l’interlocutore mette il sigillo all’altrui catuniare (verbo, sdoganato da Andrea Camilleri, in uso tra i siciliani, e solo quando parlano tra loro, per indicare il catoneggiare, nei diversi contesti descritti in Nero su Nero, del solito Leonardo Sciascia).
Ecco, io credo che, assai più che per il barone di Racalmuto, a Leonardo Sciascia le – corrette (e perciò solo apprezzabili) –osservazioni del Principe di Salina non siano piaciute per questo motivo: poiché si appartengono, in definitiva, ad una forma, seppure assai dotta e magniloquente, di catuniare.
Chi dall’incipit avrà pensato che mi volessi fare inquisitore di Leonardo Sciascia sarà rimasto di già deluso, ma non pensi che, all’opposto, abbia voluto con queste poche righe farmene difensore (miglior difensore di Matteo Collura, intendo): ho soltanto cercato di vedere un po’ più chiaro dentro una polemica che – suppongo – Leonardo Sciascia, da un certo momento in poi, abbia deciso di non alimentare più, ben prevedendo di non potere essere compreso (e tale momento collocherei in coincidenza con l’apparizione, tra le pagine di Sciascia, del nome per esteso dell’autore del Gattopardo, “Giuseppe Tomasi di Lampedusa”, in luogo del precedente “Giuseppe Tomasi”).
Ora che l’esercizio è compiuto, immagino che continuerò a leggere e ad amare il Gattopardo, ma un po’ meno di prima: poiché, a pensarci bene, la reprimenda di Don Fabrizio mi punge come se fosse stata pronunziata da un testimone estraneo alla Sicilia. Ed amo di più il sottile e ironico ammiccamento di Sciascia, cui riconosco meglio di prima il pregio di potere fare breccia – chissà forse un giorno – nell’eccellenza dei siciliani.
In attesa di quel giorno, con Sciascia, ironicamente, ammicchiamo anche noi e a quello sguardo di fierezza, a quella eccellenza dei servi rispondiamo cantando:

Vui durmiti ancora …”

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