Un cuore arrugginito

Il sapore della ruggine (Prova d’Autore, 2015) è la fotografia di un uomo in cui, credo, in molti sisavasta possano, sebbene nel segreto, identificare. Non è un folle, no, è talmente nella norma, soprattutto in molti contesti socio-culturali, da darci fastidio. Se fosse bollato come deviante, sebbene si limiti il disagio alla sfera affettiva senza sfociare in derive socialmente pericolose, potremmo stare più sereni e dormire sonni tranquilli perché si tratterebbe di problemi che non sfiorano neppure alla lontana noi che siamo “normali”. Ebbene non è così. Irene Savasta è un’abile fotografa e coglie gli sguardi dietro le lenti degli occhiali.
Il sapore della ruggine è la secchezza di quando ci mancano le parole ma ancor più in profondità sono i pensieri stessi a mancarci, quando sarebbero così intollerabili che preferiamo sopprimerli per non doverne accettare l’esistenza, il sapore della ruggine non è semplicemente amarezza o melanconia che proprio in quanto tale è incomprensibile e inafferrabile nell’impossibilità di accesso alla sua fonte primordiale, non è dunque questa la sua eziologia, quanto quello che più avanti l’Autrice stessa chiarirà quasi per errore, come chi si fa scappare una verità che avrebbe dovuto mantenere nel segreto. Lei scrive “l’odore del sangue”. Ed è tutto rosso, a partire dal divano, il cui colore è specificato forse ingenuamente ma nel corso della storia a poco a poco tutto ciò che provoca sofferenza interiore è rosso, il rosso della ruggine la cui etimologia, guarda caso,  è proprio legata al verbo latino rùbeo (rosseggio, sono rosso), il rosso del sangue che viene chiamato in causa quasi in un lapsus per poi tornare nuovamente al significante ruggine, adottando questa immagine più rassicurante da noi associata al normale corso degli agenti atmosferici, NORMALE, di certo più del sangue. Ma è il rosso di una ferita ancora aperta, che non è riuscita mai a rimarginarsi, come quella di Prometeo dal fegato roso dall’aquila mandata da Zeus per vendicare gli affronti subiti.

All’origine c’è una colpa, e anche all’origine delle vicende di Ivan, il protagonista del romanzo di questo esordio di Irene Savasta, c’è una colpa. Ma il rosso ritorna sempre, intrufolandosi attraverso il calore dei paesaggi sicilian, da Ivan tanto odiati ma tanto desiderati durante la sua permanenza in un Settentrione così perfetto da non trasmettergli nessuna emozione. E così il rosso del sole si mascola all’aridità della terra ma anche ai sorrisi della gente che desidera vivere le proprie emozioni senza voltar loro le spalle in segno di ripudio. Sopra ho scritto aridità, ma sarebbe a questo punto opportuno attuare una correzione: è preferibile parlare di asciuttezza. Dinnanzi al paesaggio siciliano non ci si sente inariditi, sembra quasi voler dire il protagonista, la secchezza esterna è data dal fatto che la terra, madre generosa e devota, spende tutte le proprie energie a infondere calore ai suoi abitanti, a dar loro frutti ma soprattutto a scaldare quelle anime che la vita ha voluto e saputo congelare. È  a questo stadio che si trova l’anima di Ivan, ibernata in una lunga, interminabile era glaciale. che solo il ritorno alla propria infanzia, solo il “faccia a faccia” con la Sicilia, poteva sciogliere. E quando quel calore diventava troppo forte e rischiava di ustionare, la Sicilia poteva dare il refrigerio dell’acqua con la sua ampia distesa di mare in cui è possibile riscoprire la quiete, come se permettesse di estendere se stessi al di fuori della gabbia stretta del corpo e la massa compatta, diffondendosi in un più ampio spazio, forse meno pressante dentro chi ha tante cose da dire ma non trova parole e pensieri. Irene Savasta trova una sfaccettatura particolare a questa del tutto personalizzata immersione/integrazione di Ivan con il mare, scrivendo come lui pensasse a quando da ragazzo passava il tempo “a guardare le onde infrangersi contro gli scogli e pensare che anche lui avrebbe voluto essere di pietra, per non sentire nulla”.

