I molteplici temi del Guggenheim

I molteplici temi del Guggenheim e il segreto dei musei         

Il vero segreto e scopo dei musei è di essere vissuti e possibilmente anche rivissuti, perché non è vero che chi ha visto non possa trovare a stupirsi di non aver visto qualcosa, dimenticato o non aver colto il nesso sottile che lega storicamente le opere.

Nulla è da temere, perché si tratta della percezione selettiva del nostro sistema nervoso, che si lascia attirare da colori che rispondono a memorie positive neuroni specchio che riconoscono qualcosa di già visto di sicuro.

Allo stesso tempo potremmo vivere sensazioni di straniamento davanti a dei quadri che non capiamo o di cui non riconosciamo elementi grafici decodificabili.

Nessun timore! Analizzeremo una serie di temi vari che si inseriscono in un percorso visivo molteplice perché il museo comprende al suo interno i capolavori del Novecento con un tutte le avanguardie più complesse dal Cubismo, Futurismo, Fauves, Astrattismo, Espressionismo, Surrealismo, Metafisica, Neoplasticismo, Espressionismo Astratto, Spazialismo…

In questa miriade di “ismi” si intrecciano i vissuti di artisti straordinari che non hanno avuto paura di rompere le barriere e confrontarsi con gli altri e se stessi per essere unici.

Un modo per vivere queste opere può essere il “flaner” girare tra i quadri e lasciarsi andare seguendo il fluire delle sale senza porsi perché, lasciandosi affascinare; oppure trascrivendo in mente ogni nozione come una sorta di mappa mentale per scoprirne il legame.

Ognuno viva il museo, ma lo viva

Credo che se la grande mecenate Peggy Guggenheim potesse parlare, direbbe questo al visitatore: “Visita, ma vivi ogni pezzo di ogni sala, oggi o domani o entrambi, quando e come puoi! Ma goditi questa bellezza senza limitarti a una semplice impressione!”

Io propongo dei temi super partes, dei legami, degli argomenti vissuti direttamente o indirettamente da artisti attraverso le loro opere per analizzare poi il tema dell’equilibrio nell’articolo successivo.

Interessante per esempio è vedere come il tema della luna affascinasse gli artisti che la riproposero nelle loro opere.

“Gabbia lunare” di David Hare mostra un uomo imprigionato in una gabbia con una luna stilizzata e un filo di ferro che sembra imitare la traiettoria di un pianeta che parte dall’uomo alla luna. Questi elementi si trovano dentro figure archetipe di rettangoli aurei che collegano la geometria classica, la stilizzazione arcaica della scultura e le conoscenze scientifiche dello spazio. La scultura è stata realizzata nel 1951 dieci prima dell’allunaggio e sviscera questo desiderio dell’uomo di fidarsi della sua intelligenza rappresentata dalle conoscenze matematiche per poter così far propria la luna quasi a catturarla nella dimensione umana.

Una finestra o porta per accedere alla luna e poterla così toccare.

Un altro artista che rappresenta a modo proprio la luna fu Pollock in “Donna luna” del 1942, probabilmente nella visione fiabesca della luna come una donna remota e irraggiungibile, una figura al limite dell’astrazione che si sviluppa in verticale sulla tela e della quale appare solo la sagoma di profilo.

Verso il basso scende la lunga veste ampia, protesa verso terra e con il colore della terra, della tura, il verde.

La scelta dei colori si percepisce che non è realistica, ma simbolica forse perché tutta l’opera si pensa che fosse un riferimento ad un’opera di Baudelaire e in questo caso si tratta di una figura femminile emblematica, matrigna con i suoi lati oscuri. All’aspetto misterioso della donna si aggiungono i simboli che percorrono la tela in verticale e che ci evocano sempre traiettorie e percorsi come l’opera precedente.

Un altro esempio di opera che guarda al cielo è “Corpi celesti” di Rufino Tamayo, stupendo olio su tela che ci lascia sognare, immaginare, andare oltre, dove la forma archetipa, la geometria perfetta ritorna nelle costellazioni e al tempo stesso non sappiamo se stiamo osservando ancora un quadro o una rappresentazione scientifica degli astri. Improvvisamente notiamo l’uomo stupito a destra con la bocca spalancata e capiamo la bellezza nella bellezza ed il senso di stupore enfatizzando anche dentro al quadro, dove cielo e terra si fondono nelle speranze dell’uomo.

Seguendo questi percorsi possiamo anche immaginare uno spazio di luce, colori dentro la tela come all’interno dell’opera di Bacci. Nell’opera intitolata Avvenimento 247# sembra di vedere attraverso una nuvola il cielo e un mondo di colori non ancora scoperto, una nuova dimensione planetaria, crateri lunari vuoti e pieni di colore, la cui profondità può essere percepita dai contorni chiaroscurali come la forma al centro in alto o colorati come quelle in basso.

Dove sia non si sa, ma questa strana dimensione celeste- lunare ci affascina come l’opera precedente e ci invita a scoprire altre.

(Citazione dal catalogo della collezione “L’attività dell’artista nel sistemare il caos è associata ai primordiali processi di creazione dell’universo.)

