Tolstoj, guerra e vodka

Nel 1851, a ventitré anni, il futuro autore di capolavori come Guerra e Pace, Anna Karenina, Resurrezione, La sonata a Kreutzer non era per nulla soddisfatto della propria vita. Stava per concludere alcune opere autobiografiche ma aveva lasciato gli studi universitari ed era combattuto dalla volontà di trovarsi un impiego e sposarsi e dalla tentazione del tavolo da gioco. E poiché quest’ultima prevaleva con risultati disastrosi – non faceva altro che perdere: e i creditori bussavano alla sua porta – decise di abbandonare mondanità e vizio, di partire per il Caucaso con il fratello Nikolaj e di arruolarsi volontario nei granatieri. Esperienza da cui nascerà il romanzo I cosacchi. Allo scoppio della guerra di Crimea, disastrosa per la Russia, chiese di esservi trasferito.

Lev Nikolaevic Tolstoj voleva dare un nuovo senso alla propria vita. Partecipò senza risparmiarsi ai combattimenti e vide dal vivo con quanto coraggio si battevano i soldati russi, contadini strappati alle terre e mandati a morire da comandanti incapaci e codardi. Anche da questa esperienza nasce un’opera letteraria: I racconti di Sebastopoli. L’assedio della città vide lo scrittore impegnato nella difesa del bastione 4 di Malakoff. Materiale che gli viene utile quando scriverà Guerra e pace.

Il secondo dei tre Racconti di Sebastopoli rischiò di essere censurato per il giudizio dell’autore verso gli ufficiali russi, con derisione definiti “coraggiosi”. E venne pubblicato dopo tagli e modifiche. Tolstoj capisce che la carriera militare non gli è congeniale, dà le dimissioni e si ritira nella tenuta di Jasnaja Poljana (dov’era nato e dove verrà sepolto il 20 novembre di centodieci anni fa) per dedicarsi interamente alla letteratura. Dostoevskij, proprio in quegli anni, scriveva di lui (Lettere sulla creatività): “Mi piace molto, ma secondo me non scriverà molto (ma del resto, chissà, forse mi sbaglio)”. E si sbagliava.

Scrittore realista, scrittore di guerra en plein air come lo definisce Italo Calvino, Tolstoj è consapevole che la storia deve essere scritta da chi vive le vicende. In epigrafe al racconto di costumi militari Due ussari mette questi versi di Davydov: “Jomini, sempre Jomini, ma della vodka neanche una parola”. E se lo fa c’è una ragione. Sono versi, per Calvino, che assumono un significato polemico verso la Storia, per la quale contano solo le battaglie e i piani strategici e non la sostanza di cui sono fatte le esistenze umane. Fatte di vodka, appunto. Vero combustibile per la massa contadina dei soldati semplici. Lo storico svizzero Jomini è stato uno dei più grandi strateghi e consiglieri militari d’Europa, al servizio di Napoleone e poi dello zar Alessandro I; il poeta guerrigliero Denis Davydov ha esaltato nei suoi versi il coraggio dei soldati contadini durante le battaglie, l’amicizia nata tra di loro e la grande carica che ricevevano da una bevuta di vodka.

Ancora alle prime armi, Tolstoj già veniva visto dall’alta società russa come uno scrittore che dà scandalo. La pubblicazione dei Racconti di Sebastopoli e poi la centralità ridata a Kutuzov in Guerra e pace costituiscono il primo di questi suoi “scandali”. La decisione del generale russo di abbandonare Mosca era stata  considerata all’epoca dei fatti un sacrilegio, una decisione suicida. Si rivelò invece scelta tattica determinante per la vittoria. Kutuzov sapeva capire i suoi soldati e comandarli da vicino. “E si pensi… a Kutuzov che con aria stanca e ironica ascolta quel Denissov, che ha un piano per tagliare i rifornimenti a Napoleone e salvare la patria, e poi lo interrompe chiedendogli se è parente dell’intendente generale Denissov; a Kutuzov che conosceva qualcosa d’altro, che doveva decidere le sorti della guerra – qualcosa d’altro che non stava nei piani più o meno intelligenti, ma nella geografia e nel modo di essere del popolo russo” (L. Sciascia, L’affaire Moro).

Il secondo motivo di scandalo è Anna Karenina. La sua relazione extraconiugale con Vronskij viene accettata dalla perbenista e ipocrita società russa finché resta un’avventura e non mette in crisi la famiglia. Ma Anna, che si sente morta con il marito e viva con l’amante, rivendica come un proprio diritto l’amore per un altro uomo. Lascia il marito, vince la sfida con i pregiudizi sociali, ma viene travolta dalla sua stessa bruciante passione e da una gelosia esasperata che la porta a lanciarsi sotto un treno. Per lo scrittore Enrique Vila-Matas (intervista a la Repubblica del 30 luglio 2012) è straordinaria la scena del capitolo ventinove del grande romanzo tolstojano. Quella sul treno in viaggio da Mosca a San Pietroburgo. Tra i passeggeri c’è Anna Karenina. C’è pure Vronskij, ma Anna non lo sa. Lo scoprirà solo alla stazione. La scena che colpisce lo scrittore spagnolo è quella di Anna che attacca una lanternetta al bracciolo della poltrona e incomincia a leggere un romanzo: tutto è straordinariamente letterario: “la donna, la lampada, il treno che corre nella notte, e le vicende del libro che scorrono parallele”.

Infine lo scandalo rappresentato dal tolstoismo, dal suo pensiero morale e sociale. Un pensiero cristiano, anarchico e pacifista. Per la chiesa ortodossa, accusata da Tolstoj di essere ormai lontana dalla radice della fede cristiana e di complicità con il governo zarista, era troppo. E nel 1901 lo scomunica per essere “insorto contro il sacro retaggio del Signore e per aver rinnegato la Chiesa, la madre che l’aveva allevato ed educato”. Per eresia, in altre parole. Lo scrittore confutò la deliberazione di scomunica rivendicando di aver sempre fatto la volontà di Dio e di aver sempre seguito la dottrina e la verità cristiana. Tolstoj muore nove anni dopo alla stazione di Astopovo mentre è in viaggio, o in fuga, per la Crimea. E respinge l’estrema unzione che vuole dargli una chiesa ravvedutasi nei suoi confronti. La sua tomba, a Jasnaja Poljana, è un tumulo coperto di erba. Senza croce.

Per tutta la vita ha cercato il tesoro nascosto della felicità.

Gaetano Cellura