O burro o piombo (*)

partigiani

 

A De Bellis abitava un uomo che tutti chiamavano Giraffa per la sua statura che sfiorava i due metri. Faceva il muratore, e, se era necessario, se la cavava molto bene anche come imbianchino. Nel suo lavoro era accurato e si accontentava del modesto compenso che la gente gli dava in denaro o in natura. Aveva moglie e numerosi figli, ai quali non faceva mancare l’essenziale anche in periodi di carestia. Era emigrato in Francia e, dopo l’invasione tedesca era ritornato al suo paese dove aveva rimesso a coltura la poca terra lasciatagli in eredità dal padre. Spesso veniva nel capoluogo e si fermava all’osteria, dove teneva banco. Era un narratore nato, gli argomenti non gli mancavano mai. Trovava sempre un uditorio pronto ad ascoltare le sue esperienze francesi, fatte di lavoro, di divertimento e di facili donnine. Erano tutti argomenti affascinanti per chi non aveva mai lasciato il proprio paese.

Dopo l’8 settembre 1943, per non finire nell’esercito della Repubblica di Salò, entrò tra le file di partigiani garibaldini locali con il suo stesso soprannome di Giraffa, che divenne anche il suo nome di battaglia. Mantenne, però, una certa autonomia operativa che gli consentiva di collocare in una posizione tra il civile e il militare. Alla sera rientrava a casa e, soltanto in caso di pericolo, rimaneva nel reparto di cui faceva parte. Nelle giornate di calma faceva il partigiano “pro domo sua”, cioè curava gli interessi della famiglia, procurando il cibo necessario al sostentamento. Nel mese di ottobre del 1943, nei campi vicini alla strada che sale da Ponte Sambo a Cornappo, c’erano lunghe file di paletti carichi di fagioli borlotti. I baccelli erano quasi secchi e attendevano di essere raccolti. Un giorno Giraffa passò di lì e notò i legumi. Immediatamente pensò come farli finire a casa sua, dove sua moglie, ottima cuoca, li avrebbe cotti in padella o li avrebbe adoperati per sostanziosi minestroni. Tornò a casa, condusse con sé la moglie a Cornappo, le ordinò di raccogliere i fagiuoli e di riempire le due borse che aveva portato appresso. La donna scese in un campo sotto la strada e poco dopo ne uscì, manifestando perplessità e timore per l’eventuale arrivo del proprietario. Il marito ribadì l’ordine e la tranquillizzò poiché la sua presenza armata avrebbe scoraggiato ogni intervento inopportuno. L’uomo, intanto, con il fucile in spalla, passeggiava avanti e indietro, come se stesse vigilando un punto strategico. I passanti, che avevano compreso quanto stava accadendo, di proposito gli chiedevano cosa stesse facendo. A ognuno Giraffa dava la stessa risposta: “Difendo la patria! Combatto per la libertà!”. A nessuno veniva voglia di fare qualche obiezione. Il fucile era un efficace deterrente anche per il proprietario, il quale, nonostante fosse stato avvertito del furto, si era guardato bene dal farsi vedere nel campo con l’intenzione di interrompere l’azione a suo danno. A raccolto ultimato i due coniugi si diressero soddisfatti verso casa con le borse piene di legumi. La battaglia dei fagioli era stata vinta brillantemente e senza perdite!