Se di spazio si parla non si può non mostrare la percezione dell’astrattista informale italiano più famoso Emilio Vedova. Nelle opere di questo straordinario artista le superfici sembrano animarsi, le linee creano flussi oltre che semplici traiettorie, sembra una superficie fluida come se appartenesse ad un altro pianeta, dove correnti soffiano, superfici si increspano e strane traiettorie si insinuano sulle dune celesti.

Il turbinio e il movimento animano molti quadri del museo Guggenheim e tra questi sicuramente si deve citare per primo proprio l’opera di Duchamp “Giovane triste in treno” dove la dimensione umana diviene la traccia temporale del corpo stesso nello spazio come fa in scultura la famosa opera di Boccioni “Forme uniche della continuità dello spazio”,  che però si trova a Milano nel museo del Novecento.

Questo movimento dell’onda che scorre per dimenticare e portare via la tristezza ci ricorda l’umanità di questi artisti che, oltre ad essere vissuti alle soglie di una delle imprese più importanti della storia umana come l’atterraggio dell’uomo sulla luna, hanno anche vissuto e affrontato la guerra.

Tra essi accenniamo Kandinskj che quando nel 1933 le truppe naziste fecero chiudere il Bauhaus, scuola dove insegnava, dovette trasferirsi a Parigi ed anche Chagall che si rifugiò negli stati uniti o Henry Moore che nel 1940 fu nominato “artista di guerra” e ricevette l’incarico dal War Artists Advisory Committee di creare dei disegni della vita nei rifugi antiaerei.

Per finire vi lascio con la figura di un artista che non ha mollato persino giunto in un campo di concentramento come accadde a Helion. L’artista nel 1940, arruolatosi nell’esercito francese, venne fatto prigioniero e inviato in un campo di concentramento, prima in Pomerania e poi a Stettino.
Riuscì a evadere nel 1942 per tornare in Francia e poi negli Stati Uniti.
Il suo libro autobiografico lo intitolò proprio They Shall Not Have Me (“Non mi avranno”) viene pubblicato nel 1943 e ci insegna che bisogna “lottare per essere, per vivere, per vivere ed essere” .Questo potrebbe essere anche il filo conduttore di tutta l’arte.

Il museo Guggenheim e i suoi equilibri- secondo assaggio

Il museo internazionale di Venezia, oltre ad accogliere una delle più belle collezioni del 1900 europee e non, degli artisti più famosi del Novecento, propone spesso mostre temporanee e varie iniziative anche didattiche.

Una di queste iniziative permette un accesso gratuito al museo alle scolaresche che ne facciano richiesta, a seguito di un’adesione al progetto intitolato “A scuola di Guggenheim”.

Ogni anno vengono proposte varie tematiche alle scuole dei vari ordini.

Uno dei temi che quest’anno hanno coinvolto la scuola secondaria è l’equilibrio.

Seguendo questo tema viaggeremo tra alcune delle opere per capire quali di queste affrontino tale tema, secondo la personalità dei singoli artisti.

Il percorso non poteva non partire dall’istallazione della scultura che per sua natura danza in equilibrio al centro della sala principale del museo: “Arco di petali di Calder” che con i suoi 214 cm di altezza da terra si fa ammirare e ci ammira a sua volta, rispecchiando noi stessi tra i riflessi d’acciaio.

L’equilibrio è la regola summa dell’arte astratta, se quest’opera realizzata dall’artista come oggetto mobile o opera d’arte in movimento, danza nella stanza, altre realtà possono danzare su una tela.

A volte si tratta di semplici forme semplificate sempre più fino a ridursi a macchie, line o punti fino alla struttura stessa dell’arte astratta introdotta e teorizzata da Vassili Kandinsky nel suo famoso saggio “Lo spirituale nell’arte”.

Un esempio di questa riflessione è “Paesaggio con macchie rosse” dove il ricordo di un campanile ancora domina la parte centrale dell’immagine come un percorso verso il cielo. La tela è un paesaggio le cui forme si smaterializzano piano fino a diventare macchie e linee astratte che si muovono sulla tela in equilibrio sullo spazio bianco, vuoto della tela.

Si tratterebbe in realtà di strumenti che suonano nel vuoto del bianco perché Kandinskij dipingeva pensando per colori e suoni, come lo stesso ha spiegato nel suo saggio.

L’equilibrio di colori primari fa sì che essi diventino i protagonisti di quest’opera che può essere definita “astratta con ricordo”, in quanto ci sono forme riconoscibili come le montagne.

Il paesaggio si sfuoca e dominano le macchie.

Al contrario della prima, l’opera dello stesso artista visibile al museo intitolata “Croce bianca” fa riferimento all’elemento riconoscibile della croce in alto a destra.
In realtà si tratta di un astratto dove le linee si intersecano generando forme che si associano a elementi noti come croci o linee curve o segni che appaiono come i 3 che ruotano nello spazio.

È questo l’elemento fondamentale dell’opera, l’assenza di gravità, in quanto le opere astratte non essendo ancorate da leggi prospettiche sono snaturate anche dalle leggi della fisica.

