Almeno la musica (4)

[… continua da numeri precedenti: 1a puntata, 2a puntata e 3a puntata]

A pensarci su il vecchio Augusto fece trascorrere un paio di settimane. Una volta salutati i due “funzionari” dell’impresa e rimessosi a bighellonare in attesa che la corriera lo riportasse indietro, il pensiero del contratto e dei soldi da racimolare lo prese interamente facendogli dimenticare ogni altra considerazione su musiche, spari e scampanate. Pur con il sole ancora alto, un po’ di freddo si faceva sentire, sicché, quando in piazza arrivò la corriera, vi salì con sollievo.
Continuò mentalmente a far conti e conticini alla bell’e meglio, lui che non capiva nulla di numeri, e a passare in rassegna le parole dette dai due e anche le sue, che gli parevano semplici e schiette. Per tutto il tragitto se ne stette zitto e rincantucciato sul suo sedile, non badando a nessuno di quelli che, riconosciutolo, lo chiamavano per nome e tentavano di cavargli qualche parola.
Sceso che fu dalla corriera, se ne andò dritto a casa e si distese sul pagliericcio, perché si sentiva troppo stanco e perché, con qualche coperta addosso, avrebbe potuto scaldarsi un po’. Non sentiva neanche fame e allora se ne stette lì a guardare il cielo basso del soffitto e a rimuginare senza posa.
Quando gli parve d’essersi riposato abbastanza, si mise a rovistare dentro la cassapanca. Un gruzzoletto l’aveva e fu contento di trovarlo subito nel posto preciso dove lo teneva conservato, tra vecchie maglie e mutandoni di lana. Rigirandosi il denaro tra le mani, non si raccapezzava più: chissà a quanto poteva ammontare la somma. Si ricordava di avere il denaro, lì, da moltissimo tempo: l’aveva risparmiato e mai più toccato, per trovarselo pronto in caso di bisogno urgente. Di tanto in tanto era andato ad assicurarsi che ancora ci fosse e ogni volta l’aveva toccato con precauzione, col sentimento di chi ha poco e tiene caro. Farselo contare da qualcuno, neanche a pensarci: gli avrebbero chiesto il perché e il percome, e lui non voleva tradirsi. Il suo funerale di lusso, con la cassa lucida e scolpita, e tutto il resto, scampanata a “gloria” e marcia funebre, doveva essere una sorpresa, una meraviglia per tutto il paese.
Naturalmente cominciò a porsi il problema dei nuovi guadagni per far fronte all’impegno preso con i due “funzionari”: chissà se avrebbe potuto racimolare il denaro occorrente alle rate mensili? E poi, quanto ci sarebbe voluto per ogni rata? Ma era meglio schiarirsi le idee e magari abbandonare ogni proposito. La notte, però, non riusciva a prendere sonno. Lo scarso riposo dei vecchi si riduceva per lui a una sola dormitina il pomeriggio; per il resto se ne stava nervoso e adesso, quando occorreva, suonava pure di malavoglia le campane. Ma il verme dell’orgoglio era sempre lì a rodergli il cervello, e il pensiero della straordinarietà del suo funerale, la suprema rivincita sul suo destino insignificante, gli appianava tutti gli ostacoli, gli faceva prevedere realizzabile il disegno.
Un giorno, con una delle sue decisioni improvvise, volle ritornare dai due, alla marina, vestito di tutto punto, bianco dalla testa ai piedi, come la volta precedente.
Lo accolsero con rispetto e premura e lo fecero accomodare di fronte alla scrivania. Ma quando si trattò di sciogliere il gruzzolo dal fazzolettone in cui era legato e di contarlo, i due allibirono:
«Ma questi sono soldi di nessun valore, queste banconote sono cadute in prescrizione da almeno vent’anni!».
«Cosa vuol dire in pre-scri-zio-ne?» balbettò confuso e ignorante il vecchio Augusto.
«Vuol dire che sono fuori corso… Vuol dire che non “passano” più, non possono più circolare, sono carta straccia, sono soldi del tempo dell’ultima guerra!»
Al vecchio Augusto pareva che quei due lo guardassero non più con commiserazione, ma addirittura con astio e stizza. Che rovina! A tutto aveva pensato fuorché al caso che il governo, un bel giorno, potesse decidere di sostituire le banconote vecchie con delle nuove.
«In pre-scri-zio-ne…» ripeteva confuso, inebetito, incredulo.
«In prescrizione, sì! Bel guadagno che avete fatto!»
Non se l’aspettava proprio quella diavoleria e non sapeva più che decisione prendere. Ma rimanendo così fermo fra quei due, gli pareva di essere rotolato giù da campanile in un crollo senza scampo. Pensò di andare via subito, di ritornare a casa e di sfogarsi non visto da nessuno.
«Allora non c’è più nulla da fare… Scusate il disturbo.» E si alzò dalla sedia per andarsene.
«Un momento» lo trattenne, però, uno dei due. «Possiamo ancora rimediare».
«Rimediare? E come?»
«Siete sempre disposto a pagare il funerale a rate, un tanto al mese?»
«E quanto, al mese?»
I due fissarono una somma che al vecchio Augusto, lì per lì, parve enorme. Quelli, allora, gli chiesero quanto avrebbe potuto guadagnare in un mese, quanto gli dava l’arciprete per suonare le campane, se riscuoteva qualche pensione o sussidio. Le risposte vaghe e indecise del vecchio Augusto non scoraggiarono i due “funzionari”, che stabilirono una nuova cifra, gliene spiegarono l’entità, lo esortarono a farsi ripagare sempre con denaro sonante per ogni minimo servizio che avrebbe fatto da allora in poi. Così che non fosse difficile, a un lavoratore come lui, anche se anziano, racimolare la somma necessaria da versare mensilmente all’impresa.
«Vi diamo un mese di tempo: voi fate la prova e noi ci assicuriamo delle vostre capacità. Se sarete puntuale, faremo il contratto in piena regola.»

