A-TU-PER-TU. I figli e le faccende domestiche

[rubrica di consulenze psicologiche]

Cortese dott.ssa, siamo una coppia di professionisti parecchio impegnati col lavoro, ma soprattutto genitori alle prese con un bambino di 5 anni. Potendo contare sempre meno sul supporto di mia suocera e nonostante la presenza di una sporadica collaboratrice domestica, è sempre più complicato gestire la casa al mio rientro. Ciò che mi stanca maggiormente è mettere in ordine il finimondo che genera nostro figlio e, consci della necessità di doverlo prima o poi educare a darmi un aiuto in casa, ci chiediamo come possiamo comportarci con lui, cosa possiamo chiedergli data l’età. È complicato rapportarsi con i bambini di oggi. Grazie.

Ada (e Andrea)

Gentile Ada (e Andrea), credo – se ho ben capito – che entrambi mi stiate chiedendo un parere su un aiuto di cui lei ha bisogno. Comincio con qualche premessa: la famiglia è un po’ come un team: c’è chi è più ferrato in un compito (per doti naturali, per esperienza e/o per studi), chi in un altro, ma alla fine il risultato è il prodotto di tutti i contributi e di come questi si armonizzano tra loro. Motivo per cui – immaginando per situazione-tipo quella in cui sia lei che suo marito vi dividiate l’onere di svolgere le mansioni domestiche – abbiate entrambi bisogno di “aiuto”.

A questa premessa ne aggiungo un’altra: tutti noi abbiamo sempre utilizzato la parola “aiuto” nel riferirci a quanto la donna possa essere sgravata dagli altri componenti della famiglia, ma – a pensarci su e senza dubbio di assoluta buona fede – questo significante rischia di far passare il seguente messaggio: le faccende domestiche sono di competenza della donna/mamma e tutto ciò che fanno gli altri è una gentile concessione a cui va detto grazie e che non ci si abitui troppo. È un implicito che fa parte della nostra cultura da tanto tempo, anche se sempre meno. Il fatto è che, per riprendere la metafora del team, ogni componente del gruppo è co-responsabile di quello che succede, ogni componente con-divide con gli altri il coinvolgimento e la responsabilità. Chiaramente non spetta a un bambino di 5 anni pagare le bollette, ma verrò presto al dunque.

Intanto mi fermo qui con le premesse, che rischiano di divenire pedanti, e aggiungo, a chiusa, che quello del genitore è in assoluto il mestiere più difficile del mondo. Nella maggior parte dei casi nessuno insegna come esserlo e quando va bene si apprende qualcosa su come non esserlo. Questo è più evidente nei più recenti passaggi generazionali, con un sempre più diffuso desistere delle coppie dall’avere figli. Confesso che non mi trovo del tutto in disaccordo con questa tendenza, ma questa è un’altra storia.

Andiamo al dunque. Voi avete piena consapevolezza dell’importanza che la collaborazione domestica può avere e dell’utilità di cominciare presto a introdurre i figli alle piccole cose. Oggi si assiste ad atteggiamenti contrapposti: da un lato, una minoritaria genitorialità autoritaria che impone regole anacronistiche e inadeguate pedagogicamente; dall’altro, una seconda minoranza (più corposa) di coppie laissez faire, che si troveranno con i figli 20enni incapaci di versare l’acqua in un bicchiere mentre loro avranno rinunciato a ogni briciolo della propria individualità. Nel mezzo, la maggioranza, ci stanno quelli che si rendono conto ma non sanno come fare. Di questa maggioranza, molto pochi ricorrono a pareri specialistici.

Sembra una questione abbastanza semplice perché fa parte della nostra quotidianità e ciascuno di noi crede di esserne istruito, ma non sempre ciò che diamo per scontato ci basta. Per esempio, ciò che mi trovo a ripetere più spesso è quanto siano fondamentali i modelli. Continuerò a ripeterlo ancora senza stancarmi, ma questo è uno di quei casi in cui non basta l’esempio. Viceversa, l’indaffararsi del genitore dietro pulizia e ordine senza coinvolgere il figlio potrebbe far passare il messaggio che quest’ultimo ne sia esonerato. È quel che spesso accade. Salvo poi lamentarsi di come tutto pesi sulle proprie spalle. Si litiga e la vita va avanti come prima. A questo non bisogna arrivare.

Ciò che apprezzo di voi – oltre al vostro interesse preventivo con un bimbo di 5 anni – è il vostro interesse preventivo con un bimbo maschio. Qualcuno chiede “cosa far fare alle femmine e cosa ai maschi” e per fortuna non lo chiede a me. L’unica variabile su cui vanno conformate le richiesta è l’età.

