Sugheri e boe

Sul romanzo storico-poliziesco di Salvatore Genovese

Bretelline rosso sangue, ovvero il caso Fuschi

 

Alla categoria della Letteratura italiana di autori siciliani va aggiunto il particolare oggetto nel mirino d’occasione, che è anch’esso siciliano come spaccato di un periodo storico e di un paese, oltre a essere caso umano emblematico di quanto l’uomo possa arrivare a compiere nel suo percorso involutivo sempre parallelo a quell’altro che ci fa scoprire nuove cure alle malattie.
Prossimo alla pubblicazione (in edizione Prova d’Autore) c’è un romanzo (che innanzitutto si discosta dalla modaiola scia suggerita dal mercato librario odierno quando si parla di Sicilia e di crimini) di non facile categorizzazione, in quanto va dal poliziesco allo storico nel rievocare, in forma romanzesca, un episodio realmente accaduto nella cittadina siciliana di Vittoria nell’immediato secondo dopoguerra, tra il maggio del 1946 e il maggio dell’anno successivo, con risvolti, per la famiglia coinvolta, che chiaramente non possono essere quantificabili nel tempo e in nessun’altra unità di misura a fronte del dolore sofferto.
L’episodio è un noto, allora, caso di cronaca che ha sensibilizzato, e mobilizzato, l’Italia intera: il rapimento di Alfredo Fuschi, bambino di 4 anni, figlio del titolare di un fiorente bar di Vittoria, allo scopo di estorcere alla famiglia quanto più denaro possibile; rapimento a opera di tre delinquenti “comuni”, Salvatore Affè, Giovanni Solarino e Giovanni Cilia, di cui il primo, promotore dell’iniziativa, aveva lavorato come banconista proprio in quel bar: «“Viriti ca ‘u cafè ‘i Fuschi è ‘n puzzu senza funnu”». E via con il piano e il suo dispiegamento che l’Autore, Salvatore Genovese, nel suo romanzo d’esordio intitolato“Bretelline rosso sangue, ovvero il caso Fuschi”, ci racconta con maestria e dovizia di particolari, forte della nutrita documentazione di cui si è servito e che nel tempo, tra verbali delle forze dell’ordine e articoli di giornale, si è accumulata andando a costituire vera e propria fonte storica.
A opera dei tre complottisti, tra cui possiamo riconoscere (1) il promotore/adescatore (perché Alfredino conosceva già l’Affè come ex impiegato nell’attività di famiglia e dunque volto amico), (2) l’esecutore (perché sin dalle prime pagine il lettore apprende persino gli orridi particolari su come il bambino venne immediatamente ucciso da Solarino, perché, conoscendo uno dei complici, avrebbe compromesso il buon esito dell’operazione) e (3) il terzo, che ignaro della parte del piano che prevedeva l’eliminazione della vittima, sin dall’inizio tornava a casa in preda a una crisi di coscienza. Uno «sciacallaggio estorsivo», dunque, che sin dall’inizio si trasforma in omicidio. Salvo continuare a tenere in pugno la famiglia Fuschi attraverso lettere di rassicurazione sulla salute del figlio, con richiesta di pantaloncini nuovi e maglioncini per scaldarlo meglio, caramelle e biscottini per coccolarlo, e, chiaramente, denaro, per centinaia di migliaia di lire di quella volta a tal punto che anche il lettore perde il conto di quanto complessivamente i tre siano riusciti a spillare.
A questi antefatti seguirà la narrazione del vissuto emotivo dei genitori e della sorellina di Alfredino e dei movimenti del padre che, nel disperato tentativo di riuscire ad avere indietro il figlio illeso e il prima possibile, non ha esitato a ricorrere a ogni via, legale e non.