Da quel giorno il vecchio Augusto cominciò a perdere la pace dell’anima. Divenne scorbutico, si trascinava qua e là per il paese rimpiangendo i vecchi tempi quando avrebbe potuto muoversi senza fatica, in tutta salute. Borbottava parole incomprensibili mentre andava girando di casa in casa alla ricerca di qualche servizio da fare, e con l’aria maligna di chi non vuol sentire ragioni pretendeva sempre denari, invece del solito pezzo di pane e companatico.
Chi gli chiedeva spiegazioni, insospettito dal nuovo comportamento, andava a cozzare contro il muro di un silenzio ostinato e furbesco, di una caparbietà senza ragione evidente. Le campane, quelle volte che riusciva a montare su, le suonava con rabbia, con ira, quasi a volerle spaccare, sebbene ormai fosse quasi privo di forze. La gente diceva che il vecchio Augusto era troppo malandato e sarebbe stato meglio se il Comune lo avesse fatto ricoverare in qualche ospizio. Inoltre addebitavano all’età avanzata quella sua irrequietezza e quel suo nuovo modo di agire. E questo sentimento di pietà essendosi propagato a spiegare il nuovo contegno del vecchio Augusto, la gente lo accontentava e gli dava sempre qualche spicciolo in più.
Anche la moglie dell’oste, con la quale il vecchio Augusto si era sempre confidato, non riusciva a cavargli una parola di bocca. Lui le faceva i servizi soliti e poi le tendeva il palmo della mano, ghignando con la faccia smorfiosa. La moglie dell’oste non riusciva a trattenere il riso, vedendolo così goffo e maldestro, gli metteva le monete in mano e gli chiedeva incuriosita:
«O Augusto, ma che ti devi comprare con tutti questi soldi?».
Acuendole la curiosità, il vecchio Augusto, malizioso e sornione, le rispondeva a mezze frasi; ma poi diceva sommessamente:
«Che mi devo comprare? Un cappotto di legno mi devo comprare, un bel cappotto di legno».
La donna non riusciva a capire, ma sentendosi presa in giro da quel vecchio strambo, gli gridava spazientita, cacciandolo via:
«Va’, va’, vecchio rimbambito! È la vecchiaia che non ti fa sragionare. Va’, va’, vecchio rimbambito, vai a comprarti il cappotto di legno!».
Il vecchio Augusto, zoppicando e arrancando, giungeva fino all’uscio dell’osteria, poi si voltava d’improvviso e le replicava:
«Sì, lo compro, lo compro!… E con tanto di contratto!».

