Lanuzza e l’ ‘europeo’ Louis-Ferdinand Céline

Alla domanda di Giovanni Tesio che chiede a Stefano Lanuzza, autore del recente Céline testimone dell’Europa (Catania, Prova d’Autore, 2016, pp. 104, € 12,00), perché lo scrittore francese gli sia così congeniale da costituire “un destino non soltanto critico”, l’autore risponde di esserne interessato allo stesso modo che da altri scrittori, quali celine-lanuzzaSavinio, D’Arrigo, Imbriani ed altri. Eppure è a Céline che Lanuzza ha dedicato una maggiore quantità di articoli e saggi, forse anche perché ha finito con lo spostare l’oggetto dell’interesse dalla scrittura (a cui pure sono dedicate pagine memorabili) al Céline che ha per “fondamento etico e quale orizzonte della propria coscienza la libertà, inclusa primariamente quella d’opinione, con i rischi impliciti”.
Nel caso di Céline, il rischio più grosso, che si è trasformato, per partigianeria e anche cattiveria di molti intellettuali e politici, in una vera e propria macchia e macchina di tortura, è stato quello dell’antisemitismo. Già negli scritti precedenti sullo scrittore francese, Lanuzza aveva dibattuto a lungo il problema; se, dunque, ci è ritornato deve esserci qualche motivo pressante, e a me sembra di poterlo identificare proprio in quella predilezione umana a cui si riferisce Tesio. Certo, il critico tira fuori la giusta grinta di un avvocato difensore che, pur di liberare da un’ingiusta diffamazione – anche quella relativa a un inesistente ‘collaborazionismo’ filotedesco – il proprio assistito, ne mette piuttosto in luce certi aspetti caratteriali come l’ingenuità, l’impetuosità, le oscillazioni umorali, la contraddittorietà, per concludere (e se ne può essere ampiamente convinti) che l’Ebreo satireggiato con tanta violenza da Céline sia l’Ebreo dell’usura e dell’avarizia, niente più che uno stereotipo assai diffuso e non meno innocuo di quello dell’Ebreo-assassino-di-Cristo, fatto oggetto di disprezzo dalla Chiesa cattolica in una delle preghiere più comuni (formula solo da qualche anno finalmente abolita).
Questo Céline così poco amabile a quanti in uno scrittore ricercano delle rassicurazioni non può, al contrario, non riscuotere l’interesse di quanti apprezzano quegli autori che non fingono e narrano “di sé scrivendo tutto – nel bene e nel male, senza censure”: quelli che, più che piacere ai lettori, desiderano soprattutto esprimersi… Ancor più che opinioni personali, sono deduzioni, quelle del critico, che si è largamente documentato studiando le interviste rilasciate da Céline, gli scritti a lui dedicati e le testimonianze di molti soggetti contemporanei all’autore, che vengono abbondantemente citate. Alcune di esse, fra l’altro, erano già presenti nei libri precedenti. Ma allora, perché questo nuovo libro su Céline? Forse perché, giusto per rispondere a certi detrattori recenti, l’autore ha sentito l’urgenza di chiamare a raccolta alcuni studiosi appassionati lettori dell’opera céliniana e, rispondendo alle loro più diverse domande sull’autore francese, ha voluto non solo scrivere un libro strutturato secondo una pluralità di punti di vista, ma dimostrare l’attualità d’un autore che appare nostro contemporaneo; che non solo fu testimone dell’Europa del suo tempo ma che appare a tutt’oggi attendibile, se è vero che nella sua opera molte vicende primonovecentesche preconizzano l’odierna realtà politico-ideologica. A tale proposito, si cita un articolo di Bernanrd-Henry Lévy pubblicato su “Le Nouvel Observateur” nel 1981, in cui si legge che in tutti i propri libri Céline dà la precisa idea di un “Occidente grondante di orrori, di crimini, di massacri”, precorrendo i temi sulla massificazione degli individui, ridotti alla stregua di “folle e greggi istupidite”.
