Un regalo firmato Peggy Guggenheim- solo un primo assaggio

A Venezia non si può non visitare la casa museo di Peggy Guggenheim, la grande mecenate americana che si è innamorata di Venezia e che ad un certo punto della sua vita ha deciso di offrire ai visitatori un compendio di capolavori dai nomi di artisti prestigiosi.

Il museo intitolato in onore suo e del padre, Solomon Guggenheim, ha aperto le porte a mostre contemporanee, alle scuole, alle novità in ogni forma che si propongono nel campo dell’arte, anche dopo la sua stessa morte.

Il museo Peggy Guggenheim è singolare nel suo genere in quanto si tratta della casa museo di una collezionista stravagante aperta alla vita e alle sue manifestazioni più vivide, le produzioni artistiche.

Il gusto straordinario di questa donna si denota dai nomi che si trovano in esposizione permanente che vanno da Picasso, De Chirico a Pollock, annoverando nel proprio elenco i padri delle avanguardie del Novecento.

Il visitatore entrando dal cancello, si trova nel giardino circondato da statue, dove si trovano le tombe dei suoi cani e della stessa padrona che non avrebbe mai voluto abbandonare né loro né la propria casa.

Il palazzo è singolare in quanto si sviluppa su di un solo piano e non è mai stato completato nella sua parte superiore secondo quanto prevedeva il progetto.

Quello che interessa è custodito dentro, uno scrigno, una vera wunderkammer.

Al suo interno vi si possono trovare delle sculture di Calder danzanti nell’aria come “Arco di petali”, una scultura di circa 214 cm sospesa da terra che occupa lo spazio e riflette la luce come un quadro, muovendosi “nel e con” lo spazio.

Si tratta di una meraviglia firmata Alexander Calder, prima ingegnere poi scultore, nato in Pennsylvania il 22 luglio 1898, che con i suoi “mobils” ha regalato al mondo la bellezza del sogno e della fantasia creando una scultura, che alla stregua di una creatura costituita di forme e colori, danza rievocando una ballerina in punta di piedi nella stanza che accenna una lieve rotazione ad ogni piccolo soffio di vento.

Calder ha materializzato la composizione che si troverebbe solitamente in un quadro, utilizzando come tela lo spazio dove noi stessi ci muoviamo, un vuoto usato come pieno, dove noi spettatori siamo immersi.

Questa meravigliosa concezione è la medesima che il grande scrittore Umberto Eco intendeva quando parlava di “opera aperta”, un’opera che dialoga, si apre allo spettatore che arriva anche a far parte del contesto in cui si trova l’opera.

Come se non bastasse, questi capolavori si integrano armonicamente con l’ambiente delle stanze di quella che era la sua casa e che oggi si profila al visitatore come un piccolo labirinto dove il perdersi è dolce perché ognuno ritrova in un quadro o in una scultura una propria identità altra nella quale riconoscersi, ritrovarsi, come uno specchio dove il processo di mimesi ridesta la conoscenza o le emozioni.

L’arte è estroflessione dei vissuti, dichiarazione di emozioni, sogni, sentimenti e tutti questi li ritroverete davanti ad un De Chirico che rievoca l’amata perduta, il silenzio delle piazze vuote e lo spiazzamento inquietante delle composizioni.

Davanti al “Poeta” di Picasso l’osservatore cerca le forme in quel turbinio del cubismo analitico, dimenticando che l’essere umano è una miriade di stadi emotivi e sfaccettature che non si perdono solo nello spazio inteso in maniera stimabile, ma anche interiore.

Noi esseri umani siamo mille sfaccettature cubiste a noi stessi e agli altri, “Uno nessuno centomila” diceva Pirandello, mille maschere.

Per quanto concerne le maschere, storicamente la formazione del cubismo deriva dalla conoscenza della scultura africana ed anche questa consapevolezza è presente in mostra grazie a piccole sculture presenti nella stessa stanza dove si trovano le opere cubiste.

Danzerete fino a perdere la testa e i sensi, girando talmente forte da confondere gli spazi come una ballerina che a furia di piroette su se stessa vede di se a mala pena solo il piede e una parte della gonna in un dolce panismo dannunziano.

Tale vortice deforma la realtà in piccole pennellate che si sfaldano e riducono quasi a dei puntini dai colori vibranti, accesi, tra un tulle rosa e uno spazio che sa di verde e di giallo intenso, come sa fare un futurista esperto come Gino Severini, nato a Cortona, in provincia di Arezzo, il 7 aprile 1883.

Osservando l’opera si vede come le pennellate avvolgano il tutto, come una pioggia che scompone e avvolge sotto forma di piccole pennellate le cose e le persone.

Reduci della fase puntinista e divisionista, i pittori futuristi trasformano spesso nel dinamismo le pennellate in puntini o virgolettature, diventando quasi delle piccole gocce che avvolgono tutto, come se “piovessero pennellate su tutto”, ricordando a noi le bellissime parole del Dannunzio.

