Gerardo Sangiorgio e la goccia di umanità nei campi di sterminio

Gerardo Sangiorgio, nasce a Biancavilla  nel maggio del 1921, ancora studente poco più che ventenne, per la sua appartenenza alla schiera di coloro che “restano al posto d’onore” da soldati, quando tutti intorno si danno alla fuga e per aver rifiutato la richiesta di adesione alla Repubblica di Salò, è diventato vittima di una terribile esperienza nei lager nazisti.
Un uomo che ha vissuto un periodo storico sconvolgente quale è stato quello della 2° guerra mondiale, un uomo che ha provato il terrore, il dolore e la morte che il fascismo, la dittatura e il nazismo hanno generato a migliaia di uomini.


sangiorgioPer comprendere meglio l’uomo, ho letto un suo libro: “Quando l’algente verno” (Biancavilla, 2000), dove troviamo testimonianze che costituiscono un monito per le generazioni attuali e che verranno.
Una avventura umana lacerante tra le più terribili, quali la guerra, una odissea di uomini condannati ad una disumana barbarie, “i  Lager”.
L’uomo, privato dei suoi beni materiali, ridotto in schiavitù, spogliato delle sue vesti, umiliato,  vestito  di cenci usurati e condannato a lavorare in condizioni disumane e rischiose, l’uomo  spogliato della sua dignità di essere libero e capace di scegliere.

Una vita di sopravvivenza, fatta di separazione, di attese, di aspettative e di paura, ma in tutta questa negazione di tutto ciò che umano non è, emerge l’anima sensibile di quest’uomo, egli in mezzo a tanta atrocità vissuta nel lager è capace di vedere il cielo, mentre da alcuni muri abbattuti,  scorge le distese di neve… quasi un elevarsi da tanta miseria umana, un  respiro e un estraniarsi dalla dolorosa realtà.
“La desolazione che lascia una guerra aspramente combattuta: tralicci abbattuti, zone boscose minate, incautamente attraversate (…) cadaveri di militari tedeschi al margine della strada,che ci fecero tanta pena”

Uomini dal “cuore di pietra”come egli stesso li definisce, carnefici di altri uomini, capaci di suscitare sentimenti di pena.
La guerra che ci descrive, infatti, è fatta anche da chi, rischiando la propria vita, era capace di donare loro un paniere di patate crude, che gli consentiva la  sopravvivenza.
L’uomo, il Sangiorgio, che riesce a cogliere in mezzo a ventimila campi di sterminio (tanti la storia ne racconta), il più semplice e umano gesto di chi gli depone sul davanzale un involtino, contenente poco più che un trasparente pezzo di pane, “lì c’era anche un pezzo di cuore, che pulsava d’umanità”.
Abbiamo l’obbligo di ripensare, riflettere su quanto accaduto anche se quei momenti così drammatici sembrano, a noi che non li abbiamo vissuti, distanti e a volte difficilmente comprensibili proprio per la loro portata.
«E’ avvenuto quindi può accadere di nuovo, questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire» scriveva Primo Levi nelle ultime pagine dei Sommersi e Salvati.
Undici  milioni di uomini donne e bambini sono stati strappati alla vita e solo questo può farci riflettere e portarci alla consapevolezza della fortuna di vivere in una democrazia.

Il testo del Sangiorgio si chiude con un album di poesie dense di ricordi di speranze e di amore per la madre e per la sua donna.

Mi piace ricordarlo in queste poche righe di speranza che egli scrive in una sua poesia.

 

“Cerchiamola insieme
la pietra polita del mare,
aspettando quando l’onda
della spiaggia rifugge
e nella fine rena
le orme ripiene d’acqua
dei nostri passi restano!”

 

 

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