Intervista esclusiva all’artista Annamaria Squadrito

Isolata e refrattaria alle intrusioni di mercato, assente in ogni occasione per treni di artisti , sfuggente dalle saghe di provincia, Annamaria Squadrito vive a Catania felicemente isolata, e mi ha fatto pensare a una frase scritta da Montale. La riporto come viatico per chi dopo aver letto questa intervista abbia da trarre stimoli dalle parole del poeta Nobel italiano: “Solo gli isolati parlano, solo gli isolati comunicano; gli altri – gli uomini della comunicazione di massa – ripetono, fanno eco, volgarizzano le parole dei poeti che oggi non sono parole di fede ma potranno, forse, tornare ad esserlo un giorno“. Le risposte di Annamaria Squadrito alle mie domande non hanno bisogno di alcun commento.  (Giulia Sottile)

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Domanda 1 – Gentile signora Squadrito, la prima domanda che le pongo riguarda la curiosità di conoscere i prodromi della sua inclinazione verso un’arte insolita e complessa: scritture sovrapposte a scritture, simbologie ricorrenti, impegno certosino e altro di cui magari parleremo in seguito alla sue risposte.

Risposta 1 – Penso capiti a molte persone che, distrattamente, mentre si parla al telefono o in attesa di un evento, di fare disegni, scrivere, prendere appunti, numeri di telefono, scarabocchiare su qualsiasi supporto; banco di scuola, tovagliolino di carta al ristorante, busta per lettere, ritaglio di compensato e altro ancora … io ho iniziato sui banchi di scuola. Ricordo ancora il segno particolare che faceva la bic nera o rossa sulla formica verde: lasciava come un solco al centro contornato da due linee del colore dell’inchiostro. Non so cosa darei per riportare alla memoria quei disegni, quelle frasi da adolescente romantica, sognatrice e tormentata qual ero. Per fortuna, alcuni esemplari che nel corso degli anni ho disegnato su supporti cartacei, sono in salvo. Quando avevo un turbamento, uno sconforto, una paura, mi rifugiavo in questi segni certosini quasi per esorcizzare il mio malessere, per volare lontano dalla realtà spesso molto cruda, mi sono sempre definita una “disadattata” come se fossi venuta da un altro pianeta. Ho avuto fin da piccola empatia verso tutto ciò che mi circondava, in poche parole sono nata ” antispecista” e quindi, oltre a considerare la sofferenza dei miei simili a tal punto da farmi venire il mal di testa se qualcuno mi diceva di averlo, soffrivo anche per la sofferenza della specie animale, dalla formica in su. Questa eccessiva empatia faceva sì che quando avevo un momento felice, mi sentivo quasi in colpa vista la sofferenza cosmica in cui versavano ” tutti gli esseri viventi “. Piangevo se vedevo un passerotto morto e non riuscivo a camminare in mezzo all’erba per paura di uccidere qualche insetto e tutto andò peggiorando quando verso i 18 anni cominciai a vedere l’orrore che si nascondeva dietro le carni e il pesce succulenti di cui mi cibavo ( non ho mai mangiato volatili, agnello o coniglio aborriti da mia cara mamma).

Lo scorso settembre non avevo ancora archiviato la tesina di scultura da 30 e lode appena presentata perché era talmente bella che me la volevo ancora godere e mentre la sfogliavo ricevetti la telefonata di un’amica che non sentivo da tanto tempo, ed era una di quelle che prima di chiederti come stai, deve raccontarti tutte le sue vicissitudini, quelle brutte naturalmente. Galeotto fu quel suo lungo sproloquio. Guardando distrattamente le immagini relative alle varie fasi del cavallo che ho realizzato in Accademia, ho sentito l’impulso di integrarle con i soliti disegni. Avendola lasciata sulla scrivania a portata di mano, ho trasferito sulle pagine, come in un diario, gli umori, le delusioni, le ribellioni, i fatti delle cronache, che vivevo nel momento che disegnavo. La novità è stata l’aggiunta di aforismi e brani di filosofi, pensatori, scrittori, storici che ho sovrapposti alla scrittura della descrizione dell’immagine in fase di avanzamento, adattati ai personaggi e la creazione di una figura fuori dai canoni, con il viso sempre uguale o quasi, senza bocca, senza capelli con un solo occhio e sempre di profilo, come le enigmatiche figure dell’antico Egitto. Nel frattempo, completate circa cinque pagine, lo portai a farlo vedere al mio prof. di scultura Marchese il quale ne rimase piacevolmente colpito incoraggiandomi a continuare nella creazione di questa originale opera artistica. Così avendo terminato la tesi di scultura passai a quella di “tecniche di Fonderia” dove descrivo la creazione di un cavallo di bronzo, e spinta dall’entusiasmo che mi aveva istillato il prof. pensai che sarebbe stato bello poter condividere con altri quello che avevo creato realizzando un libro e… questa è un’altra storia.

