A-TU-PER-TU. Lockdown, videogiochi e depilazione

[rubrica di consulenze psicologiche]

Gent.le dott.ssa Sottile, sono un papà. Le scrivo perché io e mia moglie siamo preoccupati per nostro figlio, che ha 11 anni e trascorre le giornate tra video-lezioni e videogiochi. Lo vedo sempre più annoiato, disinteressato ad attività che prima lo accendevano, come il disegno o gli allenamenti di pallavolo (ancora sospesi). La cosa che più gli pesa, credo, sia la distanza fisica dai propri coetanei e ci chiediamo come conciliare ciò (specialmente ora che comincia a chiederci di portarlo al mare con gli amici) con la consapevolezza che “fase 2” non vuol dire improvviso ritorno alla normalità. Come scollarlo dai videogame? Con chi giocherà quest’estate? (AP)

Signor AP, in questi giorni osserviamo comitive festanti con mascherine pro-forma male-indossate specialmente dai più giovani e il sospetto è che, pur di tenere i propri figli lontani dalle angosce, non li si ha in questi mesi adeguatamente informati circa i rischi attuali.

Del digitale in questi giorni sono vittime anche gli adulti, con un’immersione nei social network come surrogato di una mortificata vita sociale, e con uno smart-working stressante, dove la téchne non è sempre “dispositivo compensativo” o medium. È ostacolo quando mutila l’apprendimento, che non è solo recezione di nozioni ma passa per un ambiente che se ne fa contenitore, al cui interno le nozioni sono miste alle persone, alle emozioni e alle idee che esse veicolano in un circuito di reciprocità che fa dell’aula essa stessa uno strumento, uno strumento non replicabile da altre formule. I docenti lo sanno, lo comprendono. È ostacolo quando i videogiochi divengono luoghi di automatismi e solitudini, come può accadere. Ma alcuni videogiochi possono essere momento ludico costruttivo nel momento in cui sono studiati per favorire la condivisione (per esempio dove ci sono più concorrenti “umani” in condizione di poter comunicare, per concordare tattiche o anche scambiarsi una semplice battuta). Sono questi i giochi con cui suo figlio trascorre il tempo? E poi, quali altri giochi conosce, quali ha sperimentato nella sua vita? Perché, se non bisogna demonizzare il digitale, bisogna ricordarsi ora più che mai che può rappresentare una “realtà estesa”, un modo per arricchire la propria vita che alla base è (o dovrebbe essere) già costituita da ciò che digitale non è, di cose – abitudini, modi di interazione, hobby, discipline, … – che il genere umano ha costruito nei secoli come proprio tessuto identitario. È da queste cose che bisogna cominciare, e – come in un castello di mattoncini – mettere, solo dopo, tutti i quid utili al raggiungimento degli obiettivi.

Andando al dunque: non credo sia prudente partecipare a feste e tornare al mare a cuor leggero per rotolare in spiaggia con gli amici. Non spetta a me dare indicazioni su cosa fare fuori casa che potrebbero essere presto contraddette dal mutare della situazione politica e sanitaria, ma posso intanto rispondere alla sua domanda conclusiva: con chi giocherà [vostro figlio] quest’estate? Con voi. Siamo troppo spesso assorbiti dal lavoro e dai progetti individuali e tendiamo a delegare i compiti educativi. Il gioco è molto più educativo di un rimprovero, in quanto è palestra di vita e veicolo di apprendimenti potentissimi. Vale per ogni età e lo prova la passione che molti hanno per il calcio o il poker. A ogni età genitori e figli possono condividere momenti ludici, ed è anzi nostro dovere alimentarli.

