Ai confini del fingere

R. Magritte, La reconnaissance infinie, 1963

R. Magritte, La reconnaissance infinie, 1963

 

 

Quante vite ci sono in una sola vita?

Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.1

E ancora

La letteratura, come tutta l’arte, è la confessione che la vita non basta.2

FERNANDO PESSOA

 

Affidiamo auguralmente a queste celebri, immense riflessioni del caro amico Fernando, l’apertura della rubrica Ai confini del fingere della rivista Lunarionuovo, rubrica i cui interventi si propongono suggerire un elogio della letteratura e della finzione nella sua più ampia indicazione.

Quando Pessoa, nella sua tranquilla stanza (dal severo tavolo di lavoro o dalla sognante finestra sulla Rua dos Douradores, ovvero all’ingresso di una tabaccheria di città o di una trattoria alla foce del Tago – diari lettere e poesie), inventava, scrivendo, mondi e personaggi, eteronimi e identità, esistenze alternative ed esperienze immaginative, tentava con la sua propria voce di «incarnare la sostanza di migliaia di voci, la fame di raccontarsi di migliaia di vite, la pazienza di milioni di anime sottomesse … nel destino quotidiano, al sogno inutile, alla speranza senza memoria»3, in solitaria moltitudine, in una dissimulazione ricolma di maschere e paradossi, per questo più viva, misteriosa e reale («L’identità è solo nella nostra anima»5 e ognuno di noi è in verità una prolissità di se stesso), cercava computare il peso della propria presenza nel mondo, la relazione tra il sé interiore, l’altro da sé e le cose altre, tutte,

Sentire tutto in tutte le maniere,
vivere tutto da tutte le parti,
essere la stessa cosa in tutti i modi possibili allo stesso tempo,
realizzare in sé tutta l’umanità di tutti i momenti
in un solo momento diffuso, profuso, completo e distante.4

provava cioè a fondare una visione che attraverso l’artificio e la simulazione, mediante la finzione e la singolarità, superasse le discordanze del vivere e procurasse uno sguardo neutro e vivido sull’essere ed i mondi, una ipotetica speranza oltre l’apatia, un maggiore e sempre rinnovabile sapore d’esistenza (di quella sondandone la profondità, il suo aspetto più celato e vero, più poetico e spirituale, se pur contraddittorio e labile, aereo), in ultimo si attestasse quale affermazione d’universalità, orizzontalmente, umanamente. Avvicinandosi tanto prossimo alla menzogna egli seppe indicare sorprendenti verità, indicibili esattezze.

In quei silenziosi momenti, sorretto e innalzato dalla scrittura, nella prosa come nella poesia, Pessoa riusciva a vivere più profondamente, più ampiamente, più universalmente – «Vivo di più perché vivo più grande»6trovando nella finzione letteraria «una forza religiosa, una specie di preghiera, qualcosa di simile ad un clamore»7 che lo avvicinava al conforto più pacato della gioia e alla trascendenza mistica dell’evento e dell’assoluto.

Complice un eteronimo e nonostante l’invenzione, ovvero mediante essa – la critica non speculi su una facile soluzione, non trattavasi di paranoia o nevrastenia in senso stretto –, Fernando, con lucido sguardo trasognato, intenso e fabuloso disincanto,

Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso voler essere niente.
A parte questo, ho dentro tutti i sogni del mondo.8

indagava su se stesso e sulla vita, sugli uomini tutti e l’esistenza, sul rapporto tra identità e molteplicità, verità e artificio, sincerità e simulazione, e sondava la sua coscienza e la sensibilità allargandole a dismisura, ampliando i suoi (e per riflesso i nostri) orizzonti e sensazioni, le fantasie e le convinzioni, per una conoscenza più profonda, una più consapevole prospettiva e comprensione dell’essere e delle sue relazioni, dell’intero mondo e delle sue visioni.

La mia anima è una misteriosa orchestra;
non so quali strumenti suoni e strida dentro di me:
corde e arpe, timballi e tamburi. Mi conosco
come una sinfonia.9

Se «fingere è conoscersi»10 e «il maggior poeta è colui che avrà maggiore capacità di sogno»11, la letteratura non è mera irrealtà e artificio ma offerta potenziale di opportunità e differenziazione e conseguente proposta di pensiero e posizione, il poeta non è mentitore “per professione”, ingannatore di bambini e gente sciocca (come affermava Platone) – trattasi invero di una paradossale autenticità, di una “finzione vera” in quanto metafisica, più reale irrealtà che, entro lo spazio del simbolo e il limite del dire, avvicina e suggerisce, illumina e attraversa, esplica e comprende, infinitamente – e l’arte, in ogni sua forma ed espressione, non può venir relegata a fenomeno di nicchia o baraccone o tacciata di inadempienza e inutilità, tanta la ricchezza cui è portata a condividere ed indicare.

Perché, dite, quale mondo potrebbe sopravvivere senza scrittori e poeti, musicisti e attori, pittori, scultori, artisti d’accademia e persino di strada? Tutti necessitiamo di musica e parole, immagini e colori, percezioni ed espressioni che ci portino al di là… ci rammentino il più vero e l’indicibile e ci riconducano all’essenza, nella generosa offerta di una bellezza che sola può salvare.