D. 2 – Da quali studi d’arte proviene?

R. 2 – Fin da bambina ho mostrato un particolare talento per il disegno e dopo la scuola media passai al Liceo Artistico di Catania. Ma riuscii a frequentare solo il primo anno per diversi motivi e dovetti ripiegare per il Magistrale abilitandomi maestra. Un disastro dal punto di vista artistico. Ho avuto uno stallo di parecchi anni, anche se la mia creatività si manifestava in piccole opere senza nessuna esperienza non arrivavo da nessuna parte. Così, bypassando il come sia stato possibile nel 2009 iscrivermi all’Accademia di Belle Arti, sezione pittura, e nel 2011 conseguire, con 110 e lode, il diploma accademico di primo livello conquistato con tenacia, lottando spesso contro i pregiudizi di certi prof. per gli studenti “anziani”, iscritta al biennio specialistico riuscii a darmi quattro materie col massimo dei voti quando il destino decise che mi dovevo fermare. In un incidente casalingo mi ruppi il piatto tibiale, tagliandomi fuori da ogni attività sia domestica che accademica. Una lunga riabilitazione mi fece perdere il ritmo delle lezioni e non riuscii più a riprendermi. Nel 2013 avrei conseguito la Laurea Magistrale, così si chiama dopo la riforma.

A. Squadrito, Cavallo blu, 2014

A. Squadrito, Cavallo blu, 2014

Ma stare lontano dall’ambiente artistico mi pesava e fu così che nell’anno accademico 2013/2014 mi scrissi al primo anno di specialistica in Scultura. Mi abbuonarono le 4 materie dell’anno precedente, ma avevo perso il ritmo e l’entusiasmo che mi avevano sostenuta per tre anni, così decisi di frequentare solo i laboratori appunto, di scultura e fonderia, con il prof. Antonio Portale, chiudendo il primo anno. La scomparsa di mia madre nel gennaio del 2014 segnò definitivamente la fine della mia avventura accademica, lasciandomi un enorme bagaglio culturale e di tecnica artistica che, a detta del mio prof. di scultura, se l’avessi acquisita da ragazza, chissà cosa avrei creato, visto che in un semestre ho realizzato un cavallo di gesso e uno di bronzo, senza avere mai modellato l’argilla se non per piccoli oggetti decorativi.

D. 3 – Ci sono uno o più punti di riferimento cui lei guarda quanto alla linea della sua produzione?

R. 3 – Non c’è nessun punto di riferimento quando creo. Non attingo da nessuna fonte, tutto scaturisce dalla mia mente creatrice, dal momento in cui ho la matita in mano o il pennello. Infatti non ho bozzetti o schizzi fedeli al risultato finale, li cambio in corso d’opera. Davanti ad una tela o ad un foglio bianchi, creo quello che in quel momento mi ispira l’umore, l’estro, a meno che non debba fare il ritratto di una persona reale, o descrivere un fatto di cronaca.

D. 4- A proposito di simbologie mi è sembrato di cogliere significative ricorrenze figurali come quelle dell’agnello e del cavallo. Si tratta di scelte estemporanee magari in corso
d’opera oppure di quale altri motivi?

R. 4 – Sì, effettivamente ci sono figure ricorrenti. Dopo quello che ho detto nel rispondere alla prima domanda, è facile capire il perché c’è spesso l’agnello. E’ il simbolo dell’innocente condotto al macello come riportato spesso nei Vangeli, Gesù stesso lo è. Quindi per me rappresenta l’innocenza straziata, violata dall’uomo contro uomo e dall’uomo contro animale. Rappresenta la strage degli innocenti in genere, dovunque scorre il loro sangue: genocidi, stermini di massa, femminicidi, infanticidi, mattatoi, allevamenti intensivi, pesca selvaggia, compresi disboscamenti, desertificazioni e inquinamento.