Altre battaglie aspettavano il nostro eroe, perché in cucina servivano il burro, il formaggio e altre vivande. Molto interessante è quella del burro! La tessera annonaria dava diritto a poco olio di semi di bassa qualità, al momento della cottura produceva fumo e conferiva alle vivande un cattivo sapore. Il burro, invece, specialmente se fresco, dava loro un buon gusto e le rendeva appetitose. Il burro era merce preziosa, si poteva comperare presso qualche amico contadino oppure al mercato nero, pagandolo in modo profumato. I contadini, di solito lo fondevano e lo conservavano in luoghi freschi. In casa di Giraffa si usava sempre il burro fresco, e quando era prossimo al termine, non c’erano problemi, perché era facile creare un fantomatico reparto che ne aveva bisogno. Ed ecco la battaglia per il burro! Giraffa entrava in azione, prendeva il fucile in spalla e si dirigeva verso la latteria di Monteaperta, dopo aver calcolato il momento in cui il burro fresco veniva tolto dalla zangola e messo negli stampi da un chilo o da mezzo. All’arrivo del partigiano, il casaro chiedeva di che cosa avesse bisogno. Giraffa non proferiva parola, indicava con l’indice della mano destra un pane di burro, poi aggiungeva che serviva alla cucina del reparto. Il contadino, proprietario del burro protestava immediatamente e manifestava tutta la sua rabbia. Si vedeva sottrarre il frutto di tanta fatica. Il suo duro lavoro veniva vanificato in un attimo. Non era giusto! Era un sopruso! Giraffa lasciava che l’uomo sfogasse tutta la sua ira, poi con voce ferma diceva: “O burro o piombo!”. Le parole erano chiarissime e non lasciavano spazio ad alcun dubbio. A questo punto il poveretto si rassegnava alla perdita del burro e il partigiano usciva dalla latteria col prezioso involto, assicurando alla sua cucina un ottimo grasso naturale. Così si concludeva senza spargimento di sangue anche la battaglia per il burro. Nessuno aprì mai un’inchiesta per sapere dove finisse il burro sequestrato da Giraffa. Molti lo immaginavano, ma era pericoloso persino soltanto il parlarne. La prudenza imponeva un cauto silenzio.

Va detto che non tutte le battaglie furono coronate da successo; due, sostenuto per il formaggio, registrarono sconfitte clamorose che vengono ricordate ancora oggi. Il tedeschi avevano effettuato un grosso rastrellamento a Bergogna e a Platischis. I partigiani si erano ritirati a Taipana in attesa di individuare una via di fuga che evitasse un pericoloso accerchiamento. Era sera e tutti erano affamati. In quel giorno non avevano avuto il tempo di procurarsi del cibo. Giraffa con Anguilla, un altro partigiano di Taipana si recarono nella locale latteria e prelevarono un formaggio. I due arrivarono davanti all’osteria di Rogin e cominciarono a contenderselo. Ognuno dei due lo voleva destinare al reparto del proprio paese, ma era soltanto un pretesto, la vera destinazione era una delle due famiglie. Giraffa e Anguilla afferrarono saldamente la forma, uno contrapposto all’altro, e cominciarono a tirare, a spingersi e a strattonarsi, ma nessuno dei due mollava la presa. Il contrasto si faceva sempre più forte e rumoroso, parole grosse e minacciose venivano scagliate come dardi per intimidire l’avversario. Partigiani italiani e sloveni avevano frattanto fatto cerchio attorno ai contendenti, sia per seguire da vicino l’aspro confronto, sia per evitare che lo stesso degenerasse in uno scontro a fuoco. Tra gli spettatori c’era anche il comandante Ferri, appartenente al controspionaggio jugoslavo, il quale seguiva con interesse la contesa e aspettava il momento opportuno per intervenire. Il formaggio avrebbe potuto sfamare almeno parte del suo reparto. La situazione, pur essendo convulsa, si profilava senza esito definitivo. I litiganti se ne rendevano conto, ma per il momento resistevano con la speranza che uno dei due avrebbe ceduto. Le armi, forse, avrebbero accelerato la fine del contrasto, questo era il pensiero di entrambi. Anguilla estrasse velocemente da una tasca una pistola, convinto di volgere la situazione a suo vantaggio, ma altrettanto fece Giraffa. Immediatamente a questo punto intervenne Ferri e con il mitra spianato impose ai contendenti la consegna del formaggio. I due obbedirono e scornati si confusero tra la folla. La battaglia per il formaggio si era conclusa con una sconfitta plateale.

Nella stessa notte Giraffa, ritiratosi a De Bellis, trovò modo di scontrarsi con un altro partigiano per una forma di formaggio grana. I due vennero perfino alle mani e il nostro protagonista recava sul viso i segni cruenti della lotta. Due partigiani sloveni, allettati dal formaggio, posero fine alla dura lotta e se lo portarono via. Per Giraffa era la seconda sconfitta nel giro di poche ore. Il destino si era schierato irrimediabilmente contro di lui.