I colori e le forme esplorano lo spazio della tela come se lo spazio fosse infinito, squarciandolo, sfiorandolo, e oltrepassandolo come le macchie in alto che sembrano sciogliere la superficie bianca del piano che naviga nello spazio.

La percezione di uno spazio assimilabile allo spazio siderale è data dal fondo nero che crea effetto di un’immagine in negativo contrapposto a tutto quello che si trova davanti al piano bianco davanti al quale si trovano le forme accentuate dal contrasto cromatico e di luce.

Procede il percorso di equilibri l’opera senza titolo del 1916 di Malevich dove delle figure geometriche appaiono come molteplici piani orientati in maniera autonoma nello spazio.

Ogni piano ha una propria legge gravitazionale, ma casualmente tutti vengono attratti verso il centro dell’immagine dove campeggiano dei rettangoli grandi di colore verde, nero e blu in prospettiva. La loro angolazione ricorda quasi la prua di una nave, come se le forme fossero orientate verso una direzione all’esterno dell’opera, creando delle direttrici visive, o come un aereo bloccato nell’istante successivo al decollo, in equilibrio sospeso.

Diversa è la sensazione data dall’opera senza titolo del 1919 di El Lissitzky, dove forme sovrapposte in un evidente squilibrio sembrano essere trattenute da un filo di ferro che le attraversa come se fossero appese.

Quest’ultima immagine richiama le opere di Calder.

Dietro di questi rettangoli colorati un ovale interrotto da un rettangolo aumenta la percezione della profondità e allo stesso tempo aumenta il contrasto tra il fondo neutro e i colori in primo piano, in cui la predominanza caldi rievoca i toni della terra, dell’incarnato.

Si passa quindi ad un piccolo balzo, un piccolo accenno di movimento dato dalla linea curva.

Mondrian invece offre due diversi equilibri con giochi di perpendicolari che si moltiplicano come le onde sulla superficie nell’opera intitolata Oceano. In quest’opera i segni rievocano una stilizzazione quasi arcaica delle onde sulla superficie dell’opera, definendo un limite dello spazio di forma circolare, evocando le figure archetipiche della storia dell’arte: il cerchio e le rette, rievoca Stonehenge con la sua pianta circolare e i sarsen in verticale e orizzontale.

La relazione tra verticale e orizzontale è ben spiegata dalla dottrina teosofica a cui l’artista si inspirava, ma è anche la condizione fondamentale per la creazione del rettangolo aureo, anch’esso principio base dell’architettura perfetta della classicità greca che in Composizione n. 1 con grigio e rosso 1938.

In questo quadro i rettangoli sono sviluppati su fondo bianco, dove il pieno del bianco campeggia nella tela dominandola e può essere contrastato solo da un piccolo rettangolo rosso, primario caldo che bilancia il tutto per regole compositive ben strutturate nel quadro.

Se il primo quadro crea una profondità da scoprire invitandoci ad entrare il secondo avanza prepotentemente verso lo spettatore.

Una bellissima scultura che si oppone alla magnificenza di Arco di petali è l’opera di Giacometti, che rappresenta la sagoma allungata di una donna che avanza leggera, rigida, ma non statica, che accenna ad lieve equilibrio.

Nella relazione che si pone tra la sua lunghezza e leggerezza della donna è rimasta solo la silhouette, ma la sua essenza è sempre presente, come la grande figura di Peggy che non è fisicamente presente ma la sua anima impregna il trono, il giardino del museo, le sale.

Le idee di Peggy nelle scelte stilistiche delle opere e delle sale crea l’idea di un’ombra, una figura, una presenza delicata che si insinua nei pensieri dei visitatori come il ricordo di una persona cara che ci sfiora e a volte nasconde tra i nostri pensieri, alla stessa maniera questa scultura con la sua esile figura cammina tra i visitatori mescolandosi tra loro.

Parlando di sagome e silhouette uno sguardo si posa sull’opera intitolata Silhouette, 1916 di Man Ray tre ballerine dominano la scena, una al centro a terra mentre le altre ai lati si innalzano in equilibrio nell’aria ina una danza piena di vita dove la curva anima la scena dalle gonne delle danzatrici alle forme geometriche nere che fanno pensare ad uno spazio al di là della scena. (Citazione dal catalogo).

Si tratta di silhouette danzanti sopra un foglio di cartoncini, in fondo il tema della danza era caro a molti artisti, oltre a quelli citati ricordiamo Pollock con i dripping che avvenivano rievocando le danze sciamaniche e la ballerina di Severini.

Inchiostro di china e carboncino

Concludiamo il percorso dell’equilibrio con uno dei quadri più misteriosi e affascinanti della storia dell’arte tanto da ispirare registi famosi, si tratta dell’opera “La voce dell’aria” dove dei sonagli giganti rimangono sospesi in aria sopra un meraviglioso e dettagliato paesaggio come Magritte nello stile surrealista sa perfettamente mostrare.

E noi con animo sospeso verso un mondo futuro incerto speriamo sia luminoso come l’opera giocosa dell’artista.

 

Ombretta Di Bella