C’è una presa di coscienza, una consapevolezza di essere stato ed essere ancora soggetto a colpi di incerta provenienza – chissà quali correnti portano quelle onde ad infrangersi proprio lì e con tanta potenza! – e di avere il dovere, in vista della propria sopravvivenza che ravvedeva nel potente bisogno di affiliazione, di restare in piedi. Ma come restare in piedi se tali colpi sono così misteriosi e dunque così minacciosi da condurre alla morte? L’unica soluzione è quella di non sentirli per poter progredire con la propria vita in tranquillità, una tranquillità che si rivela via via più effimera. Le onde sono tutte le delusioni che Ivan ha avuto nella sua vita ma anche quelle che non ha potuto avere, sarebbe più opportuno dire tutti gli episodi fonti di dolore e di quello stesso dolore che non ha mai potuto provare, privato da se stesso e dagli altri, a partire dalla figura austera della madre (un’altra roccia, la maestra-roccia, probabilmente, contro cui da sempre ha colluso), di quello spazio all’interno del quale poterli tenere circoscritti, cavie da laboratorio (il laboratorio della vita) pronte per essere studiate, esaminate, comprese, accettate e dunque controllate. Persino il dolore, anzi: proprio il dolore, è cavia tra le altre, cavia delle cavie, quella che sta a capo delle altre, a braccetto con la gemella, la gioia. Ivan non ama, Ivan non gioisce, ma in primis Ivan non soffre. Ed allora ci ricolleghiamo alla colpa, solo che Ivan, a differenza di Prometeo, non ha rubato nulla. Sarà durante il suo ritorno alla terra d’origine, dopo una crisi esistenziale che metterà in dubbio il rapporto con la compagna che durava ormai da anni, a ridosso di una contemplata probabile genitorialità, a permettergli di capire quale ingranaggio ad un tratto si era incastrato. Arrugginito. L’inquietudine accompagna tutta la storia a partire dalle prime righe, altra e sola nota di sangue, oltre a quel lapsus svelatore, nel romanzo:
“Le semplici pennette al sugo di pomodoro giacevano nel piatto come piccole dita insanguinate
“.
L’inquietudine prosegue con i parallelismi ripercorsi dalla memoria tra il rapporto che il nostro personaggio aveva con l’amica di infanzia e poi con la compagna, rapporti caratterizzati sempre dalla perenne incapacità di Ivan di esternare le sue emozioni, dalla gioia al dolore, dalla rabbia alla gratitudine. Entrambe le ragazze lo noteranno con frustrazione:
Perché? Perché sei un essere così gelido ed indifferente?”, l’una;
“E’ sì cresciuto, ma a volte è come un bambino timoroso. Certe volte rimane in silenzio per delle ore. E io mi sento così stupida! Non so neanche che cosa gli passa per la testa…”, l’altra.