Qualcuno afferma che già a 2 anni il bambino è capace di mangiare da solo e di raccogliere i giocattoli da terra. A lui si potrebbe delegare anche – a mo’ di gioco – il dare l’acqua alle piante. Certo non se avete un terreno agricolo, si tratterebbe dei vasi in balcone o in salotto, piante a cui magari dare un nome proprio e con cui instaurare un rapporto. Se avete con voi animali domestici, dargli da mangiare potrebbe essere divertente per un bambino a quell’età.

A 4-5 anni un bambino sa vestirsi da solo (anche se è lento, non importa, dovrà farlo da solo sino a velocizzarsi col tempo, ma non intervenite mai solo per amor di fare più in fretta, salvo eccezioni); sa fare pipì da solo e potrebbe cominciare a riporre i vestiti sporchi nell’apposito spazio.

A 6 anni può farsi da solo la doccia, rifarsi il letto e sistemare lo zaino per la scuola.

A 8 anni può riporre i vestiti puliti nei cassetti o nell’armadio (secondo un ordine magari concordato prima con il genitore), può dare una mano in cucina (porgendo o posando qualcosa), può apparecchiare e sparecchiare la tavola.

A 10 anni può già portare fuori il cane e, se il cane lo ha voluto lui e 10 anni li ha compiuti, a meno che non sia sera o già buio in una zona non tranquilla, a meno che non si tratta di un sanbernardo o un levriero afghano, di norma dovrà essere lui a portarlo fuori. Questo in genere si dice sempre, ma poche volte si mette in pratica.

A 12 anni può buttare la spazzatura, comprare il pane, cucinare qualcosa di semplice, magari un dolce. A proposito dei fornelli, una tattica potrebbe essere quella di concordare insieme il menu, personalizzare le ricette in modo da renderne più divertente la preparazione e l’aspetto. Certo, questo può essere poco praticabile nella vita di tutti i giorni, specialmente quando i genitori stanno parecchio lontano da casa o hanno i tempi stretti, ma già trasformare questi momenti in rituali della domenica potrebbe essere un buon inizio.

N.B. Non bisogna aspettarsi che un bambino sappia fare qualcosa solo perché un adulto gliela chiede. A volte bisogna spiegarne nel dettaglio l’esecuzione, più e più volte, e attingere a una corposa dose di pazienza. Quando sbaglia, mai mortificare perché il risultato sarà che il bambino si sentirà incapace e/o sempre più demotivato a svolgere quel compito. Bisogna valorizzare anche i più piccoli successi, e la volta successiva vorrà fare ancora meglio. È un po’ come quando si insegna a portare la macchina. Il timore che possa rompere o rovinare qualcosa (un oggetto, un mobile, un indumento, gli ingredienti per una pietanza) non può rappresentare una giustificazione per esentarlo dal compito. Ne seguirà un forte e sotterraneo senso di sfiducia che lederà l’autoefficacia personale.

Ogni cosa, per essere maggiormente investita (con emozioni e motivazione) dal bambino, andrebbe concordata. Si potrebbe anche inventare qualcosa di creativo insieme, come un patto, un trattato o uno statuto della casa con tanto di firme degli interessati e appenderlo da qualche parte. Qualche volta potrebbe anche essere utile fingersi un po’ scemi, per stimolare nel piccolo l’iniziativa o vedere dove può spingersi se messo alla prova.

Utile, ai fini dell’ordine della cameretta, potrebbero essere tutte quelle scatole scatoline scatolette del genere che si trovano da Ikea o nei Tuttomille più forniti, corredate magari da bigliettini, ma attenzione a non imporre la mania dell’ordine che rischia di inibire creatività e spontaneità. Le nostre case non devono concorrere a concorsi o comparire su riviste, sono case di gente che ci vive.

Ogni famiglia è diversa, ogni persona è diversa, ciascuno troverà poi la propria formula ottimale per una serena e co-responsabile collaborazione. È certo che tra Cenerentola e le sorellastre c’è una via di mezzo, che è quella che volete perseguire voi, consci dell’importanza d’imparare sin da piccoli a svolgere le faccende domestiche, per la crescita di una persona autonoma, da un lato, e rispettosa dei “coinquilini”, dall’altro. Così come la famiglia è un microambiente sociale che ripropone in piccolo le dinamiche della società più allargata, collaborare in casa abitua a pensarsi come parte attiva all’interno di una comunità, a concepire quest’ultima non divisa tra chi gode di diritti e chi assolve ai doveri, ma come sistema integrato.

Dott.ssa Giulia Sottile

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