Alda Merini: spunti dal saggio (psico)analitico di Giulia Sottile

Forse una figura anaffettiva, una madre respingente ha dato inizio a quel vuoto d’amore di cui Alda Merini scrive ossessivamente nel corso della vita, coazione a ripetere la sofferenza dalla quale tenterà di uscire con un canto di guarigione, di ricomposizione dell’io attraverso la poesia, una produzione di versi che annoda diversi temi, principalmente quelli dell’abbandono, dell’ammanco affettivo e della reclusione patita a causa della malattia. Dalla personalità complessa di questa donna, poeta tra i maggiori del secondo Novecento, emerge un ritratto d’ombra e di luce, abbondante di contraddizioni, di negazione/affermazione; deflagra una scrittura veemente e umorale costellata da invocazioni, esortazioni, fondata sulla assertività quale principio di un io bisognoso di auto-conferme, oscillante tra delirio amoroso e accesi languori mistici, come nel saggio critico-psicoanalitico Sul confine – corredato da accurate ricerche bio-bibliografiche – Giulia Sottile sottolinea e argomenta.

Della vita e della produzione letteraria della Merini, e del suo “disperato vivere”, la giovane autrice del saggio ci propone un’indagine, una ricerca meticolosa e appassionante non priva di quella empatia necessaria a cogliere e capire la sete di vita di un essere umano che ingaggia una lotta titanica con le sue ombre; che con la scrittura presidia il territorio “di confine” della propria dolenza, alla quale si oppone, decisa a non soccombere; che con atteggiamento reattivo, e grazie a una parola ardente che sembra crescere su se stessa si pone in ascolto delle voci fitte che abitano nella frontiera; e che da sé attiva la propria trasformazione da persona a personaggio e interprete di un dolore nudo, offerto senza riserve alla platea, esposizione che è carnale e psichica insieme, avente funzione confermativa del ritorno alla normalità: resurrezione che si invera nell’immediata e densa e vorticosa scrittura febbrile, dinamica e volitiva, tesa ad intrecciare linearità lessicale a folgoranti impennate stilistiche.

Alda “si dice”, si racconta, mette in scena la delusione, le disillusioni, la sofferenza che non le dà tregua con testi/testimonianza da cui emerge l’urgenza di un dire che equivale a un “darsi”, de-nudarsi, esporsi con movenze stilistiche ardite, seduttive per risalire dalla propria personale stagione all’inferno. Risalita vorticosa, dunque, lungo la fune di un lirismo atipico poiché la ridondanza di parole-segni con cui la poetessa marca il territorio emotivo-esperienziale dilaga verso l’altro da sé, che sia amico o amante, affetto familiare, o duraturo o provvisorio incontro: Alda interpella, esorta, affabula; parla dell’amplesso senza mezzi termini, talvolta usa metafore carnali, più propriamente genitali (il vaso, la candela) e il suo dire “spudorato” è un modo per rivendicare il diritto alla rinascita della propria femminilità.

E c’è il ricordo, della sua vita “confinata”, appunto, della libertà preclusa a periodi alterni; dell’esperienza tra il dentro e il fuori dal manicomio, esperienza riportata da un libro all’altro; e l’onnipresente senso di vuoto e il disperato bisogno di essere amata. In Clinica dell’abbandono (2003) libro/ resoconto dei conflitti e delle battaglie personali, la cifra del contrasto conferma (come nelle precedenti opere) la compresenza degli opposti: l’inferno e l’esaltazione, il sereno e la bufera, l’euforia e il precipizio. Denso di assonanze, dissonanze, ellissi, qui si riapre (la poetessa già avanti negli anni) il solco mai del tutto rimarginato, la ferita infertale in giovanissima età dalla madre affettivamente distante; a lei, Alda Merini rivolge un atto d’accusa durissimo, impietoso: Questa madre/questo virgulto ormai fradicio/ Colmo d’ossa e di ricatti/ questa tomba di famiglia/ Questo orrore che mi schiaccia le viscere.

Ai suoi spettatori-interlocutori dedica poesie a volte lunghissime, altre brevi, tutte nutrite da intuizioni geniali e da frasi sentenziose costellate da sostantivi, aggettivi a sostegno di intense e contrastanti emozioni. In quanto all’amore, esso è sublime e inevitabile, fonte di malintesi e sofferenza, ma di questo sentimento Alda accetta i rischi (sono diventata bianca come la luna / e ti ho amato fino a morirne/ dentro l’urna di un castello di vetro / che nessuno conosce) poiché morire di passione equivale a dare senso alla vita, colmare ogni recesso del corpo e della mente, essere piena dell’altro; amare non è temere l’ennesimo abbandono, che di fatto si ripete, e la ragione ne sintetizza l’effetto in questi versi asciutti, di pura e semplice constatazione: Non so niente di te / e non è che mettendo / la tua carne dentro / la mia tu mi abbia detto qualcosa. / Mi hai lasciato in sospeso / come un ricovero senza dimissioni / ed è da allora che io cerco / la mia cartella clinica / in modo sconsiderato.

Maria Gabriella Canfarelli