L’amore particolare che ho per i cavalli risale alla mia primissima infanzia. Un ricordo indelebile è quello che per la ricorrenza dei morti mio padre mi faceva trovare una volta il cavallo a dondolo, un altr’anno il cavallino di cartapesta, quello con le gambe di legno dritte diritte, bianco con le macchioline nere sul manto, con i quali passavo ore e ore a giocare. Il desiderio di avere un cavallino vero mi tormentava. Mi faceva venire la nostalgia e piangevo sempre. In quel periodo, essendo nata a Biancavilla, paese in provincia di Catania, guardavo estasiata i contadini che tutti i pomeriggi ritornavano dalla campagna in groppa ai loro bellissimi muli e asini con quegli occhi grandi e neri che davano l’idea dell’infinito, carichi di erba fresca. Noi bambini organizzati in bande, quando non c’èra il cane a seguito, li affiancavamo e come saette sfilavamo dai fasci quello che le nostre manine potevano afferrare. Il contadino a volte se ne accorgeva e ci minacciava col bastone e noi con le ali ai piedi ci dileguavamo. Poi dividevamo il bottino facendoci scorpacciate di ceci e di chicchi di grano freschi, profumati e… biologici, diremmo oggi. A volte qualcuno faceva una piccola sosta e io ne approfittavo per accarezzare quelle creature dal pelo morbido e con il musetto di velluto. Trasferitici in città, nel corso degli anni settanta, ho potuto frequentare un maneggio e venni notata dal grande Maresciallo Forgione e poi, prima di concludere la mia avventura con i cavalli negli anni ’90, un lungo periodo di deliziose passeggiate e galoppate lungo il Simeto e dintorni.

D.5 – Lei ha partecipato a rassegne d’arte e esposizioni collettive: quali riscontri ha potuto cogliere nelle attenzioni del pubblico?

A. Squadrito, Manoscritto

A. Squadrito, Manoscritto

R. 5 – Sì certo, durante gli anni accademici ho partecipato a diverse mostre. Un mio quadro è immortalato in un libro edito da Cavallotto intitolato “Fieramente” dove noi studenti di pittura abbiamo realizzato dei quadri raffiguranti scene tipiche della “fera o luni” . Io ho voluto rappresentare un detto siciliano: “Cà nun ci n’erunu scecchi a fera?”. Ho ritagliato delle immagini di asini in varie pose e ne ho fatto un collage molto originale, grazioso e spiritoso, tanto da essere selezionato dal prof. Salvo Russo, un altro pilastro dell’Accademia insieme al prof. Silvio Marchese. Ha suscitato negli spettatori molta simpatia e ilarità e sono contenta di non averlo venduto anche se ho avuto qualche proposta. Al museo Emilio Greco, con il tema “anatomia, sogno e mito”, ho realizzato un grande minotauro, selezionato anch’esso dal prof. Russo, infilzato da una spada a mo’ di corrida, con evidenti schizzi di sangue, dal titolo “uomo o animale, vittima, tutto sacrificio eterno”. Molto intensa la tecnica e la tematica. Come tanti, è stato attratto da esso, anche il nostro primo cittadino Bianco.