La famiglia spesso aveva bisogno anche di carne, ma non c’erano problemi; a Monteaperta, nella macelleria di Luigi Carloni, ogni settimana veniva macellata una mucca. Bastava passare a ritirare la merce necessaria per qualche reparto immaginario e la famiglia poteva tranquillamente sfamarsi con carne fresca. Giraffa metteva in spalla il suo fucile, si presentava in macelleria e si faceva mostrare il contenitore dove Luigi Carloni aveva collocato la bestia ridotta a pezzi, pronti per essere venduti. Il partigiano estraeva la baionetta dal fodero, infilzava un pezzo di carne alla volta, lo sollevava, poi lo osservava per bene e lo rimetteva nel contenitore se non era di suo gradimento. Tale operazione, ripetuta più volte, faceva montare su tutte le furie il macellaio che vedeva trafitti con ampi squarci i pezzi di carne, un giorno non potendo sopportare quello scempio, sbottò in malo modo: “Giraffa, non ti accorgi che mi stai sciupando tutti i pezzi di carne? Li hai scambiati forse per dei cosacchi? Prendi quello che ti occorre e vattene!”. Il partigiano non rispose a parole, ma guardò in modo torvo il macellaio il quale comprese che non era il caso di protestare. Così i migliori pezzi di carne quel giorno finirono a casa di Giraffa, il quale poté registrare con soddisfazione un’altra brillante vittoria.

La vita però non era sempre così semplice. Un giorno i cosacchi scendevano con i loro carri da Monteaperta verso Ponte Sambo, dove il nostro eroe Giraffa si stava concedendo un po’ di riposo in osteria. La notizia dell’imminente arrivo dei nemici turbò la sua quiete, balzò in piedi e raggiunse uno spuntone di roccia, da cui poteva tenere sotto tiro la strada sottostante. I cosacchi sostarono davanti all’osteria, divenendo un facile bersaglio per Giraffa che non perse tempo per aprire il fuoco con il suo moschetto. Era convinto di potere mettere in fuga l’intera carovana. Ma la reazione fu immediata e lo spuntone di roccia fu colpito più volta con proiettili da mortaio. La pietra si sgretolava sotto le potenti esplosioni e le schegge volavano in ogni direzione. Il partigiano si sentiva perduto, il terrore si era impadronito di lui, la sua fine era ormai prossima. I cosacchi però, non avendo registrato alcuna reazione alla loro offensiva, si erano convinti che il nemico fosse stato ucciso o fosse fuggito, così avevano proseguito verso De Bellis. Giraffa sentì allontanarsi i carri, sbirciò da dietro la roccia residua per accertarsi se potesse uscire allo scoperto. Ormai il pericolo era passato. Per prima cosa ringraziò Dio di avergli salvato la vita, poi dovette riconoscere che se l’era fatta addosso per la paura. Leggendo la storia di Giraffa, si potrebbe riportare l’impressione di trovarsi di fronte ad un personaggio irreale, creato dalla fantasia dell’autore per riempire qualche pagina e rendere interessante e piacevole la lettura. Certamente, se si parte dai criteri di giudizio di oggi, il protagonista sembra non appartenere alla realtà. Debbo affermare e assicurare invece che Giraffa era una persona in carne ed ossa e che ebbi personalmente modo di vedere in azione più volte e in particolare proprio durante la contesa con Anguilla. Per gli altri aneddoti mi sono valso della testimonianza di persone degne di credibilità. Certamente era un partigiano singolare che non dimenticava di essere padre di famiglia alla quale non faceva mancare il necessario. Si riteneva al servizio della comunità e questa, secondo lui, doveva provvedere al suo sostentamento e a quello dei suoi familiari. Non disponeva di risorse proprie ed ecco perché si sentiva legittimato ad appropriarsi del burro, del formaggio, della carne, dei fagioli e di altro. Alla fine del conflitto lo Stato avrebbe risarcito i proprietari per i danni subiti. Agli uomini in armi e alle loro famiglie non poteva essere negato il necessario. Questo era il quadro di valori ai quali Giraffa si ispirava nella quotidianità. Al termine della guerra la maggior parte dei proprietari non recriminò contro di lui perché ritenne che aveva agito per conto del suo battaglione o per necessità personale.

 

 

(*) Cfr. Sfascio – di Sandrino Coos – testimonianze dopo l’8 settembre 1943. Vol.2 “Val Cornappo” pagg.200 – €15,00 –Aviani & Aviani editori – Viale Tricesimo 184/7 – 33100 Udine.

 

 

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