Fra gli otto capitoli del libro, che l’autore definisce un “dibattito”, il capitolo che ha per titolo “L’understatement e il dolore” sviluppa anche una mia domanda sul dolore ‘biografico’ di Céline e sul rapporto fra dolore e scrittura, che con l’understatement, di cui chiede nello stesso capitolo Antonio Costronuovo, ha sicuramente molto a che fare. Sono argomenti cui l’autore non risponde soltanto in questo capitolo, ma in tutto il libro. Infatti, se c’è un fil rouge che lega le pagine di questo saggio-dibattito, esso è il racconto dell’incredibile bagaglio di dolori che Céline dovette sopportare nelle relazioni familiari ed amorose, nelle esperienze di miseria e di guerra, come intellettuale, scrittore, esiliato. Anche per tali ragioni egli si fa così prossimo ad ogni uomo: sembra che non ci sia sofferenza alcuna che non abbia sopportato. Ed è anche per questo che, leggendolo, lo riconosciamo e ci riconosciamo in lui… Ma certamente l’aspetto più importante è capire (e Céline ce ne dà un esempio chiarissimo) perché non può esistere un autentico scrittore che si sottragga all’esperienza del dolore. L’understatement, infatti, è una postura etica, coincide con l’onestà, con la libertà di sfuggire ad ogni inquadramento, e, dunque, anche al linguaggio del potere. Il fatto è – e mi sembra che questa sia la conclusione più veritiera cui giunge Stefano Lanuzza – che le dichiarazioni come certi scritti e atteggiamenti di Céline siano stati soltanto degli “appigli sufficienti per tenere distante un outsider, un anomalo e irregolare, un bastian contrario completamente isolato che comunque sopravanza d’una spanna gli scrittori suoi contemporanei” (pag 48). Del resto, ben altra sorte è toccata, in Francia, e non solo, a personaggi più ambigui, ma anche più ‘diplomatici’ con la propria coscienza, e, soprattutto, avidi di potere (in seguito ottenuto ampiamente), sebbene più carichi di torti. È tutto questo che fa dire a Céline: “Non sono che un operaio di una certa musica”, ciò che lo costringe a migliorare le proprie energie inventive, che gli fa ascoltare i suoni delle parole pronunciate tutti i giorni dalla gente comune. La musica di cui parla è quella che ha a che fare con l’essenza profonda delle cose, che pretende la verità, forse perché essa non esiste; e tuttavia ricercarla ubbidisce ad un’esigenza intima, quasi affannosa, che si trasforma in una tensione perenne, spesso tenerissima (come dimostrano molte pagine del celeberrimo Voyage). Per inseguirla, Céline ha scelto l’autoisolamento, rifiutando la visibilità, l’ostentazione, lo show. Così come hanno fatto tanti inventori di linguaggio: in Italia Gadda e D’Arrigo, in Inghilterra la Woolf, in America la Dickinson e poi Pound e altri ancora.
Céline è così sincero e scrittore fino alle midolla da dire: “Ho un dono per la letteratura, ma non una vocazione. La mia unica vocazione è la medicina, mica la letteratura”. Affermazione che non solo mette a fuoco la distanza fra l’idea astratta della vita (che appartiene a molti scrittori) e l’esperienza profonda (che appartiene a pochi), ma restituisce Céline alla sua dimensione di uomo attento al dolore degli altri uomini. L’autore racconta con ricchezza di particolari il difficile percorso di studi dello scrittore francese, l’ostinatezza dell’impegno personale, la tenerezza con cui curava i suoi malati, specialmente se poveri, e specialmente i bambini. E basterebbe ascoltare Céline quando parla dell’arte della medicina per capire la vera natura di quest’uomo, troppo deluso per essere amabile, troppo libero per potere “far parte di”, troppo puro per calcolare conseguenze e ripercussioni, troppo fantasioso per accontentarsi, troppo diverso per dire di sì, troppo pieno d’amore per amare il recinto del matrimonio (non per nulla l’affascina la grazia delle danzatrici che sembrano innalzare la quotidianità dei corpi e dei gesti verso uno spazio oltre, verso un’idea), e tuttavia disperatamente bisognoso d’amore: lui era uno che aveva visto in faccia l’orrore della guerra e non era più riuscito a voltarsi, che si era accorto che la più profonda poesia può stare nella terribilità subita dagli uomini e nell’esistenza tout court. E se talvolta “era un po’ spaccone”, era per ingannare la solitudine del suo dolore – scrive Elizabeth Craig nell’evocare Céline (Jean Monnier, Elizabeth Craig racconta Céline, 1984)
