Da Sfascio – Testimonianze dopo l’8 settembre 1943: Lucia Cussig

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Un giorno fui avvicinato dalla signor Anna Comisso, mi chiese se fossi ancora interessato a raccogliere aneddoti relativi alla guerra e, alla mia risposta affermativa, mi consigliò di interpellare Nicolina, la figlia di Lucia Cussig, poiché questa era stata protagonista di una vicenda molto singolare. Mi recai a casa sua e la donna, già prima di iniziare il racconto dell’odissea della mamma, cominciò a sentire brividi per l’emozione che i ricordi le suscitavano.

Lucia Cussig (1928-1992) era una ragazzina briosa, amata dai genitori e dai fratelli. I tempi erano duri, spesso si succedevano rastrellamenti, ma la casa di Sedilis era un rifugio sicuro, almeno fino al mese di settembre 1944. Il 28 settembre, di quell’anno, infatti, dalla parte bassa del paese si levavano nuvoloni di fumo scuro che il vento portava verso il Monte Bernadia con un forte odore di bruciato. Il fatto appariva insolito e grave, bisognava andare a vedere! Lucia ed altre ragazze si recarono su di un poggio, non molto discosto dalla strada, per veder cosa stesse accadendo realmente. Il punto d’osservazione era ottimale e davanti agli occhi delle ragazze apparve tutto lo scempio che i tedeschi stavano facendo. Le case, investite dai lanciafiamme, bruciavano come fiammiferi. Nulla si sottraeva alla furia del fuoco. Le ragazze furono prese da sgomento e s’interrrogavano se la stessa sorte sarebbe toccata anche alle loro case. Le loro preoccupazioni erano fondate. La catastrofe era imminente anche per le altre borgate di Sedilis, poiché il paese era incluso nel piano di dura rappresaglia contro i luoghi frequentati dai partigiani.
Mentre riflettevano su queste cose, si fermò sulla strada una camionetta, ne scesero dei soldati con un ufficiale delle SS. Questi impugnava un’arma automatica e con fare minaccioso ordinò alle giovani di scendere dal posto di osservazione. Le poverette, tremanti di paura, si portarono presso la camionetta e l’ufficiale le schierò addosso al muro della scarpata con l’intenzione di farle fucilare sul posto. Fortunatamente ebbe un attimo di esitazione prima di passare all’esecuzione e con la radio chiese istruzioni al comando. La fucilazione fu sospesa e le ragazze furono condotte sotto scorta armata, in fila per una, fino alla stazione ferroviaria di Tarcento, dove le attendevano dei vagoni con degli animali a bordo: maiali, mucche e pecore, requisiti per essere trasferiti in Germania.

Lungo la strada Lucia pregò una conoscente di avvertire sua madre che i tedeschi la stavano portando via. Quello fu l’ultimo messaggio che la ragazza riuscì a far pervenire alla famiglia, poiché da quel momento ci sarebbe stato un lungo silenzio. Le ragazze, fatte salire sui carri bestiame, partirono verso nord per una destinazione ignota. Dovettero condividere spazi angusti con compagni di viaggio a quattro zampe. Questo era il massimo disprezzo per le loro persone che, di fatto, erano equiparate agli animali. Il viaggio, della durata di tre giorni, fu durissimo. Durante tale periodo non videro né acqua né cibo, dovettero sopportare, inoltre, il puzzo degli escrementi degli animali con la disgustosa sensazione di avere sotto i piedi una vera e propria concimaia.
Finalmente tale supplizio ebbe termine in un’anonima stazione ferroviaria tedesca, dove fu fatta una selezione tra i prigionieri. Un ufficiale dispose le persone valide da un lato e quelle malate o anziane dall’altro per l’invio immediato ai forni crematori. All’esterno della stazione gli agricoltori del posto attendevano che i prigionieri uscissero sul piazzale, dove avrebbero scelto i più validi da destinare ai lavori nelle loro fattorie. Una signora rimase colpita da Lucia che stranamente assomigliava alla figlia che da poco tempo aveva perso per malattia. Senza indugio e, prima che altri se la accaparrassero, se la fece assegnare e la portò a casa, dove le affidò il compito di badare agli animali della stalla. La ragazza, obbediente ed accurata nel lavoro, entrò nelle grazie della sua padrona, la quale la trattava come una figlia, riversando su di lei gli affetti di madre, rimasti feriti dal recente lutto. La presenza di Lucia era un provvidenziale compensazione affettiva e dava sollievo al dolore della donna.
Questa era la ragione che garantiva un trattamento speciale alla ragazza al punto di essere considerata quasi una componente della famiglia. Tale condizione, del tutto eccezionale per una prigioniera, le consentiva di dormire nella camera che era stata della figlia defunta, d’indossare i suoi abiti e di usare tutte le cose a lei appartenute. Agli altri prigionieri, invece, era riservato un trattamento molto meno favorevole: dormivano nelle stalle o nei fienili della grande fattoria che li ospitava, quasi a contatto con le numerose mucche, con i cavalli e con i maiali che vi si allevavano; indossavano vestiti raccattati qua e là. Nella stessa fattoria c’erano anche dei prigionieri russi e polacchi, giovanotti con i sentimenti in tumulto, ma la padrona di casa vigilava sulla protetta che nel frattempo era fiorita, mostrando tutta l’avvenenza e la freschezza di una giovane donna. Bastava uno sguardo severo per bollare come inopportuna ogni parola fuori posto e ogni comportamento non appropriato.