Lei e sua moglie potreste accostarvi a vostro figlio praticando con lui alcuni esercizi ginnici che compensino la sospensione degli allenamenti, magari organizzando qualche partita in famiglia o – data l’età – confrontarvi con i genitori dei compagni di squadra e organizzare allenamenti paralleli. (L’allenatore ha già predisposto qualcosa? Come sta gestendo la squadra in questi mesi?) Potreste guardare insieme un film che è vostro figlio a scegliere. Scambiarvi la musica o comunque ascoltare la sua. Potreste cercare di entrare nel suo mondo chiedendogli di farvi giocare ai suoi videogiochi, magari giocandovi insieme (quando ci sono più giocatori). E poi, non si possono proibire i “pixel” se in cambio non si propone un’alternativa abbastanza attraente. Tra i ragazzi esistono oggi molti giochi senza schermo: provate a conoscerli e a frequentarli insieme a lui, ogni giorno, a costo di togliere tempo ad altro. Siate voi i primi compagni di gioco dei vostri figli.

Dopo di che, un amico invitato a prendere un gelato a distanza di sicurezza, quando ciò sarà possibile, sarà un’occasione di sana socialità.

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Gent.ma dott.ssa Sottile, vorrei proporre un tema forse un po’ sciocco, alla luce di quanto certamente più importante per la nostra società, specialmente in questi mesi di coronavirus. La depilazione. Si allentano le cerniere del lockdown e riaprono anche i centri estetici. In questo periodo tutte noi che non ricorriamo alla lametta abbiamo dovuto fare i conti con il tanto odiato “vello”. Personalmente, (sarà la paura di incontrare gente), sto temporeggiando per l’agognata telefonata all’estetista. Il mio ragazzo mi prende un po’ in giro chiamandomi Francesco e io, che non ho ancora alcuna intenzione di andare al mare, non ho fretta! Scherzando, gli mostro foto di modelle che hanno scelto di farsi crescere i peli, col sostegno del partner, e gli spiego la loro funzione termoregolatrice, ma in fondo sappiamo tutti e due che cederò. (Francesca)

Sicuramente in natura il pelo ha una sua funzione adattiva, così come nella storia la ceretta ha avuto (e in alcune circostanze ha) una sua funzione!

Un’amica tempo fa mi faceva notare che nelle pubblicità che passano in televisione l’uomo si depila sempre sul pelo; la donna, al contrario, sempre sulla pelle liscia. Il messaggio che passa è mistificante: che la donna in natura sia glabra. È una menzogna, un’impostura. La donna è pelosa. C’è poi una minoranza di donne, specialmente molte bionde, che lo sono meno, alcune veramente poco, e sono avvantaggiate, ma non cambiano la realtà. Oltretutto, insieme a una visione distorta di essa, a passare è anche una pressione che fa sentire a disagio, sbagliate, sfortunate.

Il punto non è quale pensiero sposare: se il femminismo estremo che accusa di passiva accondiscendenza le donne che aderiscono allo stereotipo della “pelle liscia”, scegliendo per ribellione di non togliere nulla; oppure se la ritualità della ceretta come forma igienica ed estetica per l’appagamento del proprio partner e di se stessi. Il punto è, in ognuno dei due casi suddetti, che quando essi divengono imposizioni, si trasformano l’uno nell’altro e creano disagio psicologico e sociale.

Da femminista, non posso condividere le frange estreme del movimento, che, con il contrapporsi al conformismo sociale, finiscono per creare nuovi dictat. Tanto la demonizzazione della ceretta quanto la fissa per essa sono estremismi che vanno a ledere la cosa che è – dovrebbe essere – la più importante di tutte (e per cui il femminismo si è sempre battuto essenzialmente): la libertà personale.

Va bene depilarsi e va bene anche non farlo. Io posso decidere che questa consuetudine mi disturba perché mi impone qualcosa di cui potrei fare anche a meno, ma posso anche decidere che quella consuetudine in fondo mi piace e voglio tenermela. Va bene anche depilarsi regolarmente ma anche poter mostrare la propria pelle un giorno in cui non si ha avuto ancora il tempo di farlo senza sentirsi osservate o comunque sgradevoli.

Trovo il discorso “pelo” un tema effimero su cui concentrare gli sforzi dell’emancipazione femminile, che vorrei si battessero di più per altre cause. Lavorare sull’accettazione della propria natura, a prescindere dalle proprie scelte (comunque rispettabili), è il passo che – questo sì – va compiuto a cominciare dalle donne, che possono vedersi ogni giorno diverse, in ogni modo belle.

Giulia Sottile, psicologa

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