L’unità avvilita

 

     

        CULTŪS DĒSERTA, 4

 

 

 


A partire dal 1950, proprio nell’anno dell’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno, Paolo Volponi conduce una serie di inchieste nel Sud, inviato da Adriano Olivetti in Abruzzo[1. Durante il secondo dopoguerra Adriano Olivetti è una figura di riferimento per molti intellettuali italiani: un buon numero di essi – tra il quali, oltre a Volponi, anche Carlo Levi e Ferruccio Parri – sentì, anche da parlamentare, l’esigenza di riflettere sulla questione meridionale e sull’emigrazione.], in Basilicata, in Calabria e in Sicilia per portare avanti un progetto che mirasse alla bonifica e alla riqualificazione del territorio, devastato da intemperie e incuria, ma anche alla ricostituzione di un tessuto economico e sociale basato su piccole cooperative agricole, botteghe artigiane e iniziative turistiche. Nel 1953 giunge a Matera, dove conosce Carlo Levi e Rocco Scotellaro: «Per me – dirà Volponi – sono stati decisivi gli incontri con Matera, con Carlo Levi e Scotellaro, per tutto quello che rappresentavano, di quel movimento che nel dopoguerra immaginava e lanciava l’idea di un’Italia nuova, che partisse anche dal Mezzogiorno, dal suo carico dolente di storia e realtà»[2. P. Volponi, Informazione e cultura in Italia e nel Mezzogiorno, conversazione tenuta al Centro Levi di Matera, poi, con il titolo di Nella civiltà dell’industria e del potere, in «Basilicata», a. XXIX, n. 3-4, marzo-aprile 1987; per una rapida ma esaustiva ricostruzione del programma portato avanti da Volponi si veda Cronologia, in Id., Romanzi e prose (a cura di E. Zinato), vol. I, Torino, Einaudi, 2002, pp. LVII- LX, ma anche Id., Vi racconto una storia, in «Scuola e territorio. Documenti n. 20», supplemento di «Scuola e territorio», a cura dell’Assessorato Pubblica Istruzione, Rimini, 1985, pp. 139-140.]. La ricaduta culturale di tale esperienza è costituita, in particolare, dalle poesie che l’intellettuale di Urbino scrive tra il 1949 e il ’54 e che include nella raccolta intitolata L’antica moneta, pubblicata nel ’55 per i tipi fiorentini di Vallecchi; ma è riconoscibile anche all’interno della riflessione sulla questione meridionale, maturata evidentemente durante gli importantissimi anni olivettiani e poi espressa esemplarmente (vale a dire, sempre con poesia e civiltà) in un bellissimo discorso rivolto al Senato il 6 novembre 1984[3. Volponi viene eletto senatore nelle liste del PCI per la IX e la X legislatura (1983-1992) e deputato, con Rifondazione Comunista, per l’XI legislatura (1992-1994), ma in carica soltanto fino al 16 febbraio 1993. Una scelta dei suoi discorsi parlamentari è adesso disponibile in Id., Parlamenti, a cura di E. Zinato, Roma, Ediesse, 2011, pp. 171-274, dove figura anche quello in cui Volponi prende posizione riguardo alla prosecuzione dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno (ivi, pp. 189-198).].
Tra i componimenti poetici maggiormente interessanti ai fini delle tematiche qui sviluppate colpisce quello intitolato Le isole di argilla, dedicato a una Calabria estenuata, immobile e, seppur soleggiata, poco ridente e silenziosa: «Calabria dove non canta / il tordo sull’ulivo / e sull’arancio la gazza; / il bosco è lontano, / lontana la collina / verde a qualche stagione»[4. Id., Le isole di argilla, in Id., Poesie. 1946-1994, a cura di E. Zinato, prefazione di G. Raboni, Torino, Einaudi, 2001, p. 75.]. Sulla regione, che sembra disporre della compattezza di un sasso, soffia un vento incessante, millenario, che batte su tutto, ma che increspa a fatica il mare e non gonfia le vele: alza appena le penne sul petto di un falco che «sbigottito testimonia / che il passato e il presente / sono fratelli nel tuo grembo di creta»[5. Ivi, p. 77.]. Il senso della composizione sembra anticipare i toni del poemetto L’Appennino contadino, «saggio in versi»[6. E. Zinato, Introduzione, in P. Volponi, Poesie cit., p. XVIII. Come annota Zinato, fu Francesco Leonetti, filosofo amico di Roversi e Pasolini, ad accostare L’Appennino contadino agli studi antropologici di Ernesto De Martino (cfr. F. Leonetti, Un’analisi semantica, in «Paragone», a. XII, n. 136, aprile 1961, pp. 123-133).] incluso nella raccolta intitolata Le porte dell’Appennino con la quale Volponi vincerà il premio Viareggio nel 1960: solitudine, unità, fissità, silenzio e vanità del tempo che passa sono le qualità che caratterizzano in maggior misura la dimensione contadina dell’Italia degli anni Cinquanta e il poeta, ponendosi, come ama dichiarare, di fronte a essa, riesce a coglierle con grande sensibilità: quella stessa nazione costituirà lo sfondo epico-lirico dei primi romanzi volponiani, ma sarà possibile riconoscerla anche dopo, lungo l’intera produzione dell’urbinate.