Poi c’è la faccenda ‘colossale’ della scrittura di Céline: impossibile evitarla, sebbene già tanto Stefano Lanuzza ne abbia trattato in scritti ed articoli precedenti. Mi aspettavo che le domande su questo argomento sarebbero venute come mi aspettavo che l’autore di Céline testimone dell’Europa rispondesse loro con il massimo coinvolgimento emozionale-intellettivo, perché (e spiego il primo temine: “emozionale”), come egli stesso racconta, l’incontro con Céline accadde nel periodo della giovinezza, quando si cercano ardentemente emozioni forti e modelli nuovi e autorevoli (intanto, insieme ad altri ragazzi, il giovane Stefano sperimentava la fatica e la solidarietà nel fango di una Firenze alluvionata nel novembre del 1966). Immagino che la “veemente scrittura” di Céline dovette rappresentare per lui un bel pugno assestato nel mezzo del petto, giusto per mutare il ritmo del cuore in quello di un lettore ‘forte’, e Stefano, come si vede, non l’ha più dimenticato. E poi perché (e spiego il secondo termine: “intellettivo”) “leggere da molto giovane il Voyage ti costringe ad interrogarti sulla vita e ti affranca dai consolatori, libreschi e scolastici abbagli adolescenziali residuati dall’influsso dei Foscolo e Leopardi che indicano nell’illusione l’antidoto alla fatica di vivere”. Insomma, per la prima volta il giovane Stefano leggeva il romanzo di uno scrittore che gli insegnava chiaramente “che non si tratta di sopportare la vita affidandosi alle illusioni, ma di viverla con mente critica per ciò che essa è” (pag 89). Per ciò che essa è e dice: perché la lingua della verità non è quella accademica, non è quella addomesticata degli scrittori borghesi e, comunque, allineati; ma quella parlata dal popolo, il più costretto al dolore fisico, alla durezza della miseria, agli sgambetti della sorte. La lingua che ha l’immaginazione delle cose, la verità della strada, la ‘sporcizia’ come ‘santità’ della concretezza. Ed ecco allora che, là dove la vita di uno scrittore si sia mescolata con l’autentica sofferenza, la sua lingua non può essere che quella attinta dal parlato. Che poi Céline, da genio letterario qual è, l’abbia trasfigurata ed abbia inventato un suo argot personalissimo, è una cosa normale all’interno di una ricerca linguistica che parte da qualcosa di comune a un gruppo di parlanti per giungere agli esiti assolutamente unici di quella singolarità che è la lingua di un artista innovatore. Céline è ben consapevole di essere riuscito in questa operazione, quando dichiara: “Mi interessano solo gli scrittori che hanno uno stile”, non quelli che scrivono “alla maniera di” (male, mi sembra, di cui soffre moltissimo la letteratura contemporanea italiana).
Altre sorprese di questo libro vengono da Céline stesso, quando lo si lascia parlare a ruota libera, quando nelle interviste sembra dissacrare le stesse domande che gli sono poste, contraddicendo l’intervistatore, spazzando via i luoghi comuni, sorprendendo, lasciandosi andare ad imprecazioni, ad amare e ironiche battute di spirito, a definizioni indimenticabili di se stesso e degli uomini. La risposta sulla “gioia”, la più commovente tra quelle rilasciate durante il corso di un’intervista televisiva nella primavera del 1959 condotta da Luis Pauwels e André Brissaud (e che costituisce l’ultimo capitolo del libro in questione) sembra questa: “Mah, perdio, devo dirvi che non ne ho avuta molta: non ho vissuto molte gioie, non sono un privilegiato. Sarò contento quando morirò, ecco la verità. Desidero morire nella maniera più indolore possibile, soprattutto che non abbia bisogno di cure: non ci tengo a soffrire”… Céline morì il I Luglio del 1961 per un fulminante aneurisma: non si fece curare perché non ci teneva a soffrire ancora. Anche se “ancora” egli, per pudore, non l’ha mai detto; ma forse l’ha pensato, e non soltanto in quel momento, magari con un punto interrogativo finale: “Ancora?”.

 

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