“ piove su le nostre mani

ignude,

su i nostri vestimenti

leggieri,

su i freschi pensieri

che l’anima schiude

novella,

su la favola bella

che ieri

t’illuse, che oggi m’illude”

L’arte non ha una sola forma, è visiva, tattile, sonora; si respira come l’odore del legno di una maschera, riluce ed emette anche un suono come una composizione in acciaio che contrasta la luce e muovendosi ad ogni spostamento d’aria sibila.

L’opera può agire anche come un essere vivente ed arrampicarsi lentamente ad una parete, come l’opera di Calder “Testiera di letto in argento” del 1946 che l’artista fece per il letto di Peggy e che è presente in mostra perché quando la mecenate era in vita il museo era aperto mentre lei continuava la sua vita quotidiana nella sua stravagante casa museo, magari mentre beveva un caffè e vi erano tutti i mobili esposti come in una qualsiasi casa, oggi invece sono presenti solo le opere e la testiera non era solo la parte di un mobile ma l’opera d’arte che l’artista aveva regalato alla sua amica collezionista.

Quest’opera appare tutt’altro che banale creando una specie di “minimondo animale”, una piccola realtà argentata che ci invita a sognare altri mondi.

L’arte è sogno, questo Peggy lo sapeva e ci offre gli artisti che hanno sognato, scardinato le regole accademiche e convenzionali, andando oltre gli schemi e avvalendosi della potenza del concetto di Avanguardia.

Parlando di sogno il museo propone i più grandi indagatori del mondo onirico attraverso le immagini, Dalì, Savinio, Tanguy, Ernst, Magritte per citarne alcuni nomi.

Salvador Dalì esperto della tecnica pittorica classica ci offre realtà nitide, ma allo stesso tempo non coerenti con la nostra razionalità ed in esse cela tutta la teoria freudiana del sogno, della proiezione dei complessi sessuali e delle pulsioni, sapientemente celate in giochi visivi e tattili, velate da pittura a olio sapientemente stesa.

L’artista surrealista del “metodo paranoico-critico”, ci mostra tutta la dimensione onirica nell’opera La nascita dei desideri liquidi dove realtà, psiche e inconscio si fondono e le forme si sciolgono dolcemente sempre morbide e sensuali, in un contesto dai colori caldi, squillanti, di luce diffusa, dove esseri umanoidi vivono in una realtà quasi cocente, una realtà altra, una surrealtà.

Un sogno, forse, o un evento irreale si evince nell’opera più stravagante della collezione, “La vestizione della sposa” di Marx Ersnt.

In questa scena si possono anche celare le paure di una sposa che teme la trasformazione del suo sposo in un essere orribile e sconosciuto, che in realtà non è altro che l’alter ego in forma animale dell’artista stravagante che spesso si faceva chiamare “Lop lop”.

In essa vi ritroviamo tutte le più comuni situazioni dell’essere umano come l’invidia delle giovani spose non ancora arrivate al dolce traguardo, le credenze di fortuna, prosperità, lo sfarzo dell’abito che rende pomposa la creatura che in realtà è già bella nella sua nudità affascinante e sensuale.

Un’opera dai mille significati semiotici, dolce invito ad esser svelati come la parvenza che si deve celare oltre il velo di maya, il noumeno che ognuno di noi deve svelare quando impara a vivere con un altro essere umano.

Una riflessione fantastica sul momento fatidico in cui si decide di condividere la vita con un altro essere umano, non celandosi dietro un abito di piume e ritrovando la propria nudità del proprio essere, la fantasia della propria anima affinché non sia un peso lo stare insieme, ma una fantasticheria.

Si invita l’osservatore a cercare anche una chiave diversa per interpretare un’opera, in maniera personale, anche se si tratta di caricare di percezioni proprie l’opera, questo Peggy lo sapeva perché amava la fantasia e la creatività anche di chi legge l’opera con un occhio umano emotivo e creativo.

Non si deve temere di leggere oltre la superficie e sfondare le proprie certezze o la realtà data, altrimenti si potrebbe perdere la bellezza dell’ignoto, del vuoto, dello spazio oltre la realtà, oltre il decodificato.

La grande mecenate americana lo sapeva e ci offre tra le composizioni le opere di Lucio Fontana con i suoi tagli che mostrano la ricerca dell’infinito oltre la tela, dell’hubris umana, la tracotanza omeriana che dovrebbe muoverci verso scoperte che possano aiutarci andare oltre, per scoprire oltre il bosone di Higgs oltre il dato, per arrivare oltre lo spazio.

Avere il coraggio di cercare e capire l’imperfezione nella perfezione apparente, come sottolinea lo studioso Telmo Piovani in una sua opera famosa, ripercorrendo la storia dell’evoluzione della terra, della Galassia e ricordandoci gli errori che hanno portato nella storia dell’evoluzione quella che noi appare come il posto perfetto per la vita dell’essere umano.