La prima rata superò di molto la somma fissata dai “funzionari” dell’impresa. Uomini di parola, al momento di firmare il contratto gli svolsero sotto gli occhi un enorme papiro bianco timbrato con sigilli su ceralacca rossa, come il vecchio Augusto non aveva mai visto in vita sua. Su quel documento lui segnò con mano tremante una croce enorme, storpia e bizzarra. I due completarono l’opera disegnandovi con inchiostro nero le tre cose su cui s’impegnavano in particolare: cassa, grancassa e campane. Il notaio non fu parco di sorrisi verso il vecchio Augusto e di sussiego verso i “funzionari”. Il vecchio Augusto ne ammirò lo studio pieno di stampe antiche alle pareti e rimase incuriosito da un’infinità di penne sulla scrivania e da cataste di giornali e riviste ammonticchiate sulle sedie. Il notaio era ancora molto giovane e il vecchio Augusto aveva il cuore carico d’entusiasmo pensando che quello doveva essere un giovane di gran valore, se così presto il governo gli aveva affidato il posto di notaio.
Firmato il contratto, provò una contentezza straordinaria, come se si fosse strappato un dente malato, e a cuor leggero si rimise all’opera, girando per il paese in cerca di lavoretti e commissioni.
Prima si faceva pregare, la gente doveva chiamarlo quando per caso capitava davanti all’uscio; ora, invece, era lui che insisteva e supplicava. Quando gli mettevano i soldi in mano, se li rigirava e carezzava, cacciandoseli poi subito in tasca con fare guardingo.
Ma andando avanti di quel passo, non sapeva per quanto tempo ancora avrebbe potuto sostenere le fatiche: sentiva che il male alle gambe e soprattutto alle ginocchia, che non poteva piegare, gli diveniva sempre più insopportabile, come se gliele pungessero con degli spilli.
L’arciprete l’aveva dispensato dal suonare le campane, sebbene il vecchio Augusto si facesse trovare sempre ai piedi del campanile all’ora degli scampanii festivi. Non ce l’avrebbe più fatta a montare la scala a chiocciola, stretta e malagevole, perciò si contentava di tastar le corde che pendevano fino in basso, a piano terra, di carezzarle leggermente. A dare gli strattoni non si azzardava, capiva che non ne avrebbe cavato i concerti di un tempo, ed era meglio, quindi, per quanto lo riguardava, farle tacere per sempre, le campane amiche, che non l’avevano mai tradito, neanche in guerra, perché per loro merito era stato rimandato presto a casa e aveva salvato la pelle.
Nelle feste lo sostituiva ormai completamente il sagrestano, ben contento che gli scampanii feriali si fossero diradati a causa delle musiche diffuse dagli altoparlanti. Il vecchio Augusto, senza farsi notare, scappava lontano a tapparsi le orecchie per non sentire lo scempio che quello faceva con le campane. Con le dita dentro i padiglioni e le palme sulle guance pareva seppellirsi dentro una tristezza profonda. Non c’erano feste in vista, e lui avrebbe voluto che non ce ne fossero mai più, per non dover rinunciare a reggere la grancassa durante la marcia della banda musicale lungo il paese. Anche questa, come per le campane, era per lui una grande umiliazione.
Immalinconiva ogni giorno di più, preferiva restare in casa disteso sul pagliericcio, finché il pensiero del contratto non lo riportava in giro a offrire i suoi piccoli servizi.
Passavano i giorni, l’inverno si era fatto più rigido ed era arrivato al suo punto più alto. Alla fine del secondo mese il vecchio Augusto era andato a versare la nuova rata; ma era piccola in confronto alla prima, e i due “funzionari” gli erano sembrati incolleriti. Nel congedarlo, gli avevano raccomandato di non venir meno agli impegni e d’industriarsi maggiormente.
«Se passo l’inverno e arrivo alla primavera, vedranno di che cosa è capace Augusto» andava ripetendosi col desiderio del sole primaverile: sicuramente, si sarebbe potuto muovere senza quei maledetti dolori che gli rodevano le ossa.
Gennaio era passato, febbraio pure, marzo era a mezza strada.
«Se arrivo ad aprile, sono a posto per un altro anno!» si consolava, parendogli schivato il pericolo. Ma alla fine di marzo, la primavera in ritardo, il vecchio Augusto morì.
Naturalmente dal paese della marina non venne nessuno. E così il Comune, a proprie spese, fece inchiodare quattro assi di legno alla buona, e di andare a prenderlo, portarlo prima in chiesa e poi condurlo al cimitero diede incarico a quattro netturbini. L’arciprete benedisse in fretta la povera bara, il sagrista stentò i rintocchi funebri e tutti quanti s’incamminarono verso l’ultima dimora.
La giornata era molto fredda: marzo, chiudendo il mese, faceva le bizze e una pioggerella fitta e fine teneva la gente lontana dalla strada. Con quell’aria poveretta, con quel sole addormentato, la croce avanti, l’arciprete dietro e, appresso, la cassa retta dai netturbini, il funerale sembrava un drappello di condannati.
A mezza strada, alcuni ragazzini che giocavano e schiamazzavano all’aperto incuranti dell’acqua, alzarono gli occhi da sotto i berretti: nel vedere la croce si cavarono di colpo i berretti dal capo rimanendo zitti e immobili con la mano alzata appena il tempo necessario al passaggio del piccolo corteo, e a uno scappò detto:
«Chissà se hanno il morto, là dentro!».
I compagni si misero a ridere, si calcarono i berretti in testa e ripresero a giocare. Un altro poi disse:
«Io lo so chi è morto. È morto il vecchio Augusto!».
Allora tutti presero a saltare e cantare facendosi eco: «È morto il vecchio Augusto!… È morto il vecchio Augusto!…».
Il drappello era già lontano e abbordava una lieve salita prima di ridiscendere e sparire oltre le ultime case dell’abitato.
Freddo e sfiatato, allora, si levò lontano il suono solitario di una tromba. Le note giungevano smorzate dalla distanza: come un lamento o un canto d’addio, si congelavano nell’aria, sostavano alcun tempo prima di svanire. Era la prima tromba della banda musicale che provava una romanza: smetteva all’improvviso, ripigliava dall’interruzione, si sbizzarriva in virtuosismi da gran concerto e ristagnava a lungo sui punti coronati, finché non riattaccava daccapo e a tempo perfetto, facendo cadenzare il passo ai portatori. E uno di loro, rivolto al compagno, allungò il collo da sotto la bara e commentò con voce asciutta:
«Ehi! Almeno la musica non gli è mancata!».

FINE

Angelo Maugeri