E altri parallelismi tra le vite dei nonni e quelle dei genitori: il totale annullamento di sè da parte del nonno al decesso della moglie come accadde anni dopo alla madre dopo il decesso del marito, il padre di Ivan. E’ la morte del padre l’episodio saliente, ancor più brutale perchè non solo vera ma persino reale. Lui era l’unico a conoscerlo, lui era, come tanti anni dopo la madre stessa rivelerà al figlio,
“quello che fra di noi sapeva esprimere i suoi sentimenti”,
ma anche quello che conoscieva del figlio ciò che non era visibile agli altri –
Insieme a suo padre era morto anche quel bambino dodicenne e lui era diventato un analfabeta dal punto di vista sentimentale”.
Ma la cosa più sconvolgente è stata che, se suo padre non ha potuto essere per lui una guida in tal senso, non lo fu nessun’altro in sua vece, nemmeno la madre. Irene Savasta ha utilizzato, nella citazione riportata, un termine esattissimo per descrivere la condizione di chi non è stato, appunto, “alfabetizzato” alle emozioni (e di “alfabetizzazione emotiva” infatti si parla). Ma allora dove sta qui la colpa? La colpa fu la paura che un bambino può provare nel guardare all’improvviso in faccia la morte senza che nessuno gli avesse mai spiegato e gli spiegò mai che cosa diavolo stava accadendo, la totale “ignoranza” dei fatti che, alla reazione del pianto di una madre che non piange mai, non può che scatenarsi il panico per il “terrore senza nome” della catastrofe sconosciuta ma incombente. Cosa stava spazzando via non poteva saperlo il piccolo Ivan perchè
La famiglia viveva in quella specie di limbo da cui Ivan era escluso da circa sei mesi”, “nessuno mai gli disse una parola o gli diede una minima spiegazione. Era diventato di vetro? Era forse invisibile?”.
Queste ultime parole sono un indizio di una verità che è ora che molti adulti guardino: i bambini capiscono che c’è qualcosa che non va e la cosa migliore da fare è dirgli esattamente cos’è! Loro non incolperanno mai l’oggetto del loro amore per non essere stato sincero, e il motivo ce lo riporta sempre l’Autrice, con una sensibilità analitica che riesce a far vibrare, a volte attraveso delle immagini, altre volte attraverso gli stessi dialoghi, proprio quelle corde che rappresentano le colonne dei problemi affrontati. Lei scrive :
perché sentiva l’anima pesargli nel petto come un macigno e l’orgoglio andare in pezzi. Però, sapeva anche una cosa con assoluta certezza: non voleva restare solo”.
Io aggiungo questo: se ad un bambino chiedi “vuoi la verità o vuoi sentirti parte di qualcosa?”, lui risponderà “voglio essere amato” per accorgersi più tardi quanto altrettanto importante era “sapere”. Ed ecco che Ivan con il passare del tempo sprofonda sempre più nel silenzio, niente paura, niente dolore, cos’erano poi non si sapeva!, niente debolezze, solo silenzio, l’incapacità di esprimere il proprio mondo conseguente a quella di tradurre nella propria lingua il senso di quel sapore di ruggine/sangue, il senso di quanto è umano e vitale provare.
Alla luce di queste riflessini, è commovente un passo, tra gli altri, tratto da quanto la Savasta ci descrive, e precisamente quello del suo rientro in Sicilia, durante il tragitto e la sosta dinnanzi alla Chiesa dove le campane gli ricordarono quanto era solito dire da ragazzo:
All’una e un quarto suonarono le campane: nessun’altra risposta da Dio. Si portò istintivamente le mani alle orecchie, così come faceva quando era bambino: “Parlami o vattene!”.
Parlami o vattene.
E’ curioso allora notare come durante tutto il periodo della sua adolcescenza Ivan si ponesse, eccome, delle domande, ma l’argomento da cui era ossessionato era proprio Dio e la vita dopo la morte, ma mai, mai, avrebbe accettato di parlare della morte del padre. Apocalisse. Quell’indicibile si sarebbe affacciato di soppiatto a ricordargli che era stato escluso, che era stato deprivato e che era stato vigliacco.
Naturalmente non dirò come si conclude il racconto, che è uno scorcio di vita, un quadro che coglie un momento esistenziale che accomuna non pochi a questo mondo e che lascia intravedere che non sia finita una volta per tutte la strada che conduce alla progressiva presa di coscienza. Mi piace pensare questo, che la strada intrapresa sia quella giusta, e per due motivi. Il primo:
“Sentiva solo la ruggine, unica spia che gli faceva capire di essere ancora vivo”,
il secondo: sànguem, in un latino arcaico, vuol dire, anche, principio di vita, quello che Ivan è deciso a non mollare.

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