A conferma di questa osservazione ricordiamo che non a caso il movimento fondato da Fontana si chiamava “spazialismo”, come attesta la stessa descrizione di una delle sue opere Concetto spaziale, 1957  che dichiara “Il dipinto evoca l’energia di una trasformazione cosmica in atto su un pianeta o in una galassia”, visibile sul sito della galleria, in cui troverete tutte le informazioni sulla biografia degli artisti, le immagini e brevi descrizioni.

In questo dolce percorso ci sono talmente tanti artisti che non potrei mai annoverarli in un solo articolo, proverò a citarne solo una parte seguendo un filo sottile di riflessioni, non avendo nessuna intenzione di affermare una minore importanza in quelli non citati.

Si tratta di camminare nelle stanze con meraviglia, con passi leggeri come fanno le sculture di Giacometti, silenziosi di uomini allungati in bronzo, talmente esili da sembrare sagome, che ormai sono solo lontano il ricordo di una figura umana che il grande artista cercava di immortalare.

Giacometti lavorava sull’essenza perché l’ingombro e il volume erano superfetazione di una persona mentre lo scheletro e l’ossatura la personificazione della sua forza nelle vicissitudini della vita, dove risiede la forza interiore, la grandezza di un essere umano.

Questa è una delle interpretazioni possibili che potrebbe dedurre lo spettatore fantasioso, quello che vi si chiede di essere, di perdersi in un “flâneur”, come vorrebbe Baudelaire, lasciando i sensi vagare dolcemente e il vissuto proprio ri-affiorare.

Di sensi e danza si permea tutta l’opera di Pollock, in particolare “Alchimia”, dove stratificazioni di colore sembrano un palinsesto di ricordi, emozioni e situazioni rappresentate da gocce di vernice colate sulla superficie della tela mentre l’artista vi camminava o danzava sopra, percorrendola in maniera ritmica come una ballata di canzoni che rievochi episodi importanti della nostra memoria.

Immaginando di fare come Pollock e di camminare avanti e indietro sulla tela della memoria dei nostri ricordi, ci lasciamo avvolgere dal colore dall’odore di fumo di sigaretta, i cui mozziconi si trovano avvolti nell’impasto della tela, come una danza tribale delle tribù che forse l’artista del Wyoming voleva richiamare.

È importante per lo spettatore lasciarsi andare in uno stato di trans per ricercare il tempo perduto alla Proust e riscoprire il gusto di qualcosa di dolce, come ad esempio una petit madeleine, o ricordare il volto di una persona cara affinché si mostri tra il turbinio di una vita urbana grigia, il bombardamento di immagini confuse, dove il tempo si perde e non si trova se non no lo si cerca.

… Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicissitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale.

Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta ? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della maddalena. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva? Che senso aveva? Dove fermarla? Bevo una seconda sorsata, non ci trovo più nulla della prima, una terza che mi porta ancor meno della seconda. E tempo di smettere, la virtù della bevanda sembra diminuire. E’ chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. E’ stata lei a risvegliarla, ma non la conosce, e non può far altro che ripetere indefinitivamente, con la forza sempre crescente, quella medesima testimonianza che non so interpretare e che vorrei almeno essere in grado di richiederle e ritrovare intatta, a mia disposizione ( e proprio ora ), per uno schiarimento decisivo. Depongo la tazza e mi volgo al mio spirito. Tocca a lui trovare la verità…

(tratto dal sito http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaP/proust4.htm)

“Cercate sempre la verità con i sensi, lasciatevi sedurre dalla bellezza di un’opera d’arte”.

Questo Peggy lo sapeva, nel passato, e lascia, ancora oggi, a noi uno dei suoi due più grandi regali all’umanità semplicemente in Italia, a Venezia.

Vi invito a non rimanere sul ciglio della porta, giunti a Venezia, affinché la bellezza di ciò che racchiude questo museo possa ammaliarvi, perché oltre il profilo dell’edificio che si staglia sul canale v’è una luce che va oltre la soglia, non come “Impero della luce di Magritte”.

Nell’opera surrealista citata, che troverete lungo il percorso del museo, potrete vedere come il mistero e la luce si alternano nel silenzio e chiudendo gli occhi potrete immaginare di udire il fruscio delle fronde del pino o il verso di un animale notturno in un tempo che non è tempo perché notte e giorno si incontrano romanticamente o drammaticamente, à votre plaisir.

Lo spaesamento e il riconoscimento profondo vi aspettano al museo.

In fondo anche Peggy vi avrebbe accolto a braccia aperte e lo fa, ludicamente, ancora oggi attraverso l’opera “Angelo della città” di Marini Marino, un eroe equestre dedicato alla città che esprime con tutta la sua esuberanza ed energia senza censure l’essenza di Venezia e il monito di Peggy Guggenheim di accogliere la vita con forza, speranza, ironia e goliardia, in poche parole

“joie de vivre”.

 Ombretta Di Bella