La stessa terra, omogenea, avvilita e vacua, ad esempio, è ben presente al senatore che, nel 1984, la porrà al centro della sua proposta di ricostruzione di uno Stato nazionale che si voglia disporre a essere veramente unitario[7. Dei «disastri strepitosi» combinati dallo Stato italiano Volponi parlerà anche l’8 agosto del 1990 in occasione di un incontro tenutosi a Siena con il movimento studentesco della “Pantera” durante il quale, tra l’altro, si interrogherà in termini molto consapevoli sul disagio patito dal Sud: «che cos’è la condizione del Mezzogiorno se non l’insufficienza dello Stato italiano?» (P. Volponi, Incontro con la Pantera, in Id., Scritti dal margine, a cura di E. Zinato, Lecce, Manni, 1994, p. 152). Ma quanto il tema fosse caro all’intellettuale di Urbino lo si evince anche dal testo di alcuni disegni di legge promossi durante il suo mandato di senatore e dal prospetto riguardante il piano generale del romanzo parlamentare incompiuto, intitolato Il Senatore Segreto, che Volponi elaborò in collaborazione col senatore Edoardo Perna e che poi iniziò a scrivere autonomamente tra il 1985 e il 1986. Al suo interno i due politici mostrano il modo in cui la discussione viva sulla questione meridionale avrebbe dovuto evidenziare ancora un volta le storture dello stato, incarnate complessivamente dalla figura simbolica che dà il titolo all’opera narrativa (Il Senatore Segreto e il Piano dell’opera sono ora reperibili in Id., Parlamenti cit., pp. 69-147; il passo cui ci si riferisce è a p. 144).]. Il discorso di Volponi è volto a sostenere il ritiro di un decreto di proroga del famigerato intervento straordinario nel Mezzogiorno (piano generale disciplinato, come si sa, dalla legge n. 646 del 10 agosto 1950) che poi venne definitivamente sospeso soltanto il 19 dicembre 1992 (con la legge n. 488), dopo oltre quarant’anni di aiuti economici ‘a pioggia’. A emblema di un fallimento culturale, economico e politico, Volponi colloca, in conclusione del suo intervento, le cattedrali del Mezzogiorno: quei grossi insediamenti industriali frutto dell’incapacità del Governo centrale di pensare a una politica di sviluppo autorevole, coerente e veramente in grado di riconoscere, comprendere e valorizzare le straordinarie risorse del Sud.
La necessità di riconoscere le qualità, le culture, i diversi problemi della Nazione e l’urgenza di comprendere la civiltà e l’onestà del Sud «in un’intenzione più larga»[8. Id., Parlamenti cit., p. 189.] sono i fattori che Volponi esamina con maggior insistenza durante il suo discorso. E, invece, il Sud continua a pagare la sua distanza dallo Stato centrale e dal resto del Paese, secondo un disegno sbagliato di unità nazionale, concepito come espansione violenta «del Regno più stupido […] il Regno del Piemonte e della Sardegna, o se volete il Regno dei Savoia» e, poi, portato avanti dal fascismo, colpevole «di aver lasciato il Sud ricadere su se stesso»[9. Ivi, p. 190.]. Questa idea di amministrazione autoritaria ha avvilito prestissimo, cioè sin dagli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, l’unità civile di tutte le popolazioni del Paese, nonché il modello di sviluppo, «nuovo e diverso» per il Sud, che avrebbe potuto finalmente conciliare gobettianamente «i termini di giustizia e di libertà»[10. Ivi, p. 193.]. Ciò è avvenuto perché lo Stato ha scelto (e continuerà a farlo dopo l’approvazione del decreto sul Mezzogiorno) quel modello capitalistico che – secondo Volponi – ha privato le popolazioni meridionali della coscienza di sentirsi «protagoniste effettive della crescita dello Stato unitario»[11.  Ivi, p. 194.]. Gli effetti di tale involuzione erano stati anticipati da Verga, da Pirandello, da Lampedusa, da Vittorini, i quali, spiegando il dramma del Sud e anticipandone gli sviluppi devono essere considerati i veri padri della nostra Repubblica. A questi Volponi affianca, da un lato, Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi e Carlo Cattaneo, per i modi in cui declinarono l’unità di lingua e di cultura e, dall’altro, Francesco De Sanctis, Guido Dorso, nonché Levi e Scotellaro, per la loro capacità di spiegare «la grandezza, l’umiltà, la povertà, e l’onestà del Mezzogiorno»[12.  Ibidem.] e di rifiutare con forza e con sentimento l’idea di chi, come Cavour, Mazzini, Garibaldi e Vittorio Emanuele II, dopo aver costruito militarmente la nazione, l’abbandonarono a se stessa, non curandosi di saldare tra loro le varie componenti sociali e regionali. Volponi è certo del fatto che il decreto sul Mezzogiorno rimbalzerà a Roma, a Torino, a Milano, nei luoghi in cui si compiono le scelte economiche e in cui si decide la politica del lavoro e dell’industria, e «non passerà certamente a Eboli»[13.  Ivi, p. 192.], tramutandosi nuovamente in intervento straordinario che, ancora una volta, porrà il Meridione in un rapporto di soggezione rispetto all’Italia intera e, dunque, nella condizione di essere ulteriormente sfruttato.

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