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Salvatore Genovese, con un linguaggio semplice, diretto e asciutto, aggancia il lettore con immediatezza riuscendo anche a coinvolgerlo emotivamente, avvicinandolo allo stato d’animo di ogni personaggio. È quello che accade quando ci viene raccontato, per esempio, del pianto liberatorio di un padre che vuole mostrarsi forte dinnanzi alla famiglia ma su cui grava il senso di impotenza; accade nelle lettere, riportate dall’Autore con testuali parole tratte dalle originali (anch’esse documentazione da cui ha attinto), scritte dai rapinatori – su fogli «a quadretti, come quelli in uso alle elementari» quasi in rappresentanza di un pensiero esso stesso rimasto elementare – e, in risposta, da Pietro Fuschi e da cui traspare in tutta la sua concretezza la realtà linguistica locale a cui tutti i personaggi appartengono, col loro tentativo di parlare e scrivere nella lingua di comunicazione nazionale in cui si intromettono inevitabilmente inflessioni ed espressioni caratteristiche, errori ortografici e grammaticali propri di una determinata categoria socio-culturale e adattamenti del dialetto all’italiano o italianizzazioni, contribuendo a rendere lo spaccato storico narrato ancor più realistico. «(…) penzate che ha da due mesi che in casa mia si piance abbiate pietà di noi penzate che io ho uscito £100.000 senza ricevere niente». Ma il coinvolgimento emotivo è raggiunto anche attraverso il ricorso a intermezzi in flashback che recuperano momenti di vita “in vita” del piccolo Alfredo, come i giochi con gli altri bambini e spicca, a rievocare il conflitto, il riferimento al nostrano Teatro dei Pupi nel simulare un combattimento con spade costruite con cartoni riciclati. La spada di cartone come istinto a voler comprendere la vita ma incapacità di ferire, propri dell’infanzia con la sua ingenuità.
La fedeltà storica e culturale a un territorio emerge anche figurativamente dalle immagini che mettono in scena una Sicilia che oggi consideriamo un po’ folklorica nella misura in cui si va estinguendo. Mi riferisco, per esempio, alla tradizione culinaria, che passa anche per mestieri ormai leggendari come ‘u caliaru che ti vende ‘u cuoppu con la simenta (i semi di zucca salati e essiccati); le pecorelle di frutta Martorana «con l’immancabile vessillo rosso a cuspide conficcato nel dorso»; il pisciruovu, «sostanziosa frittata di uova, ricotta e asparagi». Ma mi riferisco anche ai giochi dell’infanzia, in un’epoca in cui non avevano ancora inventato la Play Station, come il «far rotolare, colpendole con l’unghia del pollice, noccioline in una buca scavata nell’acciottolato» o spingere «rudimentali cerchi di legno». Ma la Sicilia viene fuori anche da personaggi come quello di Paulu l’uorvu, «cieco vero in un paese di ciechi finti», o ‘u picuraru a guardia del gregge che fa del suo bastone un uso all’occorrenza alternativo, creando e tramandando un peculiare stile di combattimento.
Un capitolo a parte, al romanzo solo trasversale, è rappresentato dalle credenze popolari tra il pagano e il cristiano, che accompagnavano la quotidianità delle famiglie e offrivano formule a ogni dilemma. Per esempio Genovese riporta un evento noto e atteso per la comunità religiosa di allora, il pellegrinaggio in onore della Madonna di Fatima che, in ringraziamento per la fine della guerra, i fedeli avevano organizzato toccando molti Comuni italiani tra cui proprio Vittoria, dove la processione era arrivata a una settimana dal rapimento che aveva sconvolto tutta la cittadina, la quale chiede una sosta del corteo proprio davanti casa Fuschi, in segno di solidarietà e di “benedizione” (un po’ come – si sa – accade a ogni festa di santo, di cui la scelta delle tappe però non si può dire risponda a solidali alibi di compassione quanto a un rispetto funzionale al potere). E se la mamma di Alfredino chiede la grazia alla Madonna, il papà si rivolge agli “amici”.

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A cavallo della campagna referendaria pro-monarchia largamente attuata specialmente nel Meridione d’Italia – che l’Autore ci narra con l’introduzione di personaggi come il Cavalier Gaspare Beneventano e signora: «Per salvare la Libertà, votate per la Monarchia» – quando il divario socio-culturale ed economico tra le classi veniva al momento utile ipocritamente e strumentalmente celato dalla nobiltà, la categoria più potente dopo la mafia; mentre il cantastorie paternese Peppino Busacca cominciava a cantare, un paese al giorno, la vicenda dei Fuschi – tanto che «“di stà storia si nni parra Sicilia Sicilia”» – il padre del bimbo chiedeva aiuto persino a coloro con cui non aveva mai voluto avere a che fare, i cosiddetti “amici”, a cui arrivava ogni volta con un cappuccio calato sulla testa per non apprendere il percorso durante il tragitto. Dal catanese al palermitano, l’allora vera “polizia” siciliana che controllava il territorio a tal punto da poter dire di saper tutto di tutti (e a essa infatti si ricorreva – e ahimè si ricorre – da tempo immemore) liquidava con tono perentorio: «“Nui picciriddi nun ni tuccamu”». E al tempo era pure vero, quantomeno in Sicilia, tanto da scartare il coinvolgimento (anche solo in termini di benestare) della criminalità organizzata. Quest’ultima, alle spalle della quale i rapinatori avevano agito, non avrebbe tardato – al momento della scoperta dell’identità dei tre – a tentare di far giustizia (la propria), ma il caso era ormai passato nelle mani di altre istituzioni: Commissariato di Pubblica Sicurezza e Carabinieri.
Nel romanzo emerge però chiara l’avversione per le vie legali a tutti i livelli della società civile, nella misura in cui i criteri di giustizia non erano uniformi lungo la penisola, e il divario etico si espandeva specialmente in virtù della indiscutibile gravità del reato commesso e del retroterra culturale permeato di fatto dal ricorso alla pena capitale di stampo mafioso. Che uccidere un bambino non fosse nemmeno umano e che fosse equo pagare con la vita era un punto su cui largheggiava l’accordo: mentre a Vittoria circoli, associazioni e partiti inviavano al Pm petizioni con richiesta di «esemplare giustizia» e in camera di consiglio si decideva per la condanna a morte tramite fucilazione per Solarino e Affè ed ergastolo per Cilia; in carcere si temeva che gli altri detenuti «“mancu ‘o pruciessu ‘i fanu arrivari!”».
Ma anche in seguito alla condanna le vicende dei tre delinquenti erano destinate a non interrompersi perché nel frattempo il referendum post-bellico aveva stabilito la vittoria della Repubblica e la nomina del primo Presidente della Repubblica Italiana nella figura di Enrico De Nicola.