A-TU-PER-TU. Quando piange lo psicologo

[rubrica di consulenze psicologiche]

 

Scrivo alla redazione di Lunarionuovo perché, letta la rubrica dello scorso mese e capito che questo spazio potesse essere adatto ai casi più diversi, ho pensato di togliermi un sassolino dalla scarpa chiedendo qui chiarimento su un dubbio che mi accompagna da qualche tempo. Da circa un anno incontro regolarmente una psicoterapeuta, a cui mi sono inizialmente rivolto per una consulenza circa il rapporto con i miei figli; i nostri incontri si sono poi spostati anche su altri temi con l’emergere in me di alcuni “nuclei sensibili” e un pomeriggio, in seduta, mentre le raccontavo di un episodio che si era verificato in casa qualche giorno prima, mi sono accorto che, senza interferire con il mio racconto, piangeva. Io ho fatto finta di non farci caso, un po’ per non creare situazioni imbarazzanti, ma mi sono sentito a disagio. Non so che significato dare a quelle lacrime ma mi sono sentito un po’ come mancarmi il terreno sotto i piedi. Che io sappia, non è molto normale che uno specialista di salute mentale pianga in seduta! Vi scrivo di questo perché ho pensato fosse un ottimo argomento di discussione, a prescindere dal mio caso personale.

P.V.

Gentile P.V.,

Ha detto bene lei: è un ottimo argomento di discussione e la ringrazio per avermi dato questo destro. Al contempo spero con quanto segue di poter esserle di aiuto nel guardare a questo tema con maggior chiarezza e con meno disagio.

Daniele Silvestri, in “Prima di essere un uomo”, canta: Quante lacrime mi dai? Ne dimostro di meno. Non avevo mai pianto prima di essere un uomo.

Comincio con questo riferimento musicale perché trovo racchiuda con straordinaria sintesi il senso di quanto alcuni studi (anche se ancora troppo pochi) abbiano cercato di dimostrare sinora.

Dobbiamo fare però i conti anche con il senso comune e con l’immaginario collettivo riguardo alla nostra figura professionale, da un lato, e riguardo al pianto, dall’altro. Riguardo quest’ultimo, non serve che le parli della sua importanza generale, che può essere argomentazione banale e anche insufficiente. Al massimo posso buttarle qui qualche dato emerso da ricerche d’impostazione neurobiologica. Per fare qualche esempio: piangere può essere utile per scaricare una tensione accumulata (a livello psicologico e muscolare), meccanismo segnalato tra l’altro dal collegamento tra i condotti lacrimali e le componenti neurofisiologiche coinvolte in stress, ansia, dolore; si registra un rilascio delle tossine e l’uccisione di una buona percentuale di batteri, il rilascio di endorfine, l’abbassamento dei livelli di manganese.

Questi dati però a poco ci servono, anche perché a lei, più che i benefici del pianto in generale, interessa sapere qualcosa di più dello psicoterapeuta, e oltretutto anche sapere quanto sia salubre lasciarsi andare non è sufficiente a cambiare l’immaginario che tende a etichettare le lacrime come espressione di fragilità: piangono i bambini, specialmente se capricciosi; piangono le donne, specialmente se ferite e indifese, bisognose di aiuto. Ogni altro soggetto con ogni altro movente, ogni altra sfumatura di significato legata all’espressione emozionale non trova una propria categoria di riferimento nella nostra cultura, nel nostro linguaggio. Oggetto di etichettamento sono specialmente gli uomini, a cui viene da sempre insegnato a reprimersi per non apparire deboli o “femminucce” (significanti spesso utilizzati in modo intercambiabile). Ma ormai anche molte donne arrivano a vergognarsi delle proprie lacrime e, in certi casi, a guardare con biasimo quelle degli altri. Ma piangere può essere espressione di cosa? La risposta potrebbe richiedere un trattato, e con questa affermazione le ho già risposto.

Ma lei potrà dirmi: certo, va bene, nella vita di tutti i giorni, in famiglia, tra amici, in contesti confidenziali, commuoversi per qualcosa è umano, qualcosa a cui guardare con amorevole compassione, persino simpatia, magari quando guardiamo un film, leggiamo un libro, apprendiamo una bella notizia, una brutta, ma… lo psicologo dovrebbe avere la formazione e gli strumenti professionali per gestire le proprie reazioni emotive e riuscire a mantenere un certo distacco dal paziente!

