L’altro “Eden” di Paolo Anile

Il 29 giugno 2019, nei locali dell’Istituto Ardizzone Gioeni di Catania, si è svolta la presentazione della nuova opera di Paolo Anile: “Eden. Un’Altra Storia”. Già autore del saggio “Come Sopra, così Sotto”, edito nel 2016 da Prova d’Autore e vincitore del Premio Letterario Internazionale per la Saggistica “Valeria Solesin e vittime del terrorismo”, Anile questa volta esordisce come romanziere, mantenendo tuttavia inalterato l’interesse per i temi antropologici e spirituali. La poliedricità dell’autore, psicoterapeuta, musicista e scrittore, si delinea a chiare lettere nei contenuti della sua opera romanzata che, seppur breve, di facile lettura ed esposta come una favola per bambini, introduce nel suo “altro mondo”.

Nell’era tecnologica nella quale viviamo, caratterizzata dal tutto-subito e senza-sforzo, Anile ha il coraggio di ripercorrere il mito; e non un mito a caso, ma quello ancestrale di Adamo ed Eva. Compie, di fatto, un’operazione pericolosa rischiando di essere “cacciato” come Adamo un po’ da tutti: dal popolo religioso, che potrebbe non avere voglia di confrontarsi con altre interpretazioni della storia biblica che possano incrinare monolitiche certezze, ma anche da quello a-religioso che di certo non appare propenso, in questa epoca e soprattutto nel periodo vacanziero nel quale il romanzo è stato proposto, ad evocare quel mondo di colpa e di peccato che caratterizza nel nostro immaginario la famosa Caduta di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre.

Anile invece con il suo Eden sfida il tempo senza suscitare leggendarie dannazioni e, giocando a dadi con i miti, ripropone il suo sacro tempo della psiche, compiendo questa operazione in maniera quasi subliminale. Ipnotizzando il lettore con la melodia assoluta della sua scrittura delicata ed incisiva come un sax soprano, l’autore, nel ruolo di pifferaio magico, ci prende in giro tutti scherzando musicalmente con le parole e con i simboli, ma somministrando accuratamente fermenti di Cambiamento da abile psicoterapeuta qual è.

Giocare con i miti, come giocare col fuoco, è molto pericoloso per chi non ne ha dimestichezza. Sottovalutare il potere del simbolo equivale a sottovalutare quello dell’inconscio, operazione a dire il vero molto rischiosa, perché la forza sincretica che gli è propria agisce nell’inconsapevolezza. Per questo avere potere sul mito significa avere potere sulla mente.

Per questi motivi il grosso problema è l’interpretazione spesso univoca che facciamo del mito che, proprio per la sua evanescenza, può diventare strumento di manipolazione della mente proprio come tutte quelle cose che provengono dall’inconoscibile. E anche quella di Anile di fatto lo è, con il vantaggio che non fornendo verità assolute come avviene per un testo sacro ma letture personali dei simboli, apre al conoscibile piuttosto che chiudere contenuti della Coscienza, come troppo spesso avviene quando si affrontano questi temi ancestrali.

La tematica del Doppio, e quindi degli Opposti, tema caro all’autore sin dalla sua prima trattazione, torna prepotentemente nel suo romanzo decisamente eretico nella sua essenza, anche se proposto in maniera quasi ironica, come a smorzare la forza dei contenuti che, scherzando con i simboli, lui propone. Nella descrizione della polarità ancestrale rappresentata da Adamo ed Eva vi è la rappresentazione archetipica degli opposti, maschile e femminile, e delle vicissitudini che conducono alla loro integrazione, simbologia che è propria all’evoluzione che conduce alla Nascita della Coscienza. I 7 giorni della Creazione, descritti nella Genesi, vengono rappresentati da Anile come sviluppo delle varie fasi di questa creazione di sé e del Sé Superiore.

La descrizione di un Adamo nevrotico e angosciato dalla propria solitudine ma anche da questa frenesia del conoscere, lo fa percepire come uno stelo vibrante, sottoposto al vento delle sue incessanti domande alle quali cerca risposte iperanalitiche, metafora di un maschile ancestrale iperattivo, razionale e proteso alla continua ricerca.

Eva, che gli è speculare, appare tratteggiata come una montagna di certezza sull’esistere e sull’eterno affidarsi all’onda della vita. Implacabile e monolitica ella sembra agire un’opera di rassicurazione dell’ansia esistenziale di Adamo, invitandolo a confidare sulla forza dell’istinto e del puro sentire.

Questa dualità di “rassicurante e rassicurato” appare nitida nel romando così come il tema della solitudine: una metà appare sola senza l’altra.

Per la forza di questi contenuti raffinati, che appartengono sia al mondo filosofico che psicologico, il romanzo di Paolo Anile riesce a collocarsi così a cavallo di vari mondi di cui egli cerca la sintesi. Attraverso il mito primigenio, che l’autore nella sua semplice complessità riesce a travalicare rendendo i suoi personaggi figure vive e moderne, vengono stimolati spunti alla riflessione sulla tensione verso la Conoscenza come fine dell’esistere e come manifestazione del divino che è in noi ed in tutte le cose. Da non confondere con gli stereotipi di genere ma come massima estrinsecazione della dialettica degli opposti di cui sono interpreti, Adamo ed Eva vengono rappresentati come una coppia di esploratori della realtà protesi verso la ricerca del Senso, ognuno a suo modo benché avviluppati l’uno all’altra, uniti e divisi allo stesso tempo. I dialoghi tra i due, che altro non sono che espressione interattiva del confronto tra vari piani di realtà – il sopra e il sotto, il corpo e la mente, l’intuito e la ragione – seppur tratteggiate da Paolo Anile come in filigrana per lasciare spazio all’immaginazione del lettore, esprimono la sua visibile competenza nel maneggiare vari linguaggi. Su questi presupposti Eden può rappresentare una bussola per sapere dove e chi siamo poiché, data un’immagine guida che ben rappresenta l’estrema diversità degli opposti archetipici, può suggerire strategie personali mirate alla loro armonizzazione.

La capacità di Anile di utilizzare il mito ed al contempo di personalizzarlo, semplificarlo e trascenderlo servendosene come di uno specchio riflettente del mondo interno, rende perfettamente la dimensione atemporale della esplorazione umana, sempre diversa seppur sempre uguale a se stessa. Trovare nuove formulazioni e chiavi di lettura a quesiti ancestrali così come fa Paolo Anile nel suo racconto, è un dono che non a tutti è concesso.

  Daniela Marra