L’arte e la letteratura se, da un lato, ricordano all’uomo il suo limite e l’affanno, la difficoltà e la mediocrità, alimentando il dubbio e l’insoddisfazione, d’altro e più rilevante lato, gli ricordano il suo non sapere suggerendo un percorso differente, proponendo simboli e modelli, stimolando la fantasia e l’immaginazione, la riflessione e il giudizio, l’atto e il movimento, per speranza di trasformazione. Esse rappresentano un invito alla riflessione e una soluzione all’appiattimento e una garanzia contro ogni forma di oppressione: liberando sensazioni ed emozioni, slargando la linea del suono e la traccia dell’orizzonte, dilatano il vivere e il tempo, innalzano l’uomo da se stesso e con se stesso, trasformano i pregiudizi vaghi in giudizi con fondamento, aprendo ponti e scardinando barriere, avvicinando l’essere alla tolleranza e alla libertà, al coraggio e alla bellezza, all’invisibile e all’eternità. Trasformando il finito in infinito, l’ordinario in straordinario, l’istante fuggente in tempo imperituro, regalano magie, rinsaldano coscienze.

L’arte e la letteratura, le opere di pittori e scultori, l’espressione di scrittori e poeti, non possono ridursi quindi a fenomeno elitario, mero passatempo o mania, alternativa alla realtà, dunque finzione priva di validità. Quelle non sono meno importanti di un trattato filosofico, di un manuale di psicologia critica o di scienza applicata, perché sviluppano, pungolandolo, il nostro senso critico e la nostra capacità cognitiva e pongono innanzi a noi, all’artista come al fruitore, la rosa delle opportunità dell’esistenza, la sua quantità e varietà di preferenza, le innumerevoli sfaccettature del sogno e della realtà, in altre parole il limite del possibile e degli eventi; esse invitano al coinvolgimento, al riconoscimento e alla riflessione consapevole, esaltano il pensiero e il libero arbitrio, trattano l’umano nel suo senso più profondo trasgredendo i limiti del contingente e confortando la nostra miseria e inadeguatezza, esplorando l’universale e l’eternità, offrendo risposte al nostro senso più nitido e profondo.

Grande è l’anima e piccola è la vita,
e non tutti i gesti possono uscire dal nostro corpo
e arriviamo solo fin dove arriva il nostro braccio
e vediamo solo fin dove vede il nostro sguardo.12

Tutte le forme artistiche, la letteratura e il teatro in particolare, ampliano la nostra visione del mondo e rispondono ad una sete di assoluto che la vita stessa nella sua temporalità e insufficienza da sola non conforta e non disseta.

È vero, la vita non basta a soddisfare la nostra sete d’assoluto, quell’arsura con la quale tutti gli uomini indistintamente, anche i più fuggenti o inconsapevoli, devono fare i conti, perché fondamento e ragione della condizione umana. Chi cerca nella finzione ciò che non ha (lo scrittore scrivendo e il lettore leggendo, il teatrante recitando e il pubblico partecipando, l’artista nella creazione e l’estimatore nell’osservazione) tenta vivere in qualche modo le molte vite che vorrebbe comprendere e sperimentare, crea esistenze parallele ove rifugiarsi dall’angustia e dall’avversità, ove il braccio giunga oltre la sua lunghezza e lo sguardo superi i muri e affondi l’oltremisura, sperimenta nuove opportunità, trasgredisce i limiti del finito e del reale per trasformare l’abituale in straordinario e lo straordinario in abituale, l’assenza e il vuoto in voce e affluenza festosa, il sogno in vita e la vita in sogno.

e manca sempre una cosa, un bicchiere, una brezza, una frase,
e la vita duole quanto più la si gode e quanto più la si inventa.13

 

Dica a Fernando di non aver ragione.14

 

NOTE

1 Fernando Pessoa ortonimo, in Autopsicografia, da Poesie di Fernando Pessoa, Adelphi, Milano 2013, p. 205
2 Fernando Pessoa, in Obra em prosa, Lisbona1974, vol. X, pag. 60, da Il poeta è un fingitore, Feltrinelli, Milano 1992, p. 14
3 Fernando Pessoa, in Il libro dell’inquietudine, Feltrinelli, Milano 1994, p. 117
4 Álvaro de Campos, in Passaggio delle ore, da Una sola moltitudine, Adelphi, Milano 1993, vol. I, p. 337
5 Fernando Pessoa, in Il libro dell’inquietudine, Feltrinelli, Milano 1994, pag. 34
6 Fernando Pessoa, in Il libro dell’inquietudine, Feltrinelli, Milano 1994, pag. 117
7 Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine, Feltrinelli, Milano 1994, pag. 117
8 Álvaro de Campos, da Tabaccheria, in Una sola moltitudine, Adelphi, Milano 1993, vol. I, pag. 375
9 Fernando Pessoa, in Il libro dell’inquietudine, Feltrinelli, Milano 1994, pag. 32
10 Fernando Pessoa ortonimo, in Una sola moltitudine, Adelphi, Milano 1993, vol. I, pag. 88
11 Fernando Pessoa, in Obra em prosa, Lisbona1974, vol. X, pag. 101, da Il poeta è un fingitore, Feltrinelli, Milano 1992, pag. 81
12 Álvaro de Campos, in Una sola moltitudine, Adelphi, Milano 1993, vol. I, pag. 317
13 Álvaro de Campos, in Passaggio delle ore, da Una sola moltitudine, Adelphi, Milano 1993, vol. I, p. 337
14 Álvaro de Campos, in una lettera a José Pacheco, 17.10.1922, da Una sola moltitudine, Adelphi, Milano 1993, vol. I, pag. 260

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