In effetti anche questa concezione rientra in buona fede nell’immaginario collettivo, ma è molto distante dalla realtà, e questo ci è evidente specialmente a seguito del sempre più diffuso “coming-out” dei professionisti stessi. Si è addirittura arrivati, nelle pubblicazioni scientifiche, a individuare una vera e propria condizione chiamata Therapists’ Crying In Therapy (TCIT). In uno studio americano, circa il 72% dei terapeuti intervistati dichiarano di aver pianto durante una terapia. Il pianto facile nella vita quotidiana non era predittivo del TCIT. Inoltre non sono emerse differenze di genere: se nella vita privata le donne piangono più degli uomini, nel setting professionale questa differenza scompare. Altro dato interessante è che sono proprio i terapeuti più anziani ed esperti a piangere più spesso dei giovani, perché più sicuri della propria competenza al punto da affidarsi meno ai libri e più a se stessi. Quanto alle conseguenze, poi, la maggior parte sostiene che il TCIT abbia avuto un buon impatto sulla relazione e abbia incoraggiato il self-disclosure anche nel paziente. Questi dati sono stati confermati da diversi studi.

Dunque, non solo le lacrime del terapeuta sono molto più diffuse di quanto si creda, ma hanno anche una loro utilità. Sicuramente non danneggiano la relazione e il percorso terapeutico, al contrario di quanto anche i professionisti stessi pensano a volte. Non che adesso si inneggi al pianto di gruppo! Tuttavia, quando questo sgorga, ha una dignità d’essere che non va ignorata e può anzi essere funzionale. Inciderebbe, oltre che nella relazione, anche nell’empatia e nella percezione di affidabilità. Restituisce inoltre una legittimità a un’espressione spesso bistrattata, autorizzando anche il paziente a non provare imbarazzo, vergona per le proprie lacrime, a riappacificarsi con esse, in alcuni casi anche ironizzandoci sopra. Insegna a non soccombere alle aspettative sociali che chiedono contegno. Nell’antica Grecia si parlava di controllo delle emozioni (in Platone, per esempio), la tradizione classica ci ha tramandato sino ad oggi questo imperativo, il quale tuttavia in questo caso va a scontrarsi con l’evoluzione culturale e con le nuove acquisizioni scientifiche in materia di emozioni. Le emozioni non vanno controllate: vanno innanzitutto comprese. Dopo di che bisogna farci amicizia, instaurare con loro un rapporto di cooperazione. Se può farlo il terapeuta – in quel momento modello di riferimento – possiamo farlo tutti, senza che il mondo ci crolli necessariamente addosso.

Certo, è opportuno attuare le dovute distinzioni: il pianto che scaturisce da un contatto empatico non può essere accostato a quello che nasce dalla sollecitazione di ferite personali. In quest’ultimo caso è opportuno che il terapeuta discuta del proprio coinvolgimento emozionale, del proprio controtransfert – per usare un tecnicismo di stampo psicoanalitico – in un contesto differente, magari in supervisione, e sicuramente senza condividerlo col paziente, alla cui storia non deve mescolare la propria. Nel resto dei casi, le lacrime possono essere usate.

Cosa consiglio di fare? Parlarne. Che l’iniziativa provenga dal terapeuta o dal paziente, parlarne può sciogliere blocchi o evitare che se ne creino, specialmente quando c’è ambiguità attorno al significato da dare alle lacrime, come d’altronde mi ha segnalato lei. Ogni cosa che viene detta o fatta dentro la stanza, deve essere funzionale al percorso ed acquisire per noi un senso terapeutico. Toccare con mano ed elaborare il fatto che il terapeuta non è una divinità – pur sapendolo già a livello razionale – può essere molto liberatorio, al pari della presa di coscienza che essere forti e star bene non equivale a non piangere. È emerso persino da uno studio, secondo il quale i terapeuti che discutono con i pazienti delle proprie lacrime in terapia ravvisano poi un miglioramento superiore nella relazione e nel percorso, specialmente quando le lacrime si fanno veicolo di qualcosa che le parole non riescono a dire.

Il pianto stesso, elaborato, finisce per allentare la pressione sul nostro petto, fino a farsi comprendere da noi con più chiare parole, suggerendoci anche, in alcuni casi, la strada giusta da percorrere.

Quindi, signor P.V., parli alla sua terapeuta di quella seduta e delle sue sensazioni. Siamo esseri umani per fortuna. E magari potrà anche diventare proficuo per lei.

Quante lacrime mi dai? Ne dimostro di meno. Non avevo mai pianto prima di essere un uomo.

Dott.ssa Giulia Sottile

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