Un giorno arrivarono dei soldati delle SS e raccolsero tutti i prigionieri con l’illusoria promessa di un rimpatrio. Anche Lucia, al sommo della contentezza, si ritrovò in un campo sportivo assieme alle sue compaesane. Finalmente si profilava il sospirato ritorno a casa! Tale gioia fu di breve durata e si dissolse di fronte all’arrivo della sua padrona di casa che reclamò con ferma determinazione la prigioniera. Dopo un’animata discussione con l’ufficiale responsabile del campo, la donna afferrò la ragazza per un braccio e la trascinò via con forza, nonostante le sue urla e le sue lacrime. Lucia cercava di divincolarsi, ma la donna, forte e robusta, non mollava la presa, anzi stringeva sempre di più il braccio fino a lasciarvi dei vistosi lividi. A nulla valsero le proteste e le suppliche, la donna era inflessibile e non voleva sentire ragioni. Alla fine la giovane dovette rassegnarsi al volere della sua padrona e seguirla fino alla fattoria. Lucia era disperata di fronte a tanto egoismo. Era convinta che la signora non volesse rinunciare ai suoi servigi. Per lei era comodo disporre di una persona sempre pronta e disponibile a sbrigare tutti i lavori. Si dispiaceva di essere stata troppo obbediente e servizievole. Se si fosse comportata in modo diverso, forse quello sarebbe stato il momento in cui sarebbe stata lasciata andare, ma era stata troppo ingenua ed operosa. Va detto che aveva cominciato perfino a voler bene alla sua benefattrice, si sentiva amata.
Prima di essere trascinata via dal campo aveva raccomandato alle compaesane di salutare sua madre, di dirle che stava bene e che l’avrebbe raggiunta alla fine della guerra. Ogni giorno si dispiaceva del comportamento della sua padrona. Sì, era stata proprio un’egoista! Non si rendeva conto del male che le aveva fatto trattenendola lontano dalla sua famiglia. Invidiava le sue compagne, certamente più fortunate, loro almeno erano riuscite a ritornare in patria. Si stava sbagliando, perché la vera fortunata era proprio lei, l’avrebbe scoperto soltanto alla fine della guerra.

La padrona di casa, pur dispiacendosi della partenza della ragazza, l’aveva lasciata andare assieme agli altri prigionieri, ma quando era venuta a sapere tramite importanti amicizie, che i prigionieri erano destinati alle camere a gas, si era precipitata al campo sportivo per ricondurre a casa Lucia.
Al termine della guerra i prigionieri furono rimpatriati e venne anche per la ragazza il giorno di lasciare la Germania. La signora, che ormai si sentiva sua madre adottiva, le preparò la valigia e vi inserì gl’indumenti più belli che erano stati della figlia. Voleva che Lucia non si dimenticasse di lei e che serbasse un ricordo affettuoso della famiglia che l’aveva ospitata.
Il momento della partenza fu commovente, entrambe piangevano durante il forte abbraccio d’addio. La donna perdeva una figlia adottiva e riviveva quasi lo stresso dolore lasciatole dalla dipartita della sua cara figliola. La ragazza si era trovata bene nella fattoria, non le era mancato nulla, aveva il cuore in tumulto, ma forte era in lei il richiamo della famiglia. Pochi giorni dopo Lucia rivide Sedilis e riabbracciò i suoi cari. Subito chiese notizie delle compagne di prigionia, ma, purtroppo, non erano mai tornate! Erano salite al cielo tra il fumo denso delle ciminiere che non avevano conosciuto riposo né di giorno né di notte.

Allora comprese il coraggioso atto di bontà compiuto dalla sua padrona di casa e sentì profondo rimorso per averla giudicata male. Vane furono le ricerche intese a ritrovarla dopo la guerra. Lucia desiderava manifestarle tutta la gratitudine e l’affetto che si meritava. Per tutti i suoi giorni l’accompagnò il grato ricordo di quella signora tedesca, in apparenza rude e burbera, ma in realtà capace di un’umanità sorprendente. L’aveva amata come una figlia, salvandole anche la vita. Lucia, divenuta madre, spesso narrava ai figli le vicende legate al suo soggiorno obbligato in Germania, il racconto si caricava di emozioni ed evocava situazioni e persone, tra le quali spiccava la buona signora tedesca, grazie alla quale aveva potuto fare ritorno al suo paese.
Oggi la figlia Nicolina ricorda ancora frammenti significativi di quella narrazione e si commuove ogni volta che richiama anche soltanto piccoli spezzfoni dell’esperienza vissuta dalla madre in Germania. Si augura, inoltre, che nessuno debba provare la sofferenza della deportazione. Ogni volta che il telegiornale trasmette notizie di popolazioni vessate o sfollate a causa della guerra si rattrista profondamente e prega per la pace, affinché ogni popolo possa vivere tranquillamente nella propria terra.

 

copQuesta testimonianza che abbiamo pubblicato per concessione dell’Autore, nostro collaboratore, e della Casa editrice del libro, fa parte della trilogia pubblicata fino a oggi, intitolata “SFASCIO” 1 – 2 – 3.”, precisamente del primo volume: “Testimonianze dopo l’8 settembre 1943”. La direzione di Lunarionuovo ringrazia l’autore e l’Editore dell’opera e comunica ai lettori interessati che possono richiedere copie dei tre volumi all’Editore “Aviani & Aviani editori, viale Tricesimo 1847 – 33100 Udine – fax 0432. 479918 –o per mail:avianifulvio@tin.it . – www.avianieditori.com

 

 

 

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