Poi ho partecipato a delle estemporanee ed altre mostre minori. Ma la più esaltante per me rimane l’ultima a cui ho partecipato, come studentessa di scultura, all’ART FACTORY 2014 con sede alle Ciminiere. Non avevo sculture per partecipare, il mio cavallo ancora era in cantiere, ero tagliata fuori. Ma successe una cosa sensazionale: presa di entusiasmo per gli enormi progressi che le mie mani acquisivano man mano che modellavo il cavallo, vuoi per la sapiente guida del mio insegnante e del suo fedele assistente, vuoi per l’aria che si respirava in quella fucina di arte brulicante di artisti in erba, mi venne un’idea scaturita dal cuore. Erano anni ed anni che cercavo invano di trovare il mio cavallino di cartapesta, compagno di giochi e chissà di quali sogni di bimba, così mi venne la presuntuosa idea di costruirmelo con le mie stesse mani, e non trovando nemmeno foto, mi sono basata solo sulla mia memoria remota. Dicembre 2013. Realizzai, dopo tanti tentativi, il mio cavallino di cartapesta rivestito di gesso che ho realizzato con la vinavil come collante anziché, come di regola, con la orribile colla di coniglio usata e strausata, da secoli, per la doratura e cosa ancora più sconvolgente per me, usata a tutt’oggi, per il supporto di base dove dipingere le Sacre Icone. Immagino i poveri Santi Madonna e Cristo distesi su migliaia di cadaveri o meglio, chiamati in uso corrente, dispregiativamente, di pelli di “carcasse” di conigli… chiusa divagazione. Ne feci un secondo e timidamente, immaginando una reazione di disapprovazione per la pochezza del lavoro, lo portai al mio prof. per avere un consiglio sul tipo di colore da usare sul gesso. Ero tentata di riposarli in borsa per evitare la brutta figura, ma la sua reazione è stata inaspettata: “è capace di farne una cinquantina in meno tempo possibile?” mi disse. Sono seguiti degli apprezzamenti, che fatti da lui, uomo di poche parole e grande scultore, suonano come l’ingresso delle debuttanti nella società. Ho lavorato giorno e notte nella stanza da letto di mia madre, per non lasciarla sola, come da anni, oramai. Mi guardava con i suoi occhietti muti della parola, come se sovrintendesse ai lavori e ne desse la sua approvazione, come faceva quando ancora parlava. Mi manca tanto, avrebbe compiuto 100 anni proprio il 24 maggio p.v. Non sapevo quale fosse il progetto del prof. ma un giorno mi disse: “quanti ne ha realizzati cavallini?”, risposi “26” e lui “li porti che dobbiamo fare le foto per il catalogo dell’Art FaCtory”. Non trovo le parole per descriverle quello che ho provato da quel momento in poi. Ma andiamo alle Ciminiere. La mia installazione era contenuta in un metro quadrato, tanto era lo spazio destinato ad ogni opera. Ho stampato 400 bigliettini da visita con la foto dei cavallini. In tre giorni sono andati a ruba quasi tutti. Può immaginare la meraviglia dei bambini, trattenuti a forza dai genitori, che avrebbero voluto buttarcisi in mezzo per giocare e delle persone della mia età che hanno avuto un tonfo al cuore sprofondando nei ricordi. Ho avuto diverse proposte di acquisto andati a buca perché non ero stata istruita alle trattative commerciali. Sicuramente pensavano che una persona di sessant’anni è abbastanza scaltra a fare i suoi interessi. Ma noooo… qui rientra in ballo il simbolo dell’agnello innocente. Perché questo ero; un agnellino in mezzo ai lupi. Compratori, galleristi, come condor, in cerca di affari. Tanti impazziti per la mia opera. Non ero preparata a questo successo e non avevo nemmeno ipotizzato una probabile vendita, non avevo la più pallida idea del suo valore. Se avessi conosciuto in quel periodo il Prof. Mario Grasso, sicuramente mi sarei saputa destreggiare in quella giungla, perché quando mi ha conosciuta e ha visto i miei manoscritti, la settimana prima delle feste agatine, gli sono bastati pochi minuti per scoprire in me una grave mancanza di autostima e le sue parole mi hanno ridato fiducia in me stessa e il coraggio di osare: “non si sottovaluti, non svenda ciò che ha creato, abbia fiducia in se stessa, osi e protegga la sua personalità, la sua arte…” all’incirca queste sono state le sue lapidarie parole.

Torniamo ad Art FaCtory e all’amaro epilogo. Dicevo, ho avuto molti consensi tra cui, ancora una volta, dell’immancabile Sindaco Bianco. Un famoso gallerista del nord mi ha fatto una corte spietata tutti e tre i giorni; mi chiedeva informazioni sulla mia persona, sulla tecnica usata per la realizzazione dei cavallini e faceva avanti e indietro. Io ero felice ed eccitata come una bambina che aspetta il papà che le ha promesso un regalo. L’ultimo giorno prima della chiusura ci siamo incontrati e mi ha fatto capire con esempi e giri di parole che non si sentiva di scommettere su una artista della mia età, senza nome e quotazioni alle spalle e che se avessi avuto trent’anni in meno avrebbe scommesso sulla mia arte, che negli anni avrebbe portato i suoi frutti. Mi sono sentita come un cavallo che non serve più per la corsa e viene portato al macello. Mi è crollato tutto addosso. Fiducia nel futuro, ZERO. Il prof. Marchese per consolarmi mi disse che dovevo lavorare per il mio piacere senza aspettarmi niente dagli altri. Questa di Art FaCtory è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ho imballato tutte le mie amate sculture, ed ho chiuso con il mondo dell’Accademia a cui mi sono affacciata troppo tardi per sorte avversa, forse.

D. 6 – Ha pensato di destinare le sue opere a un catalogo, a una pubblicazione destinata alla fruizione di appassionati, cultori, come di potenziali interessati al particolare genere
della sua ricerca artistica?

R. 6 – Come ho già detto prima alcune delle mie opere sono inserite in cataloghi collettivi. Non ho al mio attivo una personale perché non ne ho avuto il tempo materiale. Per quanto riguarda la mia ultima creazione, quella dei manoscritti, per intenderci, ho un sogno: poter divulgare questo ed altri ancora allo scopo di dare voce a chi non ne ha, portare il lettore distratto, attratto dai disegni bizzarri, a riflettere, a considerare che esistono anche gli altri e che la salvezza di questo meraviglioso pianeta dipende da ognuno di noi, anche se, lo ammetto, è un’utopia , ma mi